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Spesa, i driver diventano salute sostenibilità

Più che il prezzo, sono gli aspetti legati alla salute e alla sostenibilità a guidare le scelte dei consumatori quando fanno la spesa. A tracciare ila nuova fisionomia delle abitudini di acquisto dopo il Covid è il nuovo report di Deloitte The Conscious Consumer, analisi che raccoglie il parere di oltre 17.000 consumatori in 15 Paesi europei: Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera e UK.

Un trend che si è rafforzato nell’ultimo anno

In sintesi, il rapporto evidenzia che i driver nelle scelte di acquisto sono mutati con l’emergenza sanitaria. Salute (86%) e sostenibilità (70%) costituiscono criteri di scelta sempre più strategici nell’alimentazione dei consumatori europei e italiani, un trend che si è rafforzato nel corso degli ultimi 12 mesi. I consumatori italiani si dicono più interessati all’influenza che l’alimentazione può avere sulla propria salute (69%) e hanno cambiato i propri comportamenti d’acquisto alla luce delle nuove priorità: più verdura (64%) e meno carne (51%), prediligendo prodotti locali (64%). A ciò si aggiunge anche l’aumento della preparazione dei pasti a casa (54%) e il risparmio di packaging, impiegato ad esempio nel delivery (47%).

Il prezzo resta però un fattore chiave 

Nonostante i cambiamenti in atto, che privilegiano la salute e la sostenibilità quando si fa la spesa, non si può negare che il prezzo resta sempre un fattore chiave alle scelte di acquisto dei prodotti (70%). Sebbene il peso di ciascun fattore che veicola le decisioni in fatto di spesa sia importante, la salute rappresenta il principale driver quando i consumatori si trovano a dover scegliere tra i tre. Infatti, l’80% dei consumatori italiani la predilige al prezzo e il 91% alla sostenibilità. Anche se il 61% dei consumatori dichiari che il prezzo li influenzi di più della sostenibilità, il 78% degli intervistati italiani afferma di essere disposto a pagare almeno il 5% in più per alimenti sostenibili, ma anche per generi alimentari locali (79%), biologici e fair trade (entrambi 76%). La scelta dei prodotti che meglio rispecchiano i bisogni dei consumatori passa anche dall’informazione sui temi di salute e benessere in ambito alimentare. Nell’informarsi, i consumatori italiani si affidano soprattutto agli esperti di settore e al web, seguiti dalle strutture e dal personale sanitario.“Nel giro di un anno, i consumatori italiani si sono maggiormente interessati sull’influenza che l’alimentazione può avere sulla salute. La spesa è sempre più guidata dai valori dei consumatori: ne sono la prova l’orientamento verso alimenti che siano salutari, provenienti dal territorio e preparati in casa, nel il tentativo di ridurre gli sprechi”, commenta Eugenio Puddu, Consumer Products Sector Leader di Deloitte Italia.

Isee 2022: cosa cambia?

A causa del Covid crisi la economica e il mercato del lavoro hanno ‘castigato’ le famiglie abbassando il loro reddito. Ne consegue un sensibile ridimensionamento anche del loro Isee, l’Indicatore della situazione economica equivalente. Nel 2022 si stima quindi un boom di richieste sia perché ci saranno alcune agevolazioni per le quali l’Isee non era previsto sia perché la platea degli aventi diritto a vecchi e nuovi bonus dovrebbe allargarsi. Come ricorda laleggepertutti.it, ci sarà poi un altro modo di calcolare la dichiarazione sostitutiva unica che porta alla definizione dell’Indicatore. 

Come ottenerlo?

L’Isee stabilisce la ricchezza di un nucleo familiare attraverso i dati relativi al reddito e al patrimonio dei componenti del nucleo e tiene conto di altri fattori, come la presenza di eventuali portatori di handicap. Questo indicatore viene richiesto per numerose prestazioni socio-assistenziali, cioè per avere diritto a bonus e detrazioni. Per ottenere l’Isee è possibile rivolgersi a un centro di assistenza fiscale (un Caf), o accedere con il proprio Spid al sito dell’Inps e compilare la dichiarazione sostitutiva unica (Dsu) per la richiesta dell’Isee.

Si allarga il numero delle prestazioni

Dal 2022 viene allargato il numero delle prestazioni per le quali l’Isee sarà richiesto come requisito indispensabile per poterne beneficiare. Tre le prestazioni per le quali, finora, veniva richiesto l’Isee a una determinata soglia a seconda del bonus o della detrazione in oggetto, rientravano il reddito di inclusione (Rei), il reddito di cittadinanza, la pensione di cittadinanza, le prestazioni socio-sanitarie, la riduzione della tariffa per mensa scolastica e asilo nido, il bonus per i libri scolastici, la riduzione per tasse universitarie e borse di studio, il bonus per luce, gas e acqua, la riduzione per la tassa rifiuti, il bonus bebè. A queste prestazioni dal 2022 si aggiungono l’assegno unico dei figli, il superbonus 110% per le villette (limite a 25mila euro), e il bonus sull’acquisto della prima casa per gli under 36 (limite a 40mila euro).

Arriva l’assegno unico sui figli 

Per ottenere l’Isee dal 2022, alcuni passaggi resteranno identici a quelli previsti in passato, mentre altri vengono modificati. Si parte sempre dall’individuazione del numero dei componenti del nucleo familiare su cui calcolare l’indicatore. Il riferimento è quello della famiglia anagrafica al momento della presentazione della Dsu, e i figli vengono calcolati nell’Isee del genitore con cui convivono, anche se risultano fiscalmente a carico dell’altro genitore. Ma l’arrivo dell’assegno unico sui figli porterà in alcuni casi delle novità sul concetto di nucleo familiare, e quindi, sul calcolo dell’Isee. Finora, l’assegno familiare (Anf) aveva come riferimento il reddito e non l’Isee del richiedente, che poteva essere un solo genitore. Con il nuovo assegno unico il discorso cambia. Essendo necessario l’Isee, infatti, andranno sommati i redditi e i patrimoni mobiliari e immobiliari di entrambi i genitori.

Cambio di scenario, nei supermercati più prodotti vegetariani e veg

Da anni ragioni etiche e ambientaliste determinano l’aumento di chi si orienta verso regimi alimentari vegetariani e vegani, oppure, a un regime flessibile in cui lo spazio per i prodotti di origine animale è molto ridotto rispetto a prima. Un’ottica interessante per leggere il nuovo fenomeno è l’analisi dei volantini e dei cataloghi digitali dei supermercati. E osservando l’aumentato spazio dedicato al settore vegan in questi ambiti la ricerca di Tiendeo.it, società che opera nei servizi drive-to-store per il settore retail, ha preso in esame i dati degli ultimi tre anni relativi alle ricerche di carne e di frutta e verdura, oltre a quelle specifiche di prodotti vegani. I risultati della ricerca sono quindi uno specchio della tendenza globale a promuovere un consumo responsabile, recuperando abitudini alimentari che includano alternative vegetariane e al tempo stesso nutritive.

Crescono le ricerche di frutta e verdura

Secondo i dati della FAO, nella seconda metà del XX secolo il consumo di carne si è moltiplicato per cinque a livello mondiale (1950: 45 milioni di t/anno, 2000: 233 milioni di t/anno), ma ora si assiste a un’inversione di tendenza. I consumatori ricercano infatti in modo crescente frutta e verdura. Dall’analisi di Tiendeo.it nel 2021 si registra infatti un aumento del 59% rispetto al 2019. Per quanto riguarda la carne, nel 2020 si registra invece una diminuzione del -7% nelle ricerche dei consumatori, mentre nel 2021 il salto è stato decisamente importante, con un crollo del 38% rispetto ai dati del 2019.

Moltiplicano le offerte di prodotti vegetariani e vegani 

Sono molti i consumatori che introducono alimenti vegetariani e vegani all’interno della propria alimentazione, e i retailer lo sanno. Non a caso nell’intervallo tra settembre 2020 e settembre 2021 la crescita di promo di prodotti vegetariani e vegani all’interno dei volantini dei retailer è del 182%. Sono dati che fanno riflettere, e che stanno portando a uno spostamento degli interessi dei consumatori, dettati soprattutto da scelte responsabili in fatto di consumi e alimentazione. A generare preoccupazioni nei consumatori è soprattutto l’impronta idrica della produzione di prodotti animali, ovvero il volume totale di acqua dolce impiegata per produrre un prodotto, riporta Ansa.

Preoccupa l’impronta idrica della produzione di prodotti animali

Di fatto, l’impronta idrica della carne di manzo è di 15.400 litri per kg, mentre quella del pomodoro è di 200 litri per kg. Secondo l’UNESCO-IHE Institute for Water Education, per produrre un grammo di proteine da carne bovina occorre una quantità di acqua 6 volte superiore a quella necessaria per produrre un grammo di proteine da legumi. Ma non è tutto, perché tutto ciò ha ripercussioni anche sulla deforestazione, la degradazione del suolo e sulle di emissioni di CO2. Per avere un’idea dell’impatto delle nostre abitudini alimentari sulla produzione di gas serra, basti pensare che le principali 20 aziende zootecniche del mondo emettono in totale 932 milioni di tonnellate di CO2, ovvero più di quanto emesso da stati come Regno Unito, Germania o Francia.

I media post-pandemia: cresce la tv, boom di Internet, smartphone e social

Nel 2021 crescono l’uso tradizionale della televisione e quello innovativo, e se la radio continua a rivelarsi all’avanguardia all’interno dei processi di ibridazione del sistema dei media, è boom di Internet, smartphone e social network. La pandemia ha prodotto un’accelerazione del paradigma biomediatico, e  nel 2021 la fruizione della televisione ha conosciuto un incremento rilevante, sia per effetto dell’aumento dei telespettatori della tv tradizionale e della tv satellitare, sia della tv via Internet e della mobile tv.  Il digitale terrestre segna infatti un +0,5% rispetto al 2019, web tv e smart tv salgono al 41,9% di utenza, e la mobile tv passa dall’1,0% di spettatori nel 2007 a un terzo degli italiani nel 2021 (33,4%).

Più utenti per tutti i media tranne la radio tradizionale

Secondo i dati del 17° Rapporto sulla comunicazione del Censis, dal titolo I media dopo la pandemia, complessivamente, nel 2021 i radioascoltatori italiani sono il 79,6%, ma se la radio tradizionale perde il -2,1% di utenza e l’autoradio il 3,6%, aumenta l’ascolto delle trasmissioni radiofoniche via internet con il pc (20,2%, +2,9%) e attraverso lo smartphone (23,8%, +2,5%). Quanto a internet, si registra ancora un aumento: l’utenza ha raggiunto quota 83,5% (+4,2% rispetto al 2019). L’utilizzo degli smartphone sale invece all’83,3% (+7,6% sul 2019), e lievitano al 76,6% gli utenti dei social network (+6,7%).

Il lockdown, i libri e le piattaforme online

Se si considera che chi ha letto più di 3 libri all’anno costituisce il 25,2% della popolazione, pare che il lockdown abbia prodotto un riavvicinamento alla lettura. Nel 2021 i lettori di libri sono infatti il 43,6% (+1,7% rispetto al 2019), e quelli di e-book l’11,1% (+2,6%), mentre si accentua la crisi ormai storica dei media a stampa. Quanto alle piattaforme online, tra i giovani (14-29 anni) c’è stato un ulteriore passo in avanti nel loro impiego: il 92,3% utilizza WhatsApp, l’82,7% YouTube, il 76,5% Instagram, il 65,7% Facebook, il 53,5% Amazon, il 41,8% le piattaforme per le videoconferenze, il 36,8% Spotify, il 34,5% TikTok, il 32,9% Telegram, il 24,2% Twitter. Anche tra chi ha 65 anni e oltre l’impiego di internet sale dal 42,0% al 51,4% del 2021 e gli utenti dei social media aumentano dal 36,5% al 47,7%.

Spesa per i consumi mediatici, più telefoni e pc, meno servizi di telefonia 

L’andamento della spesa delle famiglie per i consumi mediatici tra il 2007 e il 2020 evidenzia un’asimmetria. Se il valore dei consumi complessivi ha subito una drastica flessione, senza mai tornare ai livelli precedenti la crisi del 2008, la spesa per l’acquisto di telefoni ed equipaggiamento telefonico, ad esempio, segna un incremento del +450,7%, per un ammontare di 7,2 miliardi di euro solo nell’ultimo anno. La spesa dedicata all’acquisto di computer, audiovisivi e accessori cresce invece del +89,7%, i servizi di telefonia si assestano al -21,1%, (14,6 miliardi nel 2021), e la spesa per libri e giornali crolla al -45,9%.

Per 7 italiani su 10 il caffè è un piacere della vita

Il caffè è un rito irrinunciabile per gli italiani: la conferma arriva dalla seconda edizione dell’indagine Gli italiani e il caffè, condotta da AstraRicerche per conto del Consorzio Promozione Caffè. Il 97% degli intervistati afferma di bere caffè o bevande a base di caffè, e per oltre la metà (54%) il consumo è di tre o più tazzine al giorno, con un aumento significativo nella fascia 18-35 anni. Per il 72,5% degli intervistati il caffè è uno dei piaceri della vita, mentre per oltre il 75% è un punto di forza del Made in Italy. Pur continuando a essere un momento di relax (75%), il caffè è sempre più apprezzato per le sue qualità “energizzanti”. Oltre ad aiutare la concentrazione e il risveglio (73,3%), la tazzina rappresenta per molti il vero inizio della giornata (40,8%), e il modo ideale per ritrovare la carica e la voglia di fare (39%).

I luoghi di consumo: la casa e il bar

La casa si conferma il luogo più amato per bere il caffè: su 100 caffè, 57 sono consumati tra le mura domestiche. Ma è tornata più forte di prima anche la voglia di bere un caffè al bar, luogo di chiacchierare (26,1%), rito mattutino (31,5%), e un modo per sostenere l’economia e i piccoli esercenti (41%). E se gli italiani stanno tornando con fiducia al bar, il 29,8% dichiara di aver bevuto più caffè al bar nei mesi di giugno e luglio, e il 21,3% afferma di esserci andato più spesso rispetto al periodo pre-Covid.

Capsule, cialde ed e-commerce

Se un terzo degli italiani sceglie la moka per preparare il caffè (31,5%, -5,7% rispetto al 2020), capsule e cialde sono preferite dal 43% (+3,6% rispetto al 2020). I motivi di tanto successo? Sono comode da preparare (77%), hanno un ottimo gusto (62%), e per un italiano su due hanno un giusto rapporto qualità prezzo. A sceglierle sono soprattutto gli intervistati tra i 45 e i 55 anni, mentre la moka continua a esercitare un grande fascino tra le donne e gli over 55. Gli italiani hanno poi iniziato a sperimentare l’e-commerce anche per il caffè. Più di due consumatori su tre (69,6%) hanno fatto acquisti sia sui grandi marketplace sia sugli e-store specializzati, o attraverso il servizio della ‘spesa a casa’. 

Caffè e benessere secondo la scienza

“Una vasta letteratura evidenzia i numerosi benefici associati a un moderato consumo di caffè su importanti aspetti della fisiologia umana – dichiara il professor Luca Piretta, Nutrizionista e Gastroenterologo dell’Università Campus Bio-Medico di Roma – dalla memoria alla concentrazione, dalla performance fisica al rallentamento del fisiologico declino cognitivo legato all’età, dalla riduzione del rischio di malattie neurodegenerative, come il morbo di Alzheimer e la malattia di Parkinson, a una forte azione preventiva e protettiva nei confronti del diabete di tipo 2 e di alcune malattie del fegato”.

In Italia torna l’ottimismo sul futuro. Anche grazie alle vittorie nello sport

Torna l’ottimismo in Italia, e non sono solo per le vittorie nello sport, dal campionato europeo di calcio alle Olimpiadi e il tennis, ma soprattutto per la ripartenza del Pil, che a settembre 2021 rende ottimisti sulle prospettive future. Tutto questo, nonostante le polemiche “no vax” e le incertezze che permangono nel quadro sanitario. Nell’ultimo trimestre dell’anno il PiL è infatti cresciuto del 2,7%, proiettando al rialzo le aspettative di chiusura dell’anno. A inizio 2021 il Fondo Monetario Internazionale stimava una crescita 2021 per l’Italia del 4,2%, mentre a luglio la stima è diventata 4,9%. La stima Istat è invece passata da 4,0% a 4,7%, quella di The European House – Ambrosetti da 4,0% a 4,9%, quella della Commissione Europea è passata da 3,4% a 5,0% e quella della Banca d’Italia da 3,5% a 5,1%.

Un indicatore che misura la fiducia delle imprese

Per misurare la fiducia delle imprese, The European House – Ambrosetti, a partire dal 2014 ha sviluppato un indicatore che misura la situazione attuale del business, le prospettive del business a sei mesi, le prospettive dell’occupazione e sempre a sei mesi le prospettive degli investimenti. Ogni misurazione va da una scala da -100 a 100, dove -100 è il valore che indica il massimo pessimismo e 100 il valore associato al massimo ottimismo. E secondo l’indicatore la fiducia attuale delle imprese è al massimo storico, a 70,6, più del doppio della valutazione di giugno (30,2). Rispetto al settembre 2020, quando l’Indicator era pari a -21,1, siamo in “un’era geologica” diversa. Un’accelerazione di ottimismo simile non l’avevamo mai registrata prima.

Prospettive positive su situazione occupazionale e investimenti

Le aspettative legate alla situazione occupazionale rilevate nell’Ambrosetti Club Economic Indicator restano positive (40,5), sugli stessi livelli della precedente rilevazione, ma comunque su valori molto elevati, non solo rispetto al periodo pandemico, ma anche rispetto agli anni precedenti. 
Ma anche la prospettiva sugli investimenti delle imprese registra il proprio record storico (62,7). È chiaro che i problemi ci sono, e che gli strascichi della crisi del 2020 non spariscono da un anno con l’altro. Nel 2020 più di due milioni di famiglie, il 7,7% del totale, risultavano in povertà assoluta, partendo dal 6,4% del 2019.

Il Next Generation EU e il PNRR

I 22,3 milioni di occupati, ad aprile 2021, sono sicuramente un valore in crescita rispetto ai mesi precedenti (+0,6% rispetto ad aprile), ma sono comunque un milione in meno rispetto agli occupati ad aprile 2019. Ma l’arrivo del prefinanziamento di Next Generation EU dà materialmente l’avvio al nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Questa è la partita sulla quale si giocano le possibilità di rimanere agganciati alle economie più avanzate. E la collaborazione fra istituzioni, imprese e parti sociali è cruciale.

Mutui per under 36: risparmi fino a 22.500 euro

Il mondo bancario risponde alla chiamata del Governo in favore dei giovani che vogliono comprare casa. Tanto che alcuni dei principali istituti di credito hanno lanciato mutui al 100%, destinati a chi ha meno di 36 anni, con tassi fissi che partono dall’1,10% (Taeg), un valore ai minimi storici. Secondo le simulazioni di Facile.it, grazie a queste condizioni giovani possono risparmiare decine di migliaia di euro in interessi. Ipotizzando un mutuo fisso al 100%, di importo pari a 126.000 euro da restituire in 25 anni, il miglior Taeg disponibile online per un under 36 è pari a 1,10%, con una rata mensile di 477,72 euro. Un solo mese fa, per la stessa operazione, il miglior Taeg disponibile online era pari a 2,46% e la rata era di 552,65 euro. Il risparmio è quindi di quasi 900 euro l’anno, circa 22.500 euro per l’intera durata del finanziamento.

Comprare casa senza anticipo né intervento di garanti terzi

“Gli incentivi introdotti dal Governo e l’impegno concreto da parte delle banche hanno reso possibile qualcosa che fino a poche settimane fa sembrava impensabile – afferma Ivano Cresto, Managing Director prodotti di finanziamento di Facile.it – oggi un under 36 può davvero comprare casa senza alcun anticipo né l’intervento di garanti terzi”.
Ma se è vero che in alcuni casi i cosiddetti mutui under 36 sono destinati esclusivamente ad aspiranti mutuatari con reddito Isee inferiore ai 40.000 euro, dall’altro ci sono istituti di credito che pongono come unico limite quello dell’età del richiedente e dell’importo massimo erogabile, che normalmente arriva fino a 250.000 euro.

Esenzioni, garanzie e credito d’imposta

Oltre a queste condizioni, gli under 36 alle prese con l’acquisto della prima casa possono beneficiare anche delle novità introdotte dal Governo, tra cui l’ampliamento fino all’80% della garanzia concessa dal Fondo Consap, e di diverse esenzioni, tra cui la cancellazione delle imposte di registro, ipotecaria e catastale, l’eliminazione dell’imposta sostitutiva sui finanziamenti, e in caso di compravendita soggetta a Iva, il riconoscimento di un credito di imposta da recuperare attraverso la dichiarazione dei redditi.

A giugno salgono al 40% le richieste di finanziamenti

Come evidenzia l’osservatorio congiunto Facile.it – Mutui.it, nel primo semestre 2021 gli under 36 rappresentavano il 34,3% di chi presentava domanda, valore in crescita del 12,3% rispetto al 2020. Un dato che secondo le previsioni di Facile.it è destinato a crescere nei prossimi mesi, non solo grazie agli incentivi introdotti dal Governo, ma anche in funzione della nuova offerta degli istituti di credito rivolta a questo target. Nel solo mese di giugno, quando si è iniziato a parlare degli incentivi, la domanda di finanziamenti da parte degli under 36 è arrivata a quasi il 40% del totale richieste.

Il 93% dei professionisti italiani vorrebbe lavorare per un’azienda estera, ma vivendo in Italia

Vuoi mettere il valore di un’esperienza professionale fatta per un’azienda estera e in più la comodità di non doversi neppure trasferire? Ecco la prospettiva a cui puntano moltissimi lavoratori italiani, in prevalenza manager e professionisti di vari settori. Non più solo un miraggio, però: oggi infatti è possibile collaborare con realtà estere senza nemmeno dover uscire di casa. E’ questo uno degli effetti positivi portati dalla diffusione massiccia dello smart working, che di fatto ha annullato il teorema lavoro=ufficio. Un’opzione impensabile anche solo fino a pochi mesi fa. Da una recente indagine di Wyser è così emersa la volontà, tra numerosi lavoratori, di avere un rapporto di lavoro con aziende internazionali ma dall’Italia: a dirlo è il 93% dei rispondenti su un campione di oltre millecinquecento persone. Le motivazioni sono molte e varie: per vivere un’esperienza internazionale senza allontanarsi dalla famiglia, per esplorare nuove prospettive e metodologie, per affrontare nuove sfide, per aiutare l’ambiente riducendo gli spostamenti casa-ufficio o anche per ridurre il tasso di disoccupazione.

Un’opportunità che annulla le distanze

“La dematerializzazione del luogo di lavoro apre a nuove e stimolanti opportunità per la carriera dei professionisti italiani. La possibilità di sviluppare e mantenere rapporti di lavoro da e per l’estero rappresenta una fonte di arricchimento non solo dal punto di vista professionale ma anche personale”, commenta Carlo Caporale, amministratore delegato di Wyser Italia. Che aggiunge: “L’avanzamento tecnologico che consente ai manager di continuare ad esplorare le potenzialità legate al lavoro da remoto era già in parte diffuso nei settori finance e insurance, management, professional service e it, oggi si allarga anche ad altri ambiti. In questo contesto globale, diventa necessario per il candidato poter contare su un head hunter con una profonda conoscenza dei mercati locali, che possa quindi guidarlo nel suo percorso di carriera e individuare opportunità inaspettate”.

Sia rimanendo in Italia… sia all’opposto

Si tratta di una tendenza a livello internazionale: secondo uno studio di McKinsey, il 52% dei dipendenti desidera un futuro lavorativo più flessibile. Quindi, oltre ai professionisti che desiderano collaborare con aziende estere pur rimanendo in Italia, esiste una percentuale di lavoratori che vorrebbe vivere all’estero e operare però per un’impresa italiana. Per il 42% degli intervistati, la Spagna è la destinazione oltre confine più popolare, seguita dal Regno Unito (31%) e dalla Francia (11%). Il restante 16% non punta solo a destinazioni europee come Portogallo, Irlanda o Germania, ma include anche Paesi lontani  come Cina, Indonesia o Stati Uniti. Questa scelta dipende non solo da fattori prettamente professionali, ma anche culturali e dallo stile di vita del Paese in questione, che per il 71% degli intervistati è il principale fattore di valutazione.

Estate 2021, i turisti stranieri tornano in Italia

Fra giugno e settembre 2021 sono oltre 25 milioni i pernottamenti stimati dei turisti provenienti da Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti in Italia. Oltre la metà di loro (55,4%) ha infatti deciso di andare in vacanza nei prossimi mesi, e il 5% ha scelto l’Italia. Per il nostro sistema ricettivo alberghiero ed extra-alberghiero questo si tradurrebbe in 7,2 milioni di arrivi e 25,1 milioni di presenze, con un incremento rispettivamente pari al 29,2% e al 15,3% rispetto all’estate del 2020. È quanto emerge da un’anticipazione dell’indagine realizzata da Demoskopika per conto del Comune di Siena sui consumi turistici degli stranieri. Che quest’estate sceglieranno di soggiornare soprattutto in cinque regioni: Trentino-Alto Adige, Toscana, Sicilia, Puglia e Lombardia.

Oltre 12 milioni scelgono l’Italia per le vacanze estive

Sono 12,3 milioni gli arrivi stimati nelle strutture ricettive italiane per i mesi estivi dell’anno in corso. In particolare, a optare per l’offerta ricettiva “tradizionale”, legata al comparto alberghiero ed extra-alberghiero, poco più di 7,2 milioni di turisti, con un incremento stimato del 29,2% rispetto allo stesso arco temporale dello scorso anno. Andamento in crescita anche per le presenze generate: 25,1 milioni di pernottamenti rispetto alle 21,8 milioni notti dell’estate dello scorso anno, con un incremento pari al 15,3%. Sul versante opposto, un più che significativo 44,6% però ha già rinunciato alle vacanze.
I motivi? Il timore di viaggiare (17,7%), l’impossibilità economica (14,6%) o l’aver già rinunciato, al di là dell’emergenza sanitaria (12,2%).

Mare, montagna e città d’arte in cima al diario di viaggio

Se circa la metà del campione opta per il mare (48,4%) o per mete esotiche (3,9%), il 15,1% sceglie la montagna, il 12,3% le città d’arte, cultura e borghi, e l’8% la “campagna, agriturismo”. 
Grandi città o vacanza al lago sono stati indicati rispettivamente dal 5,4% e dal 4,9% del campione, e chiude il diario di viaggio, la quota dei turisti che ha individuato il prodotto “terme e benessere” (1,8%). Quasi 6 turisti stranieri su 10, inoltre, concentreranno la loro villeggiatura nel mese di luglio (25,7%), e agosto (32,7%). Significativo però anche il dato di chi ha indicato i giorni di settembre (19,9%) e di giugno (12,3%).

In vacanza con i tuoi, ma 1 su 10 sarà “solitario”. 

Il 77,3% del campione fa prevalere la tradizione, e andrà in vacanza con il partner (43,8%) o con altri componenti della famiglia (33,5%), ma a villeggiare da solo sarà un 9,8%, e a partire con un gruppo di amici l’8,3%. La vacanza durerà circa 7 o 8 giorni (36,4%) o un periodo di due settimane (31,1%).
Turisti quasi divisi a metà poi sulle modalità di pernottamento durante le vacanze nel Belpaese. Se da un lato il 58% è orientato sull’offerta ricettiva alberghiera (44%) o extra-alberghiera (14%), dall’altro il 42% ha indicato soluzioni “fai da te”, o meno tradizionali, quali la “casa presa in affitto” (19,3%), o una “casa di proprietà della famiglia” (9,2%), o ancora, “ospite da parenti e amici” (7,3%).

Casa più multitasking, italiani condividono smart working con familiari

Con la pandemia, da spazio adibito al relax la casa è diventata anche un ufficio, talvolta anche con postazioni improvvisate in angoli del salotto o in cucina. Ma è diventata anche sempre più multitasking, tanto che nell’ultimo anno il 63,6% degli italiani ha condiviso con familiari o conviventi momenti di smart working. Ma com’è vivere da smart worker, oppure con chi lo fa, anche saltuariamente?
Alla domanda risponde la nuova indagine InfoJobs, che attraverso le risposte di 5.000 utenti ha svelato come l’aver affiancato involontariamente familiari o coinquilini anche nella loro sfera professionale ha contribuito a far comprendere maggiormente il loro lavoro.

Condividere lo stress da lavoro

Di fatto, dalle risposte emerge che si sono capite cose che prima proprio non si sapevano del lavoro altrui (30%) o perché prima di questa “prova” ci si immaginava una realtà professionale molto diversa da quella reale (15,4%). Di contro, per il 28,8%, la vita lavorativa è stata invece confinata senza osmosi con quella privata, complici gli spazi molto ben separati. Ma se il connubio casa-lavoro altrui c’è stato, si è rivelato molto utile soprattutto per far comprendere diversi aspetti, come le capacità professionali e il valore delle persone care nel luogo di lavoro (36%), poter rispondere finalmente alla domanda: “ma tu… alla fine, che lavoro fai?” (26,7%), o semplicemente comprendere motivi di stress da lavoro e preoccupazioni che manifesta chi vive insieme (20,5%), così come le dinamiche interne e le relazioni con i colleghi (16,8%).

La nuova normalità ha creato un terreno fertile per nuovi argomenti di confronto

Sia che si tratti di una relazione affettiva o di semplici coinquilini, aver provato la vita “smart”, ha certamente avuto un impatto sui rapporti interpersonali. Per il 31,5% ha permesso di avere più tempo da trascorrere insieme, riuscendo a conciliare le esigenze e facendo cose prima irrealizzabili, come pranzi o colazioni a prova di spot tv. La nuova normalità ha creato un terreno fertile per nuovi argomenti di confronto e scambio (21,7%), ma ha anche rafforzato la complicità (21,3%). Ovviamente in tutto questo c’è anche un lato oscuro: per il 19% la gestione degli spazi è stata resa decisamente complessa.

La difficoltà di organizzare tempi e spazi per non intralciare o intralciarsi

Complessità che si manifestano in particolare (44,4%) nella difficoltà di godere in libertà dello spazio domestico senza timore di presenziare inconsapevoli nelle videocall altrui o di disturbarle con i “rumori della vita” in sottofondo. Per il 28,9%, riporta Adnkronos, il problema maggiore è stata la necessità di organizzare tempi e spazi per non intralciare o intralciarsi. Potrebbe poi sembrare che i litigi e le discussioni lavorative impattino con più facilità la vita privata quando entrambe sono sotto lo stesso tetto, ma è di questa opinione solo il 9,6%.