Categoria: Mondo Italia

In Italia torna l’ottimismo sul futuro. Anche grazie alle vittorie nello sport

Torna l’ottimismo in Italia, e non sono solo per le vittorie nello sport, dal campionato europeo di calcio alle Olimpiadi e il tennis, ma soprattutto per la ripartenza del Pil, che a settembre 2021 rende ottimisti sulle prospettive future. Tutto questo, nonostante le polemiche “no vax” e le incertezze che permangono nel quadro sanitario. Nell’ultimo trimestre dell’anno il PiL è infatti cresciuto del 2,7%, proiettando al rialzo le aspettative di chiusura dell’anno. A inizio 2021 il Fondo Monetario Internazionale stimava una crescita 2021 per l’Italia del 4,2%, mentre a luglio la stima è diventata 4,9%. La stima Istat è invece passata da 4,0% a 4,7%, quella di The European House – Ambrosetti da 4,0% a 4,9%, quella della Commissione Europea è passata da 3,4% a 5,0% e quella della Banca d’Italia da 3,5% a 5,1%.

Un indicatore che misura la fiducia delle imprese

Per misurare la fiducia delle imprese, The European House – Ambrosetti, a partire dal 2014 ha sviluppato un indicatore che misura la situazione attuale del business, le prospettive del business a sei mesi, le prospettive dell’occupazione e sempre a sei mesi le prospettive degli investimenti. Ogni misurazione va da una scala da -100 a 100, dove -100 è il valore che indica il massimo pessimismo e 100 il valore associato al massimo ottimismo. E secondo l’indicatore la fiducia attuale delle imprese è al massimo storico, a 70,6, più del doppio della valutazione di giugno (30,2). Rispetto al settembre 2020, quando l’Indicator era pari a -21,1, siamo in “un’era geologica” diversa. Un’accelerazione di ottimismo simile non l’avevamo mai registrata prima.

Prospettive positive su situazione occupazionale e investimenti

Le aspettative legate alla situazione occupazionale rilevate nell’Ambrosetti Club Economic Indicator restano positive (40,5), sugli stessi livelli della precedente rilevazione, ma comunque su valori molto elevati, non solo rispetto al periodo pandemico, ma anche rispetto agli anni precedenti. 
Ma anche la prospettiva sugli investimenti delle imprese registra il proprio record storico (62,7). È chiaro che i problemi ci sono, e che gli strascichi della crisi del 2020 non spariscono da un anno con l’altro. Nel 2020 più di due milioni di famiglie, il 7,7% del totale, risultavano in povertà assoluta, partendo dal 6,4% del 2019.

Il Next Generation EU e il PNRR

I 22,3 milioni di occupati, ad aprile 2021, sono sicuramente un valore in crescita rispetto ai mesi precedenti (+0,6% rispetto ad aprile), ma sono comunque un milione in meno rispetto agli occupati ad aprile 2019. Ma l’arrivo del prefinanziamento di Next Generation EU dà materialmente l’avvio al nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Questa è la partita sulla quale si giocano le possibilità di rimanere agganciati alle economie più avanzate. E la collaborazione fra istituzioni, imprese e parti sociali è cruciale.

Mutui per under 36: risparmi fino a 22.500 euro

Il mondo bancario risponde alla chiamata del Governo in favore dei giovani che vogliono comprare casa. Tanto che alcuni dei principali istituti di credito hanno lanciato mutui al 100%, destinati a chi ha meno di 36 anni, con tassi fissi che partono dall’1,10% (Taeg), un valore ai minimi storici. Secondo le simulazioni di Facile.it, grazie a queste condizioni giovani possono risparmiare decine di migliaia di euro in interessi. Ipotizzando un mutuo fisso al 100%, di importo pari a 126.000 euro da restituire in 25 anni, il miglior Taeg disponibile online per un under 36 è pari a 1,10%, con una rata mensile di 477,72 euro. Un solo mese fa, per la stessa operazione, il miglior Taeg disponibile online era pari a 2,46% e la rata era di 552,65 euro. Il risparmio è quindi di quasi 900 euro l’anno, circa 22.500 euro per l’intera durata del finanziamento.

Comprare casa senza anticipo né intervento di garanti terzi

“Gli incentivi introdotti dal Governo e l’impegno concreto da parte delle banche hanno reso possibile qualcosa che fino a poche settimane fa sembrava impensabile – afferma Ivano Cresto, Managing Director prodotti di finanziamento di Facile.it – oggi un under 36 può davvero comprare casa senza alcun anticipo né l’intervento di garanti terzi”.
Ma se è vero che in alcuni casi i cosiddetti mutui under 36 sono destinati esclusivamente ad aspiranti mutuatari con reddito Isee inferiore ai 40.000 euro, dall’altro ci sono istituti di credito che pongono come unico limite quello dell’età del richiedente e dell’importo massimo erogabile, che normalmente arriva fino a 250.000 euro.

Esenzioni, garanzie e credito d’imposta

Oltre a queste condizioni, gli under 36 alle prese con l’acquisto della prima casa possono beneficiare anche delle novità introdotte dal Governo, tra cui l’ampliamento fino all’80% della garanzia concessa dal Fondo Consap, e di diverse esenzioni, tra cui la cancellazione delle imposte di registro, ipotecaria e catastale, l’eliminazione dell’imposta sostitutiva sui finanziamenti, e in caso di compravendita soggetta a Iva, il riconoscimento di un credito di imposta da recuperare attraverso la dichiarazione dei redditi.

A giugno salgono al 40% le richieste di finanziamenti

Come evidenzia l’osservatorio congiunto Facile.it – Mutui.it, nel primo semestre 2021 gli under 36 rappresentavano il 34,3% di chi presentava domanda, valore in crescita del 12,3% rispetto al 2020. Un dato che secondo le previsioni di Facile.it è destinato a crescere nei prossimi mesi, non solo grazie agli incentivi introdotti dal Governo, ma anche in funzione della nuova offerta degli istituti di credito rivolta a questo target. Nel solo mese di giugno, quando si è iniziato a parlare degli incentivi, la domanda di finanziamenti da parte degli under 36 è arrivata a quasi il 40% del totale richieste.

Il 93% dei professionisti italiani vorrebbe lavorare per un’azienda estera, ma vivendo in Italia

Vuoi mettere il valore di un’esperienza professionale fatta per un’azienda estera e in più la comodità di non doversi neppure trasferire? Ecco la prospettiva a cui puntano moltissimi lavoratori italiani, in prevalenza manager e professionisti di vari settori. Non più solo un miraggio, però: oggi infatti è possibile collaborare con realtà estere senza nemmeno dover uscire di casa. E’ questo uno degli effetti positivi portati dalla diffusione massiccia dello smart working, che di fatto ha annullato il teorema lavoro=ufficio. Un’opzione impensabile anche solo fino a pochi mesi fa. Da una recente indagine di Wyser è così emersa la volontà, tra numerosi lavoratori, di avere un rapporto di lavoro con aziende internazionali ma dall’Italia: a dirlo è il 93% dei rispondenti su un campione di oltre millecinquecento persone. Le motivazioni sono molte e varie: per vivere un’esperienza internazionale senza allontanarsi dalla famiglia, per esplorare nuove prospettive e metodologie, per affrontare nuove sfide, per aiutare l’ambiente riducendo gli spostamenti casa-ufficio o anche per ridurre il tasso di disoccupazione.

Un’opportunità che annulla le distanze

“La dematerializzazione del luogo di lavoro apre a nuove e stimolanti opportunità per la carriera dei professionisti italiani. La possibilità di sviluppare e mantenere rapporti di lavoro da e per l’estero rappresenta una fonte di arricchimento non solo dal punto di vista professionale ma anche personale”, commenta Carlo Caporale, amministratore delegato di Wyser Italia. Che aggiunge: “L’avanzamento tecnologico che consente ai manager di continuare ad esplorare le potenzialità legate al lavoro da remoto era già in parte diffuso nei settori finance e insurance, management, professional service e it, oggi si allarga anche ad altri ambiti. In questo contesto globale, diventa necessario per il candidato poter contare su un head hunter con una profonda conoscenza dei mercati locali, che possa quindi guidarlo nel suo percorso di carriera e individuare opportunità inaspettate”.

Sia rimanendo in Italia… sia all’opposto

Si tratta di una tendenza a livello internazionale: secondo uno studio di McKinsey, il 52% dei dipendenti desidera un futuro lavorativo più flessibile. Quindi, oltre ai professionisti che desiderano collaborare con aziende estere pur rimanendo in Italia, esiste una percentuale di lavoratori che vorrebbe vivere all’estero e operare però per un’impresa italiana. Per il 42% degli intervistati, la Spagna è la destinazione oltre confine più popolare, seguita dal Regno Unito (31%) e dalla Francia (11%). Il restante 16% non punta solo a destinazioni europee come Portogallo, Irlanda o Germania, ma include anche Paesi lontani  come Cina, Indonesia o Stati Uniti. Questa scelta dipende non solo da fattori prettamente professionali, ma anche culturali e dallo stile di vita del Paese in questione, che per il 71% degli intervistati è il principale fattore di valutazione.

Estate 2021, i turisti stranieri tornano in Italia

Fra giugno e settembre 2021 sono oltre 25 milioni i pernottamenti stimati dei turisti provenienti da Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti in Italia. Oltre la metà di loro (55,4%) ha infatti deciso di andare in vacanza nei prossimi mesi, e il 5% ha scelto l’Italia. Per il nostro sistema ricettivo alberghiero ed extra-alberghiero questo si tradurrebbe in 7,2 milioni di arrivi e 25,1 milioni di presenze, con un incremento rispettivamente pari al 29,2% e al 15,3% rispetto all’estate del 2020. È quanto emerge da un’anticipazione dell’indagine realizzata da Demoskopika per conto del Comune di Siena sui consumi turistici degli stranieri. Che quest’estate sceglieranno di soggiornare soprattutto in cinque regioni: Trentino-Alto Adige, Toscana, Sicilia, Puglia e Lombardia.

Oltre 12 milioni scelgono l’Italia per le vacanze estive

Sono 12,3 milioni gli arrivi stimati nelle strutture ricettive italiane per i mesi estivi dell’anno in corso. In particolare, a optare per l’offerta ricettiva “tradizionale”, legata al comparto alberghiero ed extra-alberghiero, poco più di 7,2 milioni di turisti, con un incremento stimato del 29,2% rispetto allo stesso arco temporale dello scorso anno. Andamento in crescita anche per le presenze generate: 25,1 milioni di pernottamenti rispetto alle 21,8 milioni notti dell’estate dello scorso anno, con un incremento pari al 15,3%. Sul versante opposto, un più che significativo 44,6% però ha già rinunciato alle vacanze.
I motivi? Il timore di viaggiare (17,7%), l’impossibilità economica (14,6%) o l’aver già rinunciato, al di là dell’emergenza sanitaria (12,2%).

Mare, montagna e città d’arte in cima al diario di viaggio

Se circa la metà del campione opta per il mare (48,4%) o per mete esotiche (3,9%), il 15,1% sceglie la montagna, il 12,3% le città d’arte, cultura e borghi, e l’8% la “campagna, agriturismo”. 
Grandi città o vacanza al lago sono stati indicati rispettivamente dal 5,4% e dal 4,9% del campione, e chiude il diario di viaggio, la quota dei turisti che ha individuato il prodotto “terme e benessere” (1,8%). Quasi 6 turisti stranieri su 10, inoltre, concentreranno la loro villeggiatura nel mese di luglio (25,7%), e agosto (32,7%). Significativo però anche il dato di chi ha indicato i giorni di settembre (19,9%) e di giugno (12,3%).

In vacanza con i tuoi, ma 1 su 10 sarà “solitario”. 

Il 77,3% del campione fa prevalere la tradizione, e andrà in vacanza con il partner (43,8%) o con altri componenti della famiglia (33,5%), ma a villeggiare da solo sarà un 9,8%, e a partire con un gruppo di amici l’8,3%. La vacanza durerà circa 7 o 8 giorni (36,4%) o un periodo di due settimane (31,1%).
Turisti quasi divisi a metà poi sulle modalità di pernottamento durante le vacanze nel Belpaese. Se da un lato il 58% è orientato sull’offerta ricettiva alberghiera (44%) o extra-alberghiera (14%), dall’altro il 42% ha indicato soluzioni “fai da te”, o meno tradizionali, quali la “casa presa in affitto” (19,3%), o una “casa di proprietà della famiglia” (9,2%), o ancora, “ospite da parenti e amici” (7,3%).

Casa più multitasking, italiani condividono smart working con familiari

Con la pandemia, da spazio adibito al relax la casa è diventata anche un ufficio, talvolta anche con postazioni improvvisate in angoli del salotto o in cucina. Ma è diventata anche sempre più multitasking, tanto che nell’ultimo anno il 63,6% degli italiani ha condiviso con familiari o conviventi momenti di smart working. Ma com’è vivere da smart worker, oppure con chi lo fa, anche saltuariamente?
Alla domanda risponde la nuova indagine InfoJobs, che attraverso le risposte di 5.000 utenti ha svelato come l’aver affiancato involontariamente familiari o coinquilini anche nella loro sfera professionale ha contribuito a far comprendere maggiormente il loro lavoro.

Condividere lo stress da lavoro

Di fatto, dalle risposte emerge che si sono capite cose che prima proprio non si sapevano del lavoro altrui (30%) o perché prima di questa “prova” ci si immaginava una realtà professionale molto diversa da quella reale (15,4%). Di contro, per il 28,8%, la vita lavorativa è stata invece confinata senza osmosi con quella privata, complici gli spazi molto ben separati. Ma se il connubio casa-lavoro altrui c’è stato, si è rivelato molto utile soprattutto per far comprendere diversi aspetti, come le capacità professionali e il valore delle persone care nel luogo di lavoro (36%), poter rispondere finalmente alla domanda: “ma tu… alla fine, che lavoro fai?” (26,7%), o semplicemente comprendere motivi di stress da lavoro e preoccupazioni che manifesta chi vive insieme (20,5%), così come le dinamiche interne e le relazioni con i colleghi (16,8%).

La nuova normalità ha creato un terreno fertile per nuovi argomenti di confronto

Sia che si tratti di una relazione affettiva o di semplici coinquilini, aver provato la vita “smart”, ha certamente avuto un impatto sui rapporti interpersonali. Per il 31,5% ha permesso di avere più tempo da trascorrere insieme, riuscendo a conciliare le esigenze e facendo cose prima irrealizzabili, come pranzi o colazioni a prova di spot tv. La nuova normalità ha creato un terreno fertile per nuovi argomenti di confronto e scambio (21,7%), ma ha anche rafforzato la complicità (21,3%). Ovviamente in tutto questo c’è anche un lato oscuro: per il 19% la gestione degli spazi è stata resa decisamente complessa.

La difficoltà di organizzare tempi e spazi per non intralciare o intralciarsi

Complessità che si manifestano in particolare (44,4%) nella difficoltà di godere in libertà dello spazio domestico senza timore di presenziare inconsapevoli nelle videocall altrui o di disturbarle con i “rumori della vita” in sottofondo. Per il 28,9%, riporta Adnkronos, il problema maggiore è stata la necessità di organizzare tempi e spazi per non intralciare o intralciarsi. Potrebbe poi sembrare che i litigi e le discussioni lavorative impattino con più facilità la vita privata quando entrambe sono sotto lo stesso tetto, ma è di questa opinione solo il 9,6%.

Un italiano su dieci non si vaccinerà contro il Covid

Oltre un italiano su 10, l’11%, si dichiara assolutamente contrario alla vaccinazione contro il Covid-19, il 9% ritiene poco probabile che si vaccinerà, e il 28% è ancora in dubbio. In pratica, quasi metà della popolazione mostra diffidenza rispetto a un futuro scudo contro il coronavirus. Il dato del 48% di italiani “esitanti”, oltre a essere molto elevato, risulta in aumento rispetto a maggio. Infatti, nei primi giorni della fase 2 era circa il 40,5% a essere contrario o indeciso a farsi vaccinare. È quanto emerge dai risultati di una ricerca condotta dall’EngageMinds Hub dell’Università Cattolica, il centro di ricerca che si occupa di psicologia dei consumi nella salute e nell’alimentazione, su un campione di 1.000 italiani.

Tra maggio e settembre +7,5% di scettici

“È molto preoccupante che il numero di coloro che non intendono vaccinarsi contro Covid-19 sia elevato e in aumento – commenta Guendalina Graffigna, ordinario di Psicologia dei consumi e della salute all’Università Cattolica e direttore dell’EngageMinds Hub -. Tra maggio e settembre un ulteriore 7,5% della popolazione italiana è diventato scettico o contrario alla vaccinazione, quando sappiamo che la percentuale di immunizzazione necessaria a rallentare l’epidemia è stimata attorno al 70%”. L’efficacia del vaccino, infatti, dipenderà non solo dalla capacità degli scienziati che lo stanno mettendo a punto, ma anche dalla percentuale di persone che si sottoporrà alla vaccinazione riporta Adnkronos.

Aumenta la percentuale di esitanti fra i giovani

Nella ricerca non emergono differenze significative per macro-aree geografiche, anche se nel Centro-Sud si registra una tendenza leggermente più accentuata verso l’esitanza. Il 48% è infatti al Nord Ovest, il 45% al Nord Est, e il 50% al Centro, al Sud e Isole. Ciò che è cambiato in questi mesi, nei quali peraltro molto si è parlato di vaccinazione, è l’atteggiamento dei giovani. Tanto che fra gli under 35 la percentuale di esitanti è passata dal 34% di maggio al 49% di fine settembre, un aumento del 15%. Le altre due fasce sono rimaste più stabili, anche se si è rilevato un aumento nel numero degli esitanti over 55 (+9%, da 35 a 44%).

La scarsa fiducia riguarda anche vaccini tradizionali

“La crescente esitanza nei confronti del futuro vaccino può avere diverse cause – spiega Graffigna – ma probabilmente è legata a timori sulla sua sicurezza, anche per le modalità rapide del suo sviluppo e test. Circa un italiano su due, infatti, teme che il vaccino contro il Covid-19 potrebbe non essere testato in maniera adeguata, e solo il 22% parteciperebbe come volontario alla sperimentazione”.
D’altronde, la scarsa fiducia degli italiani riguarda anche vaccini ormai tradizionali, come quelli contro il morbillo o l’influenza.

“Ciò probabilmente è legato anche alle teorie ‘complottiste’ che vanno a minare la fiducia”, aggiunge Graffigna.

Italiani più cauti nella pianificazione finanziaria

Con la Fase 2 dell’emergenza sanitaria è arrivato il momento di fare progetti e di pianificare le spese future. Ma poco più di un terzo degli italiani, pensando alla situazione finanziaria della propria famiglia tra 6 mesi, si sente in ansia. Per più del 60% è importante monitorare le proprie entrate e uscite, e capire quanto si sta risparmiando e spendendo. L’Osservatorio The World After Lpckdown di Nomisma e CRIF analizza l’impatto del lockdown sulle vite dei cittadini, e restituisce i dati sulla pianificazione finanziaria delle famiglie italiane. E secondo i risultati della ricerca gli italiani mostrano grande attenzione alla gestione del budget familiare e sono pronti a ridurre o addirittura a rinunciare alle spese destinate al tempo libero e allo svago.

Definire gli obiettivi di risparmio

Per più del 50% degli italiani è importante la pianificazione delle spese e la definizione di obiettivi di risparmio. Molti hanno richiesto di poter sospendere i pagamenti dei prestiti. E se il 6% delle famiglie con un mutuo prima casa in corso ha richiesto la sospensione del pagamento delle rate dei finanziamenti un altro 15% pensa che lo farà nei prossimi mesi. Relativamente a coloro che hanno invece prestiti in corso, a cui tipicamente sono collegati importi delle rate più contenuti, il 4% dichiara di aver già richiesto la sospensione delle rate, mentre il 21% non esclude di richiederla nei prossimi mesi.

Valutare bene se chiedere finanziamenti futuri

Con il lockdown il 6% degli italiani ha deciso di rinunciare alla richiesta di un finanziamento, mentre il 9% dichiara di rimandare di qualche mese. Il 3%, invece, procederà con la stipula di un prestito come programmato. Emerge, poi, un 10% di italiani che post lockdown ha valutato di chiedere un nuovo finanziamento non pianificato in precedenza. Tra questi, il 24% pensa di richiedere l’accesso ai vantaggi legati all’Ecobonus 2020, mentre il 12% è orientato verso il Sismabonus 2020 per la messa in sicurezza antisismica.

Chi deciderà di ricorrere a un finanziamento per sostenere l’acquisto di beni e servizi lo farà principalmente per spese impreviste causate dell’emergenza sanitaria (30%), spese mediche o dentistiche (29%), manutenzione-ristrutturazione casa (26%), esigenze di maggiore liquidità (26%), l’acquisto di un’auto (17%).

Pronti a ridurre le spese

Per salvaguardare i risparmi della propria famiglia il 21% degli italiani ridimensionerebbe il budget destinato a viaggi e vacanze, mentre il 20% quello relativo a ristoranti e consumi fuori casa. I cittadini sono orientati a stringere la cinghia anche sull’acquisto di abbigliamento e scarpe (14%) e, dove possibile, di cibo e spesa alimentare (6%). Rispetto agli acquisti programmati da tempo è il settore tech a risentirne particolarmente, con 1 italiano su 4 che rimanderà l’acquisto di pc, smartphone e tablet, seguito dal 21% che sposterà l’acquisto di grandi elettrodomestici (frigorifero, lavatrice, forno ecc.). Anche arredamento e mobili, seguiti dalle auto, rientrano tra le categorie di beni il cui l’acquisto può essere rinviato (20%).

Bollette elettricità, per le Pmi riduzione di 600 milioni di euro

Le Piccole e medie imprese possono beneficiare di una riduzione sui costi dell’elettricità. Finalmente una buona notizia per le tasche degli imprenditori, la gran parte dei quali messi in difficoltà dai due mesi di lockdown. Almeno, anche se è una piccola consolazione, le bollette dell’energia elettrica saranno più leggere e terranno conto anche di chiusure o meno delle attività ed esercizi commerciali. Complessivamente, quella appena varata è un’opportunità che consente una riduzione totale di 600 milioni di euro per le bollette dell’elettricità delle utenze non domestiche connesse in bassa tensione. L’abbassamento della tariffa avviene attraverso la diminuzione delle componenti fisse delle tariffe di trasporto, distribuzione e misura e degli oneri generali.

La misura contenuta nel Decreto Rilancio

Arera – Autorità di regolazione per Energia Reti e Ambienti – rende così operativa la misura prevista dall’art. 30 del Dl Rilancio, che era stata oggetto della propria segnalazione al Governo e al Parlamento, come una delle proposte a contrasto dell’emergenza Covid-19. La misura è operativa a pochi giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Ai piccoli esercizi commerciali, artigiani, bar, ristoranti, laboratori, professionisti e servizi (i clienti in bassa tensione non domestici) con potenza superiore a 3 kW, per il trimestre maggio – giugno – luglio, viene azzerata la quota relativa alla potenza e applicata solo una quota fissa di importo ridotto (fissata convenzionalmente a quella corrispondente alla potenza impegnata di 3 kW), senza ridurre in alcun modo il servizio effettivo in termini di potenza disponibile.

Spesa totale abbattuta fino al 70%

Questa opportunità a sostegno della piccola imprenditoria si traduce in un risparmio per 3,7 milioni di clienti non domestici interessati: una riduzione che arriva a valere circa 70 euro al mese per un cliente con contratto con potenza pari a 15 kW. In particolare, la misura sarà particolarmente vantaggiosa per gli esercizi commerciali ancora costretti alla chiusura, e potrà ridurre la spesa totale fino al 70%. Per gli esercizi e le Pmi che hanno riaperto, il risparmio può collocarsi in ogni caso tra il 20% e il 30% della spesa totale della bolletta. Se alla data di entrata in vigore del provvedimento dell’Autorità, fossero già state emesse fatture relative al corrente mese di maggio, i conguagli spettanti dovranno essere effettuati entro la seconda fatturazione successiva. “Come prevede il Decreto Rilancio, l’ammontare economico necessario alla compensazione della riduzione tariffaria è a carico del Bilancio dello Stato, stanti le previsioni dello stesso art. 30 relative al trasferimento delle risorse necessarie al Conto emergenza Covid-19 costituito dall’Autorità presso la CSEA, la Cassa per i servizi energetici e ambientali” specifica una nota dell’Arera.

Dopo il coronavirus ci saluteremo “alla thailandese”

L’emergenza Covid-19 non è certo terminata, ma già si inizia a pensare a un nuovo inizio, che probabilmente, e molto gradualmente, avverrà nel corso del mese di maggio. In Italia si passerà alla cosiddetta fase 2, in cui però il distanziamento sociale rimarrà una delle regole del nostro quotidiano, e chissà per quanto tempo. Fra le tante abitudini che dovremmo “resettare” ci sarà anche quella del saluto, dato che la stretta di mano, e tantomeno baci e abbracci, per un po’ saranno “vietati”. Dovremo quindi imparare a salutarci in modo diverso, pur mantenendo le regole di buona educazione e di cordialità. Un suggerimento arriva dalla Thailandia, dove non ci si dà la mano in segno di saluto, e gli abbracci non rientrano nella tradizione.

Il wài potrebbe diventare un nuovo codice di relazione in tutto il mondo

In Thailandia ogni volta che ci si incontra, si entra in un negozio o in qualsiasi altro locale, oppure si partecipa a un incontro sociale, si fa il segno del wài. Il wài consiste nel tenere le mani giunte in segno di preghiera (wài appunto) davanti al viso, facendo un leggero inchino e un sorriso. Questo modo di salutare sintetizza la gioia per l’incontro, e potrebbe diventare un nuovo codice di relazione in tutto il mondo. Il wài è osservato quando si entra in una casa e dopo che la visita è finita, ed è anche un modo comune per esprimere gratitudine, o per scusarsi. Dagli anni ’30, epoca in cui fu coniato, rimane a tutt’oggi una parte estremamente importante del comportamento sociale tra i thailandesi, riporta Askanews, ed è un gesto utilizzato per onorare noi e gli altri.

Un gesto simbolico tipico dell’induismo e del buddhismo

Il wài, come il namaste indiano, appartiene alla famiglia dei saluti pranamasana o dei mudra anjali. Un mudra è un gesto simbolico o rituale tipico dell’induismo e del buddhismo. Alcuni mudra coinvolgono l’intero corpo, ma la maggior parte vengono eseguiti solo con le mani e le dita. Un mudra è un gesto spirituale, un sigillo di energia impiegato nell’iconografia e nella pratica spirituale delle religioni lontane. Mudra significa infatti “sigillo” o “segno”, mentre anjali è il sanscrito traducibile con “offerta divina”, “gesto di rispetto”, ma anche “benedizione”, e “saluto”.

L’unione delle palme connette gli emisferi ed è un gesto di unificazione spirituale

Il gesto del wài viene utilizzato sia per i saluti sia per gli addii, ma porta un significato più profondo di un semplice ciao o di un arrivederci. Secondo la tradizione l’unione delle palme connette gli emisferi sinistro e destro del cervello, è un gesto di unificazione, poiché collega il praticante con il divino presente in tutte le cose. Quindi, eseguire il wài vuol dire onorare sia il sé sia l’altro, e il gesto riconosce la divinità sia di chi lo pratica sia di chi lo riceve.

Donne al vertice, numeri positivi ma in rallentamento

In seguito all’attuazione della legge 120/2011 sulle quote di genere nel 2017 il numero delle donne nei board delle società quotate ha visto un forte aumento, tanto che per la prima volta è risultato maggiore di un terzo rispetto al totale dei membri. Nel 2019 però la crescita ha subito un rallentamento, con solo due unità in più rispetto al 2018. Un bilancio comunque più che positivo, con un incremento delle donne nei Cda delle società quotate alla Borsa di Milano da 170 nel 2008, il 5,9%, alle 811, il 36,3%, di oggi. Nei collegi sindacali si è passati invece dal 13,4% del 2012 al 41,6% del 2019, con 475 sindaci donne.

Le donne che occupano le posizioni più alte sono ancora “mosche bianche”

A evidenziare i dati è il primo Rapporto Cerved-Fondazione Marisa Bellisario 2020 sulle donne ai vertici delle imprese, realizzato in collaborazione con l’Inps.

“I dati dimostrano che l’applicazione delle norme ha permesso un salto in avanti nella presenza di donne nei board delle quotate e delle controllate – commenta Andrea Mignanelli, AD di Cerved – ma purtroppo non ha ancora promosso cambiamenti profondi nel nostro sistema economico”.

Sono poche, infatti, le società quotate andate oltre il minimo imposto dagli obblighi di legge, e le donne che occupano le posizioni più alte sono ancora “mosche bianche”, 14 tra gli AD (6,3%) e 24 tra i presidenti (10,7%). Nei collegi sindacali, riporta Adnkronos, 49 solo le presidente, il 22% di tutte le società quotate.

“Le quote sono solo uno strumento per raggiungere una parità reale e sostanziale”

L’analisi indica però che le quote “non sono state sufficienti a riequilibrare la presenza di donne nelle posizioni di vertice e a più alto reddito, né a ridurre i divari salariali”. prosegue Mignanelli.

Secondo la presidente della Fondazione Marisa Bellisario, Lella Golfo la legge portata all’approvazione nel 2012 “ha prodotto risultati straordinari, tanto che il Parlamento ha deciso di reiterarla alzando l’asticella al 40%. Detto questo, è certamente il momento di andare oltre e avanti – sottolinea Lella Golfo – perché le quote sono solo uno strumento, utile certamente e necessario sicuramente, per raggiungere l’obiettivo di una parità reale e sostanziale a tutti i livelli”.

Un primato europeo da estendere anche su fronti su cui l’Italia mostra ritardi consistenti

Il Rapporto promosso con Cerved, in collaborazione con l’Inps, ha quindi il merito di indicare quali sono gli ambiti di intervento per fare in modo che il primato europeo sul fronte delle donne ai vertici, raggiunto grazie alla legge, “possa estendersi anche a fronti su cui l’Italia continua a mostrare ritardi consistenti, come l’occupazione femminile e le politiche di welfare – aggiunge Lella Golfo -. E una delle prime e più importanti evidenze è che servono più donne nei ruoli esecutivi, in grado di incidere realmente sulle politiche e sulle strategie aziendali, ma anche di creare role model e di dirigere il cambiamento verso condizioni di parità e quindi sostenibilità del sistema Italia”.