Categoria: Marketing

L’AI generativa conquista le PMI italiane: opportunità, rischi e scenari per il prossimo quinquennio

Negli ultimi dodici mesi l’intelligenza artificiale generativa ha smesso di essere un tema esclusivo dei grandi centri di ricerca per entrare nel linguaggio quotidiano delle piccole e medie imprese italiane. Tra tool di automazione dei contenuti, assistenti virtuali per il servizio clienti e sistemi di ottimizzazione produttiva, le PMI stanno sperimentando nuove soluzioni che promettono efficienza, personalizzazione e riduzione dei costi.

Contesto: perché ora per le PMI?

La combinazione di tecnologie più accessibili, costi di calcolo in calo e offerte cloud scalabili ha abbassato la barriera d’ingresso per le aziende di dimensione contenuta. Inoltre, la crisi dei salari e la pressione sui margini hanno spinto molti imprenditori a cercare strumenti in grado di migliorare la produttività senza investimenti fissi ingenti. Indagini di mercato recenti suggeriscono che tra il 40% e il 55% delle PMI italiane sta valutando soluzioni basate su AI generativa o ne ha già implementate sperimentali in almeno una funzione aziendale.

Analisi: dove e come viene adottata l’AI generativa

Le applicazioni più diffuse riguardano il marketing, il servizio clienti e la creazione di contenuti. Nel marketing, tool di generazione automatica di testi e immagini consentono campagne più rapide e personalizzate, con tempi di produzione ridotti fino al 60% in alcuni casi. Nel customer care, chatbot e assistenti virtuali migliorano la disponibilità 24/7 e riducono il carico degli operatori su ticket ricorrenti; aziende che hanno adottato soluzioni ibride riferiscono un decremento medio dei tempi di risposta del 30-40%.

Altre aree in crescita includono la progettazione di prodotti (generazione di prototipi virtuali), il supporto alla R&S e la gestione documentale automatizzata. Un caso concreto: una PMI veneta del tessile ha integrato un sistema di AI generativa per creare bozze di design e descrizioni prodotto multilingue. Il risultato è stato una diminuzione del time-to-market per nuove collezioni e un incremento delle vendite online del 12% nel primo anno.

Sul fronte degli investimenti, si osserva una maggiore propensione a spendere in soluzioni SaaS che offrono modelli pre-addestrati e interfacce user-friendly. Questo approccio riduce il bisogno di competenze interne avanzate, ma sposta l’attenzione su governance dei dati e compliance: molte PMI lamentano difficoltà nel valutare rischi legati alla privacy e alla proprietà intellettuale dei contenuti generati.

Implicazioni future: opportunità e rischi

Nel breve termine, l’AI generativa offre un vantaggio competitivo per chi la sa integrare in processi produttivi e commerciali chiave. Le PMI che investiranno in formazione interna e in politiche di governance dei dati potranno capitalizzare migliorando efficienza e qualità del servizio. A livello macroeconomico, una più ampia adozione potrebbe contribuire a innalzare la produttività nazionale, specialmente nei settori manifatturieri avanzati e nei servizi digitali.

Tuttavia esistono rischi concreti. La sostituzione di compiti ripetitivi potrebbe creare tensioni sul mercato del lavoro locale, richiedendo programmi di upskilling e riqualificazione. Il tema della qualità dei contenuti generati e della responsabilità legale resta centrale: errori o informazioni fuorvianti prodotte da modelli potrebbero danneggiare reputazione e comportare sanzioni se non gestite correttamente. Infine, la dipendenza da fornitori esterni per modelli e dati espone le PMI a vulnerabilità operative e a potenziali shock di prezzo.

Verso un’adozione sostenibile

Per sfruttare al meglio le potenzialità dell’AI generativa, le imprese dovranno seguire alcune linee guida pratiche: 1) adottare approcci graduali con progetti pilota misurabili; 2) investire in formazione digitale per ruoli chiave; 3) definire policy chiare su gestione dati e responsabilità; 4) valutare soluzioni ibride che mantengano controllo critico sui processi creativi. A livello istituzionale, il supporto pubblico sotto forma di incentivi, formazione e orientamento normativo potrà accelerare un’adozione responsabile e diffusa.

L’AI generativa è destinata a ridefinire modalità operative e offerte di prodotto delle PMI italiane nei prossimi anni. Chi saprà combinare tecnologia, competenze e governance otterrà un vantaggio competitivo duraturo; chi trascurerà gli aspetti etici e di rischio potrebbe invece trovarsi a dover gestire costi imprevisti e criticità reputazionali. Il vero banco di prova sarà la capacità del tessuto imprenditoriale italiano di trasformare strumenti avanzati in valore concreto, preservando al contempo resilienza e responsabilità.

Da garage a scala: il caso di una startup italiana che rivoluziona la logistica sostenibile

Negli ultimi cinque anni il settore della logistica in Italia ha vissuto una trasformazione veloce, spinta dalla crescita dell’e-commerce, dalle esigenze di sostenibilità e dall’adozione di tecnologie digitali. In questo contesto molte startup hanno cercato di ritagliarsi uno spazio tra operatori storici e nuove piattaforme digitali. Questo articolo analizza il percorso di una startup italiana immaginaria, GreenLog, come caso studio per comprendere le leve che hanno permesso a piccole realtà di scalare il mercato e attrarre capitali, clienti e talenti.

Fondata nel 2018 da tre imprenditori con background in ingegneria gestionale e trasporti, GreenLog ha puntato su un modello di logistica last-mile a basse emissioni, integrando flotte di veicoli elettrici con un sistema di routing in tempo reale basato su intelligenza artificiale. L’idea di fondo era semplice: migliorare l’efficienza delle consegne urbane riducendo costi operativi e impatto ambientale. Sul piano operativo questo si è tradotto in partnership con flotte locali, stazioni di ricarica condivise e un software proprietario che ottimizza percorsi, tempi di consegna e carichi.

Dal punto di vista finanziario, il percorso tipico di GreenLog riflette la traiettoria che molte startup italiane cercano oggi: round seed modesti seguiti da investimenti istituzionali più significativi. Dopo un finanziamento seed di circa 400.000 euro volto a sviluppare il prototipo e la prima flotta, la società ha chiuso un Series A da 3 milioni di euro al terzo anno, accelerando l’espansione su due città italiane e raggiungendo un fatturato ricorrente annuale (ARR) in crescita del 200% anno su anno nel biennio successivo.

Indicatori operativi e metriche unit economics hanno fatto la differenza. GreenLog ha lavorato per abbassare il Customer Acquisition Cost (CAC) attraverso accordi B2B e contratti di lungo termine con retailer locali, con un CAC medio stimato di 80–120 euro per cliente commerciale, contro un Lifetime Value (LTV) cliente di circa 900 euro. Margini operativi migliorati dal 5% al 18% nel giro di tre anni, grazie all’aumento della densità delle consegne e all’efficienza del software di routing. Questi numeri, sebbene indicativi, illustrano come il mix tra tecnologia proprietaria e asset leggeri possa favorire una crescita scalabile.

Un elemento chiave nel successo di GreenLog è stato il modello di partnership. Invece di possedere l’intera flotta, la startup ha aggregato piccoli operatori e autisti indipendenti offrendo loro software, formazione e accesso a reti di ricarica. Questo ha permesso di contenere il capitale immobilizzato e di accelerare l’espansione geografica. Inoltre, collaborazione con amministrazioni locali per zone a traffico limitato e politiche di sostegno alla mobilità elettrica hanno ridotto le barriere normative.

Non sono mancate le sfide: la stagionalità della domanda, la gestione del personale e la necessità di integrare sostenibilità e redditività sono ostacoli comuni. La gestione della manutenzione delle e-van e la formazione continua degli autisti hanno richiesto investimenti imprevisti. Sul fronte tecnologico, la qualità dei dati e l’interoperabilità con sistemi dei clienti sono risultati critici per mantenere livelli elevati di servizio e ridurre resi e ritardi.

Dal punto di vista competitivo, GreenLog ha dovuto confrontarsi tanto con operatori tradizionali quanto con grandi piattaforme logistiche internazionali. La strategia vincente è stata la focalizzazione su nicchie urbane dove la sostenibilità è un valore aggiunto per i clienti e dove la densità di consegne consente economie di scala rapide. Inoltre, politiche di pricing trasparenti e contratti di servizio con KPI misurabili hanno facilitato l’accesso a clienti enterprise e alle catene retail.

Le implicazioni future per il settore sono molteplici. Primo, la sostenibilità continuerà a essere un driver di domanda e uno strumento competitivo: clienti e istituzioni premiano operatori con minore impronta carbonica. Secondo, l’integrazione tra software e asset fisici diventerà sempre più importante: le startup che sapranno offrire soluzioni end-to-end hanno maggiori probabilità di consolidare quote di mercato. Terzo, i meccanismi di finanziamento si evolveranno: al capitale di rischio si affiancheranno strumenti di debito sostenibile e partnership pubblico-private per accelerare infrastrutture, come le reti di ricarica urbana.

Per gli imprenditori e gli investitori italiani le lezioni sono chiare: puntare su unit economics solidi, costruire partnership locali e investire in tecnologia proprietaria sono condizioni necessarie per scalare. Il mercato è maturo per soluzioni che coniughino efficienza, sostenibilità e qualità del servizio. Se ben eseguito, il modello di GreenLog indica una strada percorribile per trasformare una brillante idea in un’impresa sostenibile e redditizia, contribuendo al contempo a città più vivibili e a un sistema logistico italiano più competitivo.

Da garage a leader europeo: la crescita sostenibile di una startup italiana nel foodtech

Nell’ultimo decennio l’ecosistema delle startup italiane ha visto nascere imprese capaci di trasformare settori tradizionali con soluzioni tecnologiche e modelli di business inediti. Tra queste, alcune realtà del foodtech si distinguono per la capacità di scalare in Europa mantenendo un forte legame con la filiera locale. Questo articolo racconta il percorso tipico di una startup italiana di successo nel foodtech, analizzando fattori chiave, dati ed esempi concreti che ne spiegano la crescita e le prospettive future.

Il contesto: il foodtech come terreno fertile per l’innovazione

Il settore alimentare italiano, storicamente basato su piccole e medie imprese e produzioni locali, rappresenta al tempo stesso una grande opportunità e una sfida per l’innovazione. L’integrazione di tecnologie digitali — dalla logistica intelligente all’analisi dei dati sulla supply chain, fino alle soluzioni per la sostenibilità — ha permesso a nuove imprese di intercettare esigenze ormai primarie: tracciaibilità, riduzione degli sprechi, efficienza distributiva e comunicazione diretta col consumatore. Secondo stime di mercato recenti, gli investimenti nel foodtech europeo sono cresciuti mediamente del 20% annuo negli ultimi cinque anni, con particolare attenzione a startup che propongono soluzioni pragmatiche e replicabili su scala internazionale.

Analisi: come cresce una startup foodtech italiana

Passo 1 — Validazione del prodotto e radicamento locale. Il primo step consiste nel dimostrare, su un bacino territoriale limitato, che il prodotto o servizio risponde a un bisogno concreto. Un esempio tipico è la piattaforma che mette in contatto produttori agricoli di nicchia con ristoratori e consumatori: partendo da una singola regione, la startup costruisce una rete di fornitori certificati e un sistema logistico ottimizzato per consegne a breve termine. Questo approccio riduce il rischio e permette di raccogliere dati reali sui tempi di consegna, sui margini e sul tasso di ritorno dei clienti.

Passo 2 — Ottimizzazione operativa e tecnologia dati-driven. Una volta consolidata la domanda locale, la startup investe in tecnologia per automatizzare processi e migliorare la previsione della domanda. L’adozione di algoritmi di machine learning per la previsione dei volumi e la gestione dinamica delle scorte può ridurre gli sprechi fino al 30% in alcuni casi. Altro elemento cruciale è la piattaforma logistica: partnership con operatori last-mile e magazzini smart consentono di abbattere i costi di consegna e mantenere la freschezza dei prodotti.

Passo 3 — Scalabilità e accesso ai capitali. Per allargare il mercato la startup cerca round di finanziamento che spesso combinano capitale istituzionale e investitori industry-specific. I casi di successo mostrano che un primo seed di 500–1.500k euro è sufficiente per consolidare la presenza nazionale; per l’espansione in Europa è invece necessario un round series A compreso tra 3 e 10 milioni, destinato a tecnologia, marketing e logistica. Non meno importante è la governance: portare a bordo advisor con esperienza internazionale accelera l’accesso a mercati esteri e a partnership strategiche.

Esempi concreti

Un caso emblematico è quello di una startup nata da tre giovani imprenditori, partiti con un progetto di e-commerce per prodotti caseari artigianali. In due anni hanno ampliato la rete produttori passando da 20 a oltre 200 fornitori e hanno introdotto un sistema di tracciabilità blockchain per garantire l’origine delle merci. Grazie a una campagna di comunicazione mirata e a progetti B2B con catene di ristorazione, hanno registrato una crescita dei ricavi del 150% annuo per tre anni consecutivi, acquisendo clienti anche in Francia e Germania.

Un altro esempio riguarda una startup che ha sviluppato un servizio di ottimizzazione degli stock per mercati ortofrutticoli, riducendo gli sprechi alimentari del 25% presso i partner pilota e permettendo ai grossisti di incrementare il margine operativo. L’adozione della piattaforma da parte di alcune cooperative agricole ha favorito una rapida espansione territoriale grazie al passa-parola nel settore.

Implicazioni future: cosa aspettarsi per il settore e per gli investitori

Guardando avanti, il foodtech italiano ha potenzialità significative, ma dovrà saper bilanciare crescita e sostenibilità. Dal punto di vista operativo, l’implementazione di infrastrutture logistiche green (veicoli a basse emissioni, packaging compostabile) diventerà un fattore competitivo chiave. Sul fronte regolamentare, una maggiore attenzione alla tracciabilità e alla sicurezza alimentare richiederà investimenti continui in sistemi digitali.

Per gli investitori, il consiglio è puntare su team con comprovata esperienza nella filiera e su proposte che dimostrino metriche chiare: customer acquisition cost, lifetime value, tasso di conversione B2B. Le startup che sapranno integrare tecnologia, relazioni locali e capacità di scalare con modelli replicabili avranno più chance di diventare scaleup europee.

In conclusione, la storia di successo di una startup foodtech italiana è quasi sempre il risultato di una progressione metodica: validazione locale, investimento in tecnologia operativa, accesso ai capitali e governance strategica. Con l’aumento degli investimenti e l’accelerazione dell’innovazione, il panorama nazionale potrebbe vedere nascere nei prossimi anni imprese in grado non solo di competere in Europa, ma di influenzare pratiche più sostenibili e trasparenti per tutta la filiera alimentare.

Satispay: il case study di un fintech italiano che ha ridefinito i pagamenti di prossimità

Nel panorama delle startup italiane, Satispay rappresenta uno dei casi più interessanti di come un prodotto semplice, una forte attenzione all’usabilità e un modello di distribuzione efficace possano scalare trasformando abitudini consolidate. Fondata con l’obiettivo di semplificare i pagamenti quotidiani, l’azienda ha saputo conquistare consumatori e commercianti grazie a una proposta alternativa alle carte tradizionali e ai circuiti bancari.

Introduzione: contesto e premessa
Il settore dei pagamenti è stato, negli ultimi dieci anni, terreno fertile per innovazioni fintech che hanno sfruttato il diffondersi degli smartphone, l’apertura normativa all’open banking e la domanda di soluzioni più economiche e user-friendly. In Italia, dove le preferenze d’uso verso contante e carte erano storicamente radicate, l’ingresso di nuovi operatori ha richiesto una strategia che unisse marketing locale, semplicità d’uso e relazioni con la rete di commercianti. Satispay ha lavorato proprio su questo equilibrio, puntando su un’app dal design minimale e su un sistema di conti indipendenti dalle carte per semplificare trasferimenti e pagamenti di prossimità.

Analisi: modello di business, crescita ed elementi distintivi
Il cuore del modello Satispay è l’account-based payment: gli utenti impostano un budget settimanale collegato al conto corrente, mentre i commercianti ricevono pagamenti che vengono poi trasferiti sui loro conti bancari. Questo approccio ha due vantaggi chiave: riduce i costi di intermediazione rispetto alle commissioni delle carte e semplifica l’esperienza utente eliminando la necessità di associare carte o numeri complessi.

Tra i fattori che hanno favorito la crescita emergono tre leve pratiche. La prima è il focus sui micro-pagamenti e sui volumi di transazione legati a caffè, ristoranti, e piccoli esercizi: qui l’efficienza delle commissioni e la velocità sono determinanti. La seconda è la rete di referral e incentivazione: promozioni per utenti e agevolazioni per i primi commercianti aderenti hanno generato effetti di rete locali. La terza è stata l’espansione progressiva dei servizi, aggiungendo funzionalità B2B (come strumenti per la fatturazione e la gestione dei pagamenti) e integrazioni con piattaforme di e‑commerce, che hanno aumentato il valore per entrambi i lati della piattaforma.

Dal punto di vista regolatorio e tecnologico, Satispay ha puntato sulla conformità PSD2 e su solide pratiche di sicurezza: la separazione del servizio di pagamento dall’infrastruttura bancaria tradizionale richiede rigore nella gestione dei fondi e comunicazione chiara con gli utenti, elementi che hanno costruito fiducia nel tempo.

Esempi concreti di impatto: un bar a gestione familiare in un centro urbano può ridurre i costi legati alle commissioni delle transazioni e velocizzare il flusso di cassa, mentre una catena di servizi locali può integrare Satispay per offrire pagamenti contactless e promozioni clienti senza ricorrere a infrastrutture complesse. Sul lato consumer, la semplicità dell’interfaccia e la trasparenza delle commissioni hanno trasformato l’app in uno strumento per pagamenti ricorrenti (spesa, bollette minori, abbonamenti locali).

Numeri e metriche (approccio qualitativo)
Più che fissare numeri specifici, è utile guardare alle metriche che spiegano perché il modello funziona: tasso di retention degli utenti, numero medio di transazioni per utente, percentuale di commercianti attivi rispetto agli iscritti e marginalità per transazione. Lavorando su queste variabili, Satispay è riuscita a creare una business unit capace di attrarre sia la domanda che l’offerta, trasformando un’app in un canale di accettazione per migliaia di esercenti di vicinato.

Implicazioni future: cosa insegnano i risultati e quali sono le opportunità
Il caso Satispay offre insegnamenti utili per altre startup fintech e per il settore finanziario in generale. Primo, la specializzazione su nicchie operative (micro-pagamenti per il retail di prossimità) può essere più efficace della competizione diretta con circuiti globali. Secondo, l’integrazione di servizi complementari (strumenti per l’impresa, programmi fedeltà, credito contestuale) apre nuove fonti di ricavo e fidelizzazione senza stravolgere l’esperienza utente.

Nel futuro prossimo, le opportunità più rilevanti per un’azienda come Satispay risiedono nell’embedded finance—offrire prodotti finanziari integrati dove il pagamento è solo il primo passo—and nell’espansione geografica con adattamenti locali. A livello competitivo, le banche tradizionali e le grandi piattaforme tech potranno rispondere potenziando le loro offerte per i piccoli esercizi; la chiave di successo per una startup rimane la capacità di mantenere vantaggi di costo, semplicità e una rete di esercizi fortemente aderenti.

Conclusione: un modello replicabile con attenzione al contesto
La storia di Satispay dimostra che, in mercati complessi e frammentati come quello italiano, l’innovazione di prodotto combinata con strategie di distribuzione locali può produrre crescita sostenibile. Per le startup che vogliono seguire questa scia, la raccomandazione è chiara: partire da un problema concreto, ottimizzare l’esperienza per l’uso quotidiano e costruire un ecosistema di servizi che aumentino valore e marginalità senza compromettere la semplicità che ha conquistato gli utenti.

Marketing in evoluzione: come AI, dati proprietari e short video riscrivono le regole

Nel giro di pochi anni il marketing è passato da campagne basate su reach e brand awareness a un mix sofisticato di automazione, personalizzazione in tempo reale e contenuti video brevi. Questa trasformazione non è soltanto tecnologica: sta ridefinendo budget, competenze e metriche aziendali. In questo articolo esaminiamo i fattori che stanno guidando il cambiamento, offriamo esempi pratici e mettiamo in luce le implicazioni future per brand e professionisti.

Contesto: il contesto competitivo è cambiato drasticamente. La progressiva scomparsa di cookie di terze parti, l’emergere di normative sulla privacy più stringenti e la diffusione di strumenti di intelligenza artificiale generativa hanno imposto nuovi paradigmi. Allo stesso tempo, i consumatori — soprattutto i più giovani — passano più tempo su format brevi (Reels, TikTok, YouTube Shorts) e chiedono esperienze pertinenti e immediate. Per molte aziende, la conseguenza è stata una transizione rapida verso strategie data-driven basate su dati proprietari e misurazioni di conversione più sofisticate.

Analisi con dati ed esempi: tre tendenze chiave guidano oggi il marketing:

1) Prima i dati proprietari. Con l’ecosistema cookieless, il valore dei dati di proprietà (CRM, interazioni in-app, iscrizioni newsletter, transazioni) è aumentato sensibilmente. I brand che investono in Customer Data Platform (CDP) e programmi di loyalty raccolgono insight che permettono segmentazioni più precise e campagne personalizzate. Un esempio pratico: un e‑commerce di abbigliamento italiano ha ridotto il costo per acquisizione del 20% adottando campagne basate su segmenti comportamentali estratti dal proprio CRM e attivando messaggi dinamici via email e push.

2) Intelligenza artificiale e automazione creativa. L’AI viene usata sia per automazione operativa (ottimizzazione bid, audience expansion) sia per generazione creativa (copy, varianti di visual, A/B test a scala). Aziende come piattaforme di streaming o retailer applicano modelli di raccomandazione per aumentare il valore medio dell’ordine e la retention. In parallelo, tool di generative AI consentono a PMI e marketer di produrre rapidamente decine di varianti creative per testare cosa funziona su diversi target.

3) Dominio dei contenuti video brevi e UGC. I formati brevi hanno mostrato tassi di engagement molto più elevati rispetto ai contenuti tradizionali. Brand che integrano contenuti user-generated e micro-influencer vedono spesso migliori performance in termini di autenticità e conversione rispetto a campagne mass media più costose. Un caso comune: una catena di ristorazione ha lanciato una serie di clip da 15 secondi con ricette rapide e recensioni di clienti locali, incrementando le visite in locale nel fine settimana.

Queste tendenze portano con sé nuove sfide misurabili: come attribuire correttamente il valore delle impression nella customer journey o come mantenere la coerenza del brand quando la produzione creativa è decentralizzata. Soluzioni emergenti includono test di incrementality, modelli di media-mix aggiornati e l’adozione di metriche di valore a lungo termine (LTV, retention) invece del semplice CPA.

Implicazioni future: cosa devono fare oggi i professionisti del marketing?

– Riorganizzare stack e competenze. Investire in tecnologie per la gestione dei dati di prima parte, piattaforme di AI etiche e strumenti di misurazione avanzata. Allo stesso tempo, sviluppare competenze creative che sappiano sfruttare l’AI senza perdere il controllo editoriale.

– Cambiare modello di spesa. Spostare parte del budget da media tradizionale a short video, creator marketing e soluzioni che favoriscano la fidelizzazione. Allocare fondi per test continui e per misurazioni incrementali.

– Puntare sulla trasparenza e sulla fiducia. Con normative come il GDPR e una crescente sensibilità del pubblico verso la privacy, i brand devono comunicare chiaramente come usano i dati e offrire valore in cambio dell’opt-in.

– Ripensare l’organizzazione creativa. I team marketing dovranno essere più agili, con cicli di produzione ridotti e capacità di sperimentazione continua. L’integrazione con creator esterni e micro-influencer diventerà routine.

Conclusione: il marketing contemporaneo è un ecosistema in evoluzione dove tecnologia, dati e creatività si intrecciano. Le aziende che sapranno combinare una solida strategia sui dati proprietari, strumenti di AI responsabili e contenuti video autentici saranno quelle in grado di ottenere vantaggi competitivi sostenibili. Per i marketer, la sfida non è solo adottare nuovi strumenti, ma ripensare processi, metriche e relazioni con il consumatore per costruire esperienze rilevanti e misurabili nel lungo periodo.

Comunicazione digitale: non solo canale di diffusione ma strumento di sostenibilità

Promuovere pratiche comunicative che riducano l’impatto ambientale, contrastino la disinformazione e favoriscano l’inclusione digitale. È l’obiettivo della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, che ha creato un gruppo di lavoro nato con l’intento di creare linee guida, strumenti operativi e momenti di confronto permanente.
Il gruppo, composto dai CCO delle aziende socie/partner della Fondazione e dai docenti universitari appartenenti al network di ricerca, ha stilato il Manifesto per la Sostenibilità Digitale della Comunicazione, ed è impegnato nella definizione di KPI specifici e finalizzati all’elaborazione di una Prassi UNI.

È essenziale diffondere la consapevolezza della natura e delle caratteristiche degli strumenti digitali, creando così un ecosistema comunicativo sostenibile e consapevole. Perché la comunicazione digitale può e deve essere uno strumento di sostenibilità, non solo un canale di diffusione. La rapidità della trasformazione digitale richiede un impegno condiviso di aziende e istituzioni nel garantire una formazione continua degli operatori della comunicazione e degli utenti finali. 

Undici linee guida per modelli comunicativi sostenibili

Il Manifesto per la Sostenibilità Digitale della Comunicazione si compone di 11 articoli che tracciano altrettante linee guida al fine di favorire lo sviluppo di modelli comunicativi a supporto della sostenibilità. La relazione tra comunicazione digitale e sostenibilità, in coerenza con il Manifesto, è sistemica e bidirezionale.

La trasformazione digitale ridefinisce profondamente la comunicazione on-line e quella off-line, determinando cambiamenti che investono persone, società, cultura ed economia. Una visione orientata alla sostenibilità digitale della comunicazione deve partire dalla convergenza e dall’integrazione di questi due elementi.

Superare ogni forma di esclusione e garantire l’accessibilità

Il digitale nella comunicazione va quindi sviluppato in coerenza con gli obiettivi di sostenibilità, ma al contempo diventa esso stesso motore di sviluppo sostenibile della comunicazione, che deve essere orientata al benessere umano.
La comunicazione digitale deve superare infatti ogni forma di esclusione e garantire accessibilità equa contribuendo alla riduzione delle diseguaglianze. La centralità della persona deve essere promossa attraverso l’attenzione a contenuti e infrastrutture digitali che permettono tale comunicazione.

La digitalizzazione deve poi assicurare condizioni lavorative dignitose e sicure, tutelando il benessere psicofisico dei professionisti della comunicazione e degli utenti. Deve anche incoraggiare un uso consapevole e responsabile delle tecnologie, prevenendo dipendenze e fenomeni di isolamento sociale

Garantire trasparenza su contenuti e processi decisionali

Inoltre, la comunicazione digitale deve fondarsi su principi di etica e responsabilità, valorizzando le diversità sociali e culturali e favorire una società più inclusiva, equa e dinamica.
Deve altresì prevenire la disinformazione e le manipolazioni algoritmiche garantendo trasparenza sui contenuti e sui processi decisionali.

La digitalizzazione della comunicazione ovviamente deve minimizzare l’impatto ambientale legato a infrastrutture e processi, contribuendo alla lotta contro il cambiamento climatico e alla promozione di comportamenti di uso e produzione responsabili.
Ciò implica garantire la sostenibilità della comunicazione digitale, ma anche valutare le modalità con le quali la digitalizzazione possa rendere più sostenibile la comunicazione nel complesso.

Coupon, il mercato cresce: 182 milioni di euro nei primi sei mesi del 2025

Il mercato dei coupon in Italia continua a correre. Nei primi sei mesi del 2025 sono stati distribuiti 115,2 milioni di buoni sconto, con un incremento del 6,8% rispetto allo stesso periodo del 2024. A crescere non è solo la quantità, ma anche il valore complessivo dei coupon, che ha raggiunto i 182 milioni di euro (+12% su base annua). L’importo medio si è attestato a 1,58 euro, in aumento del 5,3% rispetto all’anno precedente.

I dati arrivano dall’“Osservatorio sul mercato del couponing” di Savi, società specializzata nei servizi di gestione e analisi dei buoni sconto, che ha coinvolto oltre 40.000 aziende partner tra grande distribuzione, farmacie, drugstore e negozi specializzati.

Aumenta l’utilizzo dei digital coupon

La crescita del settore è trainata soprattutto dai buoni digitali. Oggi rappresentano il 18% del transato in cassa, contro il 17% registrato nello stesso periodo del 2024. L’uso dei coupon dematerializzati si sta imponendo come leva strategica di retail media: strumenti non solo utili per attivare i consumatori, ma anche per misurare le performance delle campagne e tracciare l’intero percorso d’acquisto.

Non a caso, il 70% delle aziende partner di Savi ha già adottato i digital coupon come integrazione alle promozioni tradizionali, sfruttandoli per stimolare l’interesse dei clienti e monitorare in maniera indipendente i tassi di conversione.

Le performance dei vari canali

I buoni distribuiti con modalità tradizionali restano comunque molto efficaci. I cosiddetti “instant on pack”, applicati direttamente sulla confezione del prodotto, hanno registrato una redemption media del 78%, in crescita rispetto al 72% del 2024. Un risultato che conferma come la convergenza tra supporto promozionale e prodotto resti un meccanismo vincente.

Anche i coupon digitali, diffusi attraverso siti web, email, newsletter, social network o collegati alle carte fedeltà, mostrano risultati positivi: la redemption media ha raggiunto il 23%, leggermente più alta rispetto al 22% dell’anno scorso.

Un settore in trasformazione

“Il mercato dei coupon sta evolvendo verso soluzioni sempre più digitali, misurabili e integrate con il retail media”, ha dichiarato Angelo Tosoni, Managing Director di Savi Italia. Secondo Tosoni, i buoni sconto non sono solo strumenti promozionali, ma veri e propri alleati delle famiglie italiane, soprattutto in un periodo segnato da pressioni inflazionistiche.

L’obiettivo, spiega, è rendere i coupon più accessibili e sicuri, offrendo alle aziende la possibilità di calibrare le strategie in tempo reale e ai consumatori un aiuto concreto nella spesa quotidiana.

e-commerce: in dieci anni le imprese italiane sono più che triplicate, +225,6%. Napoli guida la rivoluzione digitale

Secondo un’analisi condotta da InfoCamere – Unioncamere su dati di Movimprese alla fine del 2024 le aziende italiane di commercio online iscritte al Registro delle imprese delle Camere di Commercio erano 43.379. Rispetto al 2014 l’incremento registrato è di 30.058 unità. Si tratta di una variazione che in soli dieci anni è pari al +225,6%. E con oltre 4.000 imprese è Napoli a guidare questa rivoluzione digitale.

La rivoluzione portata dal commercio elettronico nelle abitudini degli italiani non ha solo cambiato la nostra società, ma ha prodotto trasformazioni visibili nel tessuto produttivo dei diversi territori del Paese. Anche in quelli tradizionalmente meno digitalizzati.

Sul podio per numero di unità Lombardia, Campania e Lazio

Alla fine del 2024 tra le regioni con il maggior numero di imprese operanti nel settore del commercio al dettaglio di qualsiasi prodotto effettuato via Internet al primo posto si posiziona la Lombardia, con 8.545 imprese, il 19,7% del totale.

Dopo la Lombardia si posiziona la Campania, con 6.484 imprese, il 14,9% del totale, e terza regione nella classifica è il Lazio, con 5.088 aziende di e-commerce, l’11,7% del totale.
Alle stesse tre regioni va anche il podio della crescita in valore assoluto nel decennio considerato. Sono infatti 6.014 imprese in più in Lombardia, + 5.170 quelle in Campania e + 3.499 quelle operanti nel Lazio. 

Campania, Calabria, Molise le regioni dal tasso di crescita più alto

A livello relativo, invece, la Campania guida la classifica delle regioni con il più alto tasso di crescita percentuale nel decennio, pari al +393,5%, seguita dalla Calabria (+294,2%) e dal Molise (+251,1%).

Si tratta di numeri che testimoniano una diffusione trasversale e ormai radicata di queste attività in tutti i territori italiani.
Nel confronto tra le province, è Napoli a conquistare il primato assoluto con 4.120 imprese di commercio online alla fine del 2024, per una quota che rappresenta il 9,5% del totale nazionale.

Napoli è la capitale della vendita online

Al capoluogo campano fa seguito Roma, con 3.999 imprese, pari al 9,2% del totale nazionale, e Milano, con 3.895, per una quota pari al 9%.
Ma Napoli si distingue anche per il maggior saldo assoluto di unità nel periodo considerato, pari a +3.418 imprese, e per la crescita percentuale più marcata, addirittura il +486,9%.

Il dato partenopeo evidenzia come la rivoluzione digitale non sia una prerogativa delle capitali economiche del Paese, ma un fenomeno distribuito, capillare, e con potenzialità forti anche in contesti tradizionalmente meno digitalizzati.

Lavoro: a marzo previste 456mila assunzioni

Secondo il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per il mese di marzo i contratti programmati dalle imprese superano i 456mila, con un incremento di quasi 9mila unità rispetto a marzo 2024 (+1,9%). Inoltre, sono più di 1,4 milioni quelli previsti per il trimestre marzo-maggio, circa 39mila unità in più sullo stesso trimestre 2024 (+2,8%).

In crescita le previsioni di entrata nei settori dei servizi (+3,8% nel mese, +4,8% nel trimestre), grazie in particolare agli andamenti attesi da turismo (+14,5% nel mese, +12,7% nel trimestre) e servizi operativi (+9,3% mese, +10,2% trimestre).
Positivi i flussi programmati dalle imprese delle costruzioni (+1,2% rispetto a marzo 2024) anche se in leggera flessione rispetto al corrispondente trimestre (–0,5%). 

L’industria cerca 132mila lavoratori

Indicazioni più incerte provengono dalle imprese manifatturiere: –4,2% entrate nel mese e –3,4% nel trimestre.
L’industria nel suo complesso è alla ricerca di circa 132mila lavoratori per il mese di marzo che salgono a quasi 387mila nel trimestre marzo-maggio.

Per il manifatturiero, alla ricerca di quasi 82mila lavoratori nel mese e 241mila nel trimestre, le maggiori opportunità riguardano le industrie della meccatronica (oltre 20mila lavoratori nel mese, 58mila nel trimestre), seguite dalle industrie metallurgiche (16mila, 44mila) e da quelle alimentari (quasi 13mila, 40mila).
Si mantiene elevata anche la richiesta proveniente dalle costruzioni (50mila, 146mila).

Maggiori opportunità da turismo, commercio, servizi alle persone

Per quanto riguarda il terziario, sono più di 324mila i contratti di lavoro previsti a marzo e oltre 1 milione quelli nel trimestre marzo-maggio.
A offrire le maggiori opportunità nei servizi è il turismo (oltre 93mila, quasi 337mila), seguito dal commercio (68mila, 204mila) e dai servizi alle persone (50mila, 157mila).

Si attesta poi complessivamente al 48,2% la quota di assunzioni di difficile reperimento soprattutto a causa della mancanza di candidati. A risentire maggiormente del mismatch sono le imprese dei comparti metallurgia e prodotti in metallo (63,3%), meccatronica (62,1%), costruzioni (61,3%), tessile-abbigliamento-calzature (61,1%) e legno-mobile (55,7%).

Introvabili fabbri ferrai, saldatori, meccanici artigianali

Tra i profili di più difficile reperimento, il Borsino delle professioni segnala per le professioni intellettuali gli ingegneri (63,1%) e gli analisti e specialisti nella progettazione di applicazioni (56,2%).

Tra i tecnici si registrano elevati livelli di mismatch per i tecnici della gestione dei processi produttivi (68,2%), per i tecnici in campo ingegneristico (66,2%) e per i tecnici della distribuzione commerciale (64,3%). Quasi introvabili sono i fabbri ferrai costruttori di utensili (75,7%), i fonditori e saldatori (75,6%) e i meccanici artigianali, montatori, riparatori e manutentori (73,7%).

Cybersecurity: come prendersi cura della propria “cyber-igiene”

Cosa significa prendersi cura della propria ‘cyber-igiene’? Il Centro Cybersecurity della Fondazione Bruno Kessler (FBK), l’istituto di ricerca specializzato nei campi della tecnologia, dell’innovazione, delle scienze umane e sociali, ha messo a fuoco pratiche e comportamenti che ogni utente dovrebbe adottare per proteggere le proprie informazioni digitali, nonché la propria identità online.

Il 28 gennaio si celebra infatti la Giornata europea della protezione dei dati, un’occasione per riflettere sulla sicurezza delle informazioni personali online e sull’importanza di adottare comportamenti adeguati per la protezione digitale. 
E il primo suggerimento agli utenti riguarda la gestione delle password. 

Il problema delle password

“Le password sono la prima linea di difesa contro gli attacchi informatici – spiega Giada Sciarretta, science ambassador di Fondazione Bruno Kessler, operativa nell’unità Security & trust ed esperta in progettazione e analisi di sicurezza di soluzioni di identità digitale -; è quindi importante evitare combinazioni prevedibili come ‘123456’ o ‘password’, preferendo soluzioni più complesse e sicure. Una buona pratica è adottare una passphrase lunga almeno 16 caratteri, contenente lettere maiuscole, minuscole, numeri e simboli speciali. Inoltre, è essenziale cambiare regolarmente la ‘parola d’ordine’ e non riutilizzarla per più account”.

Secondo una stima di NordPass, azienda che fornisce applicazioni per la gestione sicura delle password, in Italia, nel 2024, tra quelle più utilizzate si trovano ancora combinazioni di numeri, come ‘123456’ o ‘12345678’, o parole come ‘password’, ‘cambiami’ e ‘juventus’, che espongono a numerosi rischi.

L’autenticazione multifattoriale

Un’altra misura essenziale è l’autenticazione multifattoriale (Mfa), che aggiunge un ulteriore livello di sicurezza poiché per accedere a un account o a un’applicazione richiede un secondo fattore oltre alla password, come, ad esempio, un codice generato da un’app di autenticazione o l’impronta digitale. Questo riduce notevolmente il rischio di accessi non autorizzati e garantisce una maggiore protezione anche in caso di furto delle credenziali di accesso. Configurare l’Mfa per tutti gli account che lo supportano è una delle migliori strategie per proteggere i dati personali.

Alias email

Il terzo consiglio è l’utilizzo di ‘alias email’, che permette di creare alias temporanei per evitare di esporre il proprio indirizzo principale e proteggere la propria identità digitale.
Gli alias possono essere utili per iscriversi a servizi online senza compromettere l’account principale, riducendo la possibilità di ricevere spam o di essere vittime di phishing.

Le cause principali di un data breach, riporta Adnkronos, includono attacchi hacker, configurazioni errate dei sistemi, vulnerabilità software e negligenza umana. Le conseguenze possono essere gravi, con impatti finanziari e reputazionali significativi per individui e aziende. Per proteggersi, è possibile controllare regolarmente siti come ‘Have i been pwned’ se il proprio indirizzo email è stato compromesso. In tal caso, cambiare subito le password in caso di compromissione e abilitare sempre l’autenticazione multifattoriale per limitare i danni.