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Paradosso giovani: calano di numero, ma non trovano lavoro

I giovani italiani calano numericamente, ma non riescono a trovare lavoro: è il cosiddetto ‘paradosso giovani’. Senza un dialogo strutturale fra scuola e imprese e nuove politiche di accompagnamento nelle fasi di transizione, non si riuscirà a garantire alle nuove generazioni un’offerta di lavoro non precario. È quanto è emerso durante un dibattito relativo all’ultimo numero dell’Osservatorio Cida-Adapt dedicato al lavoro giovanile.
“L’Osservatorio trimestrale sul mondo del lavoro – spiega Mario Mantovani, presidente di Cida, confederazione dei dirigenti pubblici e privati – nasce dall’esigenza di una lettura non convenzionale dei dati statistici per avere una visione delle dinamiche occupazionali più aderente alla realtà e fornire ai manager uno strumento utile ai loro processi decisionali e organizzativi”.

Le ‘medie’ statistiche sono poco adatte a leggere una realtà molto differenziata

“I dati – aggiunge Mantovani – una volta ‘spacchettati’ e analizzati mostrano, ad esempio, la scarsa affidabilità delle ‘medie’ statistiche, poco adatte a leggere una realtà molto differenziata sul territorio. Nell’Osservatorio ci si è concentrati sulla fascia d’età 25-34 anni, perché in quella precedente, 15-24 anni, l’incidenza di chi studia è troppo alta per poterne ricavare dati realistici su disoccupazione e precariato”.

In 10 anni i 25-34enni sono diminuiti di circa un milione

“In 10 anni, dal 2010 al 2020, la coorte dei 25-34enni è diminuita di circa un milione di unità – ribadisce Mantovani -. Una tendenza che non sembra arrestarsi e che, comunque, può essere invertita solo in un lungo arco di tempo. Normalmente, meno giovani domandano lavoro, più dovrebbe essere facile trovarlo. È qui che troviamo il ‘paradosso’ del lavoro giovanile, visto che il nostro tasso di occupazione in quella fascia d’età è troppo basso nel confronto con i partner europei: insomma i giovani diminuiscono, ma l’attuale mercato del lavoro non riesce ad assorbirli. Lavoro giovanile scarso e anche caratterizzato da un’alta incidenza di contratti a termine che tende a renderlo sostanzialmente precario e poco pagato”.

Riallacciare il dialogo fra scuola e lavoro e investire sulla formazione

“Come Cida – sottolinea Mantovani – esortiamo il decisore politico a intervenire su queste basi, su questi dati rappresentativi di una realtà che spesso sfugge a un’analisi superficiale. I numeri indicano le strade da seguire: riallacciando il dialogo fra scuola e lavoro, gestendo le fasi di transizione, investendo sulla formazione continua che deve accompagnare tutto l’arco della vita lavorativa. Come manager, siamo consapevoli di quanto sia importante la qualità del lavoro che va perseguita investendo sulle risorse umane e che va adeguatamente retribuita. Anche quello delle retribuzioni, infatti, è un tema che va messo al centro di quel ‘patto sociale’ proposto dal Governo: l’Italia non può essere un Paese ‘low cost’ con lavoro poco qualificato, sostanzialmente privo di formazione, distante dal mondo dell’università e della ricerca e poco retribuito”.

Stare bene, una questione vitale

Per poter vivere con pienezza e soddisfazione la propria vita, ‘stare bene’ è una questione vitale.
L’indicatore raccolto nello studio Benessere, elaborato dalla piattaforma Knowledge Building di Eumetra, misura l’andamento relativo al benessere e soddisfazione degli italiani. E nelle rilevazioni degli ultimi due anni, a fronte di una porzione sostanzialmente residuale di popolazione che si dichiara ‘pienamente soddisfatta’ della propria vita, peraltro in ulteriore contrazione, aumenta quella che assegna un valore di soddisfazione alla propria vita appena sufficiente, o al di sotto della sufficienza.
Da oltre due anni stiamo vivendo un periodo funestato da emergenze sanitarie, e di recente, anche belliche, che inevitabilmente hanno inciso e tuttora incidono sulla qualità della vita. 

Più colpita la popolazione femminile

Questa rappresentazione conterrebbe già di per sé indicazioni allarmanti, soprattutto a fronte del prolungarsi e dell’aggravarsi delle emergenze esterne generate nel corso del 2022. Occorre tuttavia approfondire, dal momento che i dati richiedono di prestare attenzione anche alle dinamiche sociodemografiche interne a questo disagio crescente. In primo luogo, il fenomeno risulta colpire in misura più significativa la popolazione femminile, già in partenza meno soddisfatta di quella maschile, che pur in flessione, si stabilizza su valori più alti. In un’ipotesi di proiezione futura che pare probabile, ovvero qualora l’edizione 2022 dello studio confermi la tendenza in atto, sarà necessario fare alcune riflessioni di carattere sociale ed economico.

Un progressivo ‘affaticamento’ per i 35-55enni

La fascia di popolazione che risulta particolarmente interessata da questo progressivo ‘affaticamento’, è quella di età tra i 35 e i 55 anni, che registra in assoluto i valori peggiori di soddisfazione per la propria vita. Proprio quella che idealmente dovrebbe corrispondere a individui dalla massima capacità produttiva, reddituale, e di spesa. Al contrario, i più giovani e i meno giovani, in questo momento complicato, attribuiscono alla loro vita un livello di soddisfazione maggiore rispetto a quello assegnato da chi si trova nel ‘cuore’ della propria vita. Pur attraversando per ragioni totalmente diverse stagioni della vita caratterizzate da un’elevata incertezza nel futuro (per i più giovani difficoltà relazionali, e per i più anziani, problemi di salute), mostrano più resilienza rispetto alla fascia centrale di età.

Quando mancano le condizioni per vivere il presente e progettare il futuro

Si tratta di segnali di disagio crescenti, e rispetto ai quali si possono certamente ipotizzare diverse determinanti per le quali, allo stesso tempo, non sembrano disponibili almeno nell’immediato risposte o soluzioni dirette. Ecco perché Eumetra ha iniziato a ragionare dell’importanza dello stare bene.
‘Sentire’ di disporre al massimo delle proprie risorse, mentali, fisiche, affettive, sociali, e lavorative, è condizione per vivere il presente e progettare il futuro liberamente, secondo le legittime aspirazioni e negli ambiti concessi dalle situazioni individuali. Una condizione che riguarda tutti e allo stesso tempo ognuno, secondo le proprie individualità, situazioni, reazioni soggettive al contesto, ed è condizione esistenzialmente critica. Si fa cioè più importante, ma più complicata, in epoche caratterizzate da continue emergenze.

PNRR, solo 1 impresa su 3 è pronta

Il PNRR è una grandissima occasione per l’imprenditoria italiana, ma solo una impresa su 3 è pronta a cogliere le opportunità delle nuove risorse espressamente dedicate al sistema produttivo dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, come transizione 4.0 ed economia circolare. Il 16%, infatti, si è già attivato per aderire ai progetti del Piano, mentre un altro 13% ha in programma di farlo. Ma più del 70% è fermo al palo, senza, al momento, interessarsi alle molteplici occasioni di sviluppo che si stanno aprendo. E’ quanto mostra una indagine diffusa da Unioncamere con dati elaborati dal Centro studi Guglielmo Tagliacarne.

Obiettivo far conoscere alle Pmi le opportunità del piano

“I dati confermano la necessità di lavorare per diffondere e far conoscere alle imprese, soprattutto quelle più piccole, le misure messe in campo dal Governo nel green e nel digitale”, ha sottolineato il presidente di Unioncamere, Andrea Prete. “L’80% delle imprese di minori dimensioni non ha nemmeno in programma di avvalersi di queste risorse, contro il 50% delle aziende medio grandi.  Le Camere di commercio hanno ben in mente come farsi parte attiva per lo sviluppo del Paese e contribuire al cambiamento innescato dal PNRR: possiamo essere uno strumento prezioso per fare conoscere alle imprese le enormi opportunità legate alle nuove risorse e per mettere a terra molte delle misure chiave previste nel Piano”. 
“Inoltre – ha ribadito Prete – una indagine del Centro studi Tagliacarne rivela che una riduzione di un terzo del tempo dedicato dalle risorse umane interne alle imprese agli adempimenti burocratici, reimpiegato nelle attività produttive, comporterebbe un aumento della produttività aziendale tra il +0,5% e il +1,1%. “Per questo – ha concluso – stiamo lavorando attivamente per definire proposte concrete che possano contribuire in tempi rapidi al processo di semplificazione di cui abbiamo davvero bisogno”.

Le ragioni dell’incertezza

D’altro canto, sulla situazione attuale incide certamente anche il clima di incertezza legato allo shock della guerra in Ucraina. Per quasi 9 imprese su 10 l’impatto del conflitto in corso sarà alto, soprattutto a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime e semilavorati. Quasi una impresa su 2 ha problemi di approvvigionamento di materie prime e una su 5 di approvvigionamento di energia.  L’aumento dell’incertezza incide sulla natalità delle imprese: le ultime indicazioni sulle iscrizioni al Registro delle Camere di commercio mostrano che quando il clima di fiducia si riduce di un punto, la natalità delle imprese si contrae di mezzo punto. Negli ultimi due anni (2020-2021) sono state create 81mila imprese in meno rispetto al livello pre-pandemia del 2019, di cui 26mila in meno giovanili e 32mila in meno femminili.

Gli italiani scelgono la pace o preferiscono l’aria condizionata?

Tra la pace e il fresco dell’aria condizionata cosa scelgono gli italiani? All’alternativa posta dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?”, la maggior parte dei nostri connazionali non ha dubbi, e sembra disposta a spegnere il condizionatore.
Questo è quanto emerge dall’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat, e realizzata su un campione rappresentativo della popolazione nazionale. In particolare, alla domanda posta da Draghi il 73% degli italiani che posseggono un condizionatore ha dichiarato di essere disposto a spegnere il condizionatore per tutta la durata dell’estate, se questa scelta potrebbe aiutare il Paese a raggiungere l’indipendenza dal gas russo.

Ridurre l’uso di energia elettrica e gas per raggiungere l’indipendenza energetica

Non è tutto, l’indagine di Facile.it ha messo in evidenza anche un altro aspetto, ovvero qualora il Governo lo richiedesse, il 56% degli intervistati sarebbe disposto anche a ridurre l’uso personale di energia elettrica e gas in casa propria. Questo, per aiutare l’Italia a raggiungere l’indipendenza energetica dalla Russia.

Over 65 e 18-24enni sono i più inclini a fare sacrifici

I più inclini a fare sacrifici, forse perché hanno già vissuto anni di austerity, sono risultati essere gli over 65, con il 60% di risposte positive, e gli intervistati con età compresa tra i 55 e i 64 anni, con il 62%. Curiosamente, però, anche i giovani con età compresa tra i 18 e i 24 anni nel 59% dei casi hanno risposto positivamente, forse perché più attenti alle tematiche ambientali rispetto alle generazioni più mature. Se quindi, da un lato, più di 21 milioni di cittadini italiani sono disposti a rinunciare al condizionatore, dall’altro 8 milioni hanno affermato di non essere disposti a fare questo genere di sacrificio.

Per 8 milioni di italiani la scelta di staccarsi dal gas russo non dovrebbe gravare sulle famiglie

Ma qual è il motivo per il quale una quota di cittadini non è propensa a fare questo sacrificio? Secondo l’indagine di Facile.it, riporta Adnkronos, il 50% di chi ha dichiarato di essere contrario sostiene che “la scelta di staccarsi dal gas russo non dovrebbe gravare sulle famiglie”, mentre il 46% lo ritiene un sacrificio inutile. Qualcosa di concreto, in realtà, gli italiani sembrano averlo già fatto, tanto che 8 intervistati su 10 hanno dichiarato che da quando è iniziato il conflitto in Ucraina hanno cercato di consumare meno energia elettrica e gas, non fosse altro per risparmiare sulle bollette. Questa, in particolare, la motivazione per il 67% degli intervistati.

Italiani, oltre il 50% non è pronto a lasciare il proprio lavoro

Il 56,2% degli occupati non è propenso a lasciare il proprio lavoro, nella convinzione che non troverebbe un impiego migliore. La percentuale sale al 62,2% tra i 35-64enni e al 63,3% tra gli operai. E’ vero che nei primi nove mesi del 2021 si registrano 1.362.000 dimissioni volontarie, con un incremento del 29,7% rispetto allo stesso periodo del 2020. Ma proprio nel 2020, quando a causa del Covid il mercato del lavoro si era paralizzato, si era verificato un picco negativo di dimissioni: solo 1.050.000 nei primi tre trimestri, ovvero -18,0% rispetto al 2019. Si conferma però un trend di più lungo periodo di crescita delle dimissioni legato all’aumento della precarietà dei rapporti di lavoro. Sono solo alcuni dei dati contenuti nel 5° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato in collaborazione con Eudaimon, leader nei servizi per il welfare aziendale, con il contributo di Credem, Edison e Michelin.

Vince il pragmatismo sulle “dimissioni al buio”

Tra i lavoratori italiani il pragmatismo vince sulla tentazione della Great Resignation, cioè le dimissioni al buio per cercare un impiego più gratificante o per fare altro. Fa più paura l’idea di ritrovarsi impantanati nella precarietà del mercato del lavoro. Eppure l’82,3% dei lavoratori (l’86% tra i giovani, l’88,8% tra gli operai) si dice insoddisfatto della propria occupazione e ritiene di meritare di più. Retribuzioni che non crescono da troppo tempo. Il 58,1% dei lavoratori ritiene di ricevere una retribuzione non adeguata al lavoro svolto. La percezione è confermata dalle statistiche ufficiali: negli ultimi vent’anni le retribuzioni medie lorde annue nel nostro Paese si sono ridotte del 3,6% in termini reali (al netto dell’inflazione), mentre in Germania sono aumentate del 17,9% e in Francia del 17,5%. Pensando alla propria occupazione, il 68,8% dei lavoratori si sente meno sicuro rispetto a due anni fa (la percentuale sale al 72,0% tra gli operai e al 76,8% tra le donne). Nell’ultimo biennio il 66,7% dei lavoratori (il 71,8% tra i millennial) ha vissuto uno stress aggiuntivo per il lavoro e il 73,8% teme che in futuro dovrà fronteggiare nuove emergenze lavorative, con impatti rilevanti sulla propria vita quotidiana. Il lavoro, insomma, non paga abbastanza, non dà le certezze del passato, è fonte di tensione.
Per il 51,3% degli occupati il proprio lavoro è molto cambiato durante la pandemia. Il digitale è stato determinante, ma non indolore. Infatti, complessivamente il 58% ha riscontrato difficoltà nell’utilizzo dei dispositivi digitali. In particolare, il 55,3% nella partecipazione ai meeting online e il 46,1% con la posta elettronica. Sullo smart working i lavoratori italiani si dividono: il 25,1% non vorrebbe farlo, il 32,9% è soddisfatto e vorrebbe proseguire, il 42% opterebbe per una soluzione ibrida.

Poco tempo libero

il 39,7% degli occupati afferma di non disporre di tempo libero in modo sufficiente (e la percentuale sale al 45,1% tra gli esecutivi), il 23% prevede un ulteriore peggioramento nel futuro.
Chiare le richieste dei lavoratori alle aziende: il 91,2% dei lavoratori vorrebbe retribuzioni più alte, l’86,5% più servizi di welfare aziendale su ambiti come la sanità e l’assistenza per i figli, il 75,2% maggiore supporto nel rispondere ai bisogni sociali quali la non autosufficienza di un familiare, la previdenza, l’istruzione dei figli. In sintesi: più soldi, più welfare aziendale, aiuto in situazioni di vita difficili. Intanto aumentano le aziende che puntano sugli strumenti del welfare aziendale. Per il 62,5% di un panel di responsabili delle risorse umane di grandi imprese il welfare aziendale è una priorità ed il 71,9% si dice pronto ad attivare servizi ad hoc per informare nel merito i lavoratori e rispondere ai loro bisogni. 

Il ruolo del digitale nel retail 

Meno male che c’è il digitale: proprio grazie all’eCommerce il retail è riuscito ad attraversare e superare l’onda della pandemia. A confermare questa tendenza c’è l’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail della dalla School of Management del Politecnico di Milano, che ha registrato un incremento degli investimenti in digitale dei retailer, con l’incidenza sul fatturato che è passata dal 2% nel 2020 al 2,5% nel 2021. Non solo: cresce anche l’importanza dell’eCommerce nel Retail italiano. Il canale online, pur rimanendo secondario in termini di consumi rispetto all’offline (abilita solo il 10% degli acquisti a valore totali), è sempre più motore di innovazione e di crescita: è infatti responsabile di circa il 20% dell’incremento totale dei consumi. Il fermento digitale è dimostrato anche dal fatto che nel 2021 oltre l’85% dei primi 300 retailer italiani per fatturato è presente online, anche tramite modelli di vendita che integrano digitale e negozio fisico: i più diffusi sono click&collect (65%), reso offline degli ordini eCommerce (37%) e verifica online della disponibilità di prodotti in negozio (30%).

Un nuovo modello di commercio omnicanale

Per realizzare un nuovo modello di commercio omnicanalei top retailer italiani sono impegnati anche sul fronte del back-end con lo scopo di abilitare integrazione di dati e operations. Il cantiere della Data Strategy omnicanale si fonda essenzialmente sull’utilizzo dei dati raccolti in maniera integrata tra i diversi touchpoint presidiati, come canali di vendita e relazione, sistemi informativi e fonti esterne. L’analisi condotta sui principali retailer italiani per fatturato ha fatto emergere che circa la metà del campione si trova allo stadio più avanzato: i dati vengono utilizzati per attivare iniziative di comunicazione, marketing e vendita personalizzate su specifici cluster e su singoli clienti. Per quanto riguarda le operations, nel 2021 il 39% dei top retailer italiani gestisce l’inventario in maniera integrata tra i diversi canali di vendita e il 32% possiede un sistema centralizzato di order management. Il 35% del campione, inoltre, utilizza tutte le strutture a disposizione (hub di distribuzione, magazzini, negozi fisici) per evadere gli ordini provenienti dai diversi canali.

Gli investimenti in tecnologia digitale nel back-end 

Durante il 2021, gli investimenti in tecnologia digitale nel back-end tra i top retailer italiani sono stati funzionali, in primis, all’approfondimento della conoscenza del cliente in chiave omnicanale. I sistemi di business intelligence analytics sono stati potenziati dal 17% dei player (implementati complessivamente dal 75% del campione) e il 9% ha lavorato sulle soluzioni di customer relationship management (già presenti nel 66% dei casi), con l’obiettivo di integrare le informazioni derivanti da diversi canali per comprendere esigenze e abitudini dei consumatori, abituali e non. Allo stesso tempo sono state implementate innovazioni volte a ottimizzare attività e processi lungo la supply chain: il 13% dei retailer ha adottato soluzioni all’interno dei magazzini (58%) per automatizzarne la gestione e incrementarne le performance; il 9% ha infine potenziato i sistemi automatizzati di demand, inventory e distribution planning (51%), per effettuare previsioni più accurate della domanda e semplificare l’intero processo distributivo.

L’importanza della Corporate Social Responsibility per i consumatori 

In Italia il 48% delle persone dichiara di sapere cos’è la Corporate Social Responsibility, ovvero, l’attenzione che le aziende dedicano alla condotta etica e al loro impatto sociale, contro il 40% di chi non ne conosce il significato. Da quanto emerge dalla survey sulla Corporate Social Responsibility di WIN International, di cui fa parte BVA Doxa, i dati italiani sono in linea con il risultato a livello globale, e con la media Europea (48%). A guidare il ranking dei paesi europei c’è la Slovenia, che con il 74% di ‘conoscitori’ è anche al primo posto del ranking globale. Mentre in paesi come Francia (43%), Germania (31%) e Regno Unito (40%) una quota minore di intervistati si dichiara vicino al concetto della CSR.

Le aziende pongono la giusta attenzione alla CRS?

In Italia, il 25% degli intervistati afferma che la maggior parte delle aziende non ponga la giusta attenzione alla CRS, un dato di nuovo in linea con la media mondiale (25%). C’è anche una quota della popolazione che ritiene che le aziende si occupino di CSR solo ‘per apparenza’, ma che in realtà non siano sufficientemente impegnate nel promuoverla. In questo caso, la differenza tra Italia e resto del mondo è più significativa: il 50% degli italiani ne è convinto contro il 39% della media mondiale. Il dato italiano però è ancora una volta in linea con il resto dell’Europa (48%).
Solo il 9% degli italiani ritiene che le aziende stiano efficacemente adottando la CSR, diversamente da quanto pensano i cittadini in APAC, tra i più ottimisti del campione (media della regione 31%).

Conoscere le azioni dei brand a favore della sostenibilità

Il 70% della popolazione mondiale ritiene sia importante essere a conoscenza dei comportamenti socialmente responsabili delle aziende e dei brand di cui si è clienti. In Italia non solo il dato è significativamente più alto (88%), ma il risultato porta l’Italia al terzo posto nel ranking mondiale dei paesi che ritengono sia importante conoscere le azioni che aziende e brand intraprendono a favore della sostenibilità.
Non si tratta però solamente di essere consapevoli del significato e dell’importanza della CSR, ma dalla rilevazione emerge anche come la CSR sia in grado di influenzare le decisioni di acquisto della popolazione mondiale.

La CSR influenza le decisioni di acquisto

Il 62% della popolazione afferma infatti che i comportamenti socialmente responsabili di aziende e brand influenzano le loro decisioni di acquisto, e in Italia sono il 67%. Aumenta quindi l’interesse per i comportamenti etici e la funzione sociale delle aziende. A livello mondiale, se da un lato i risultati mostrano una equa distribuzione tra regioni e gender, una relazione indiretta appare guardando all’età: le persone più anziane tendono a essere meno influenzate dalla CSR e dai comportamenti etici delle aziende nelle decisioni d’acquisto.

Per gli italiani lo stile di vita è più green dall’inizio della pandemia

Da quando è iniziata la pandemia il 66% degli italiani conduce uno stile di vita più sostenibile, e il 36% sarebbe disposto a spendere di più per prodotti green. Lo rivela il sondaggio The Green Response Survey 2021, condotto da Essity, azienda attiva nei settori dell’igiene e della salute, sull’impatto della pandemia sui comportamenti di consumo sostenibile.
E dal sondaggio emerge un discreto aumento della sensibilità da parte dei consumatori italiani su temi relativi alla sostenibilità. La pandemia, infatti, avrebbe indirizzato i consumatori verso scelte più sostenibili, soprattutto sull’uso della plastica, il packaging e il tema della riciclabilità.

Disposti a spendere di più per prodotti o imballaggi riciclabili 

Quando acquista prodotti per l’igiene, un italiano su 5 presta attenzione al loro impatto ambientale, e il 17% cerca prodotti facilmente riciclabili. Per i prodotti green e sostenibili cambia anche la propensione a spendere, il cosiddetto ‘willingness to pay’. Gli italiani, infatti, accetterebbero di pagare un prezzo più alto per prodotti che possono essere riciclati o compostati dopo l’uso (36%), composti da materiali rinnovabili (31%) o da materiale di origine naturale (31%), con imballaggi fatti di materiali riciclati o rinnovabili (29%) o realizzati localmente (27%).

Aumenta l’ottimismo per l’azione individuale dei singoli

Anche il cambiamento climatico rientra tra gli interessi dei consumatori italiani. In particolare, aumenta l’ottimismo per l’azione individuale dei singoli. Secondo il Green Response gli italiani sono tra i più ottimisti al mondo quando si parla del proprio impatto positivo sul cambiamento climatico. Il 70% crede infatti che i comportamenti più rispettosi per l’ambiente possano rallentare il riscaldamento globale. Tuttavia, continua a essere presente una distanza tra intenzioni e comportamenti di acquisto/stili di vita sostenibili.
Per questo Essity approfondirà il tema insieme a Legambiente, che a partire da febbraio 2022 affiancherà l’azienda in un progetto di informazione e sensibilizzazione sugli stili di vita sostenibili per ridurre questo gap, riferisce Adnkronos.

Cresce la sensibilità ai temi ambientali

“Negli ultimi anni, la sensibilità delle persone alle tematiche ambientali è cresciuta a una velocità senza precedenti – afferma Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente -. La pandemia e la crisi climatica sempre più evidente hanno senz’altro accelerato questo processo. La sfida di oggi è quindi trasformare questa crescente attenzione nel protagonismo di un numero sempre maggiore di persone a fare la propria parte. Questo processo ci aiuterà a migliorare la nostra qualità della vita e a tutelare gli equilibri del Pianeta. Una maggiore consapevolezza nelle scelte dei consumatori è un fattore determinante anche per la transizione ecologica delle aziende, spingendo al costante miglioramento ambientale di prodotti e servizi, e di sollecitazione delle Istituzioni nell’adottare sempre più strumenti in grado di accompagnare questo cambiamento necessario”.

Spesa online, come sono cambiate le abitudini degli italiani nel 2021

Come abbiamo fato la spesa noi italiani nel 2021? Dopo i cambiamenti epocali avvenuti nel corso del 202 per la pandemia, anche e soprattutto per quanto riguarda le abitudini di consumo, ci sono state ulteriori evoluzioni? A rispondere ci pensa il terzo Report Annuale di Everli, che innanzitutto ribadisce che i nostri connazionali hanno consolidato l’abitudine di fare la spesa online.

I trend della spesa online
In base al report di Everli relativo al 2021, la classifica delle 10 categorie di prodotto più acquistate dai consumatori del Bel Paese è parecchio cambiata rispetto allo scorso anno, con una crescente tendenza a comprare prodotti salutari. Nello specifico, si conferma capolista di questo speciale ranking la categoria “verdura”, subito seguita da “frutta” (2° posto), spodestando la categoria merendine, che nel 2021 si ritrovano solo al settimo posto. Questa tendenza “healthy” si conferma anche guardando al resto della classifica, che vede quest’anno posizioni più alte occupate da categorie quali pasta di semola corta (3°), insalate pulite e lavate (6°), pane (9°) e agrumi (10°) e registra l’uscita dalla top 10 di categorie particolarmente apprezzate nel 2020, come formaggi e salumi, latte e burro, gelati e scatolame, così come le farine e i preparati per pane e pizza fatti in casa (che nel 2020, complice il lockdown, avevano raggiunto uno stellare +5.046% rispetto al 2019).

Il carrello online nel 2021
Negli scorsi 12 mesi, complici limitazioni meno severe rispetto ai lockdown del 2020, il dato relativo alla spesa totale effettuata online in Italia è fisiologicamente leggermente sceso (-4%), mentre il numero complessivo di ordini è salito (+6%), benché con un valore medio del carrello inferiore (-9,8%): segno che i consumatori dello Stivale nel 2021 hanno integrato la spesa effettuata online nella loro quotidianità, gestendo un numero maggiore di spese, ma un po’ più “piccole”. La zona d’Italia che ha visto maggiormente l’affermarsi della spesa online nelle proprie abitudini è stato il Nord-Est (Friuli-Venezia-Giulia e Veneto): infatti, Venezia (+17,5%), Udine (+17%) e Trieste (+15%) sono le tre città dove si è registrata la crescita maggiore anno su anno.
Per quanto riguarda l’organizzazione della spesa, le abitudini degli italiani sono parzialmente cambiate rispetto all’anno precedente: infatti, se nel 2020 era il lunedì il giorno preferito per ordinare la spesa online, nel 2021 è il venerdì la giornata abitualmente deputata a questa attività. La domenica, invece, anche nel 2021 rimane il giorno in cui si registrano meno ordini sulla piattaforma. Sul fronte orari, il mattino si conferma il momento più gettonato per ordinare la spesa online, soprattutto tra le 10 e le 11. Infine, l’app per la spesa è di gran lunga preferita dagli abitanti del Bel Paese rispetto alla versione web (68% vs 31%), con una crescita di ben 7 punti percentuali rispetto al 2020.

Quattro milioni e mezzo di italiani si informano solo sui social

Se in generale gli italiani per informarsi usano i social insieme ad altre fonti informative, 4 milioni e mezzo di loro si informano solo sui social network. Soprattutto su Facebook, utilizzato da 14 milioni e mezzo di italiani per avere notizie. Tra questi, il 30,1% dei 14-80enni, il 41,2% tra i laureati, il 39,5% di chi ha un’età compresa fra 30 e 44 anni, e il 33% delle donne. Ma non si usa solo Facebook. Da alcuni dati emersi dall’Osservatorio permanente Censis-Ital Communications sulle Agenzie di comunicazione in Italia, risulta che il 12,6% della popolazione, e il 18% tra i giovani, acquisisce informazioni anche su YouTube, e il 3% su Twitter. Di questi, il 5% tra i più giovani.

L’epicentro della disinformazione e delle fake news è sul web

Se il web durante la pandemia ha consentito agli italiani di costruirsi una nuova quotidianità digitale, non mancano gli aspetti contraddittori del suo utilizzo, alcuni dei quali hanno un impatto diretto su informazione e fake news. Il Covid-19 infatti ha evidenziato i rischi di una comunicazione senza filtri, proliferante, disordinata, che nel web ha l’epicentro della disinformazione e delle fake news.
Il 55,1% degli italiani poi è convinto che il digitale fomenti odio, rancore e conflittualità, con quote che arrivano al 58,9% tra le donne e al 58,4% tra i giovani under 34. E il 22,6% ha paura di cadere vittima degli haters.

L’affidabilità di quotidiani, tv e radio

L’86,4% degli italiani però sa che per ottenere un’informazione di qualità è meglio affidarsi ai quotidiani cartacei o online, a radio e televisione piuttosto che ai social network, dove chiunque è libero di produrre e diffondere notizie. Non è un caso che il 74,5% pensa che la televisione sia molto o abbastanza affidabile, mentre solo il 34,3% giudica affidabili i social network. Un evento inaspettato come l’epidemia da Covid-19 ha scatenato la domanda di informazione a livello globale, e a tal proposito un’indagine di Eurobarometro rileva come il 61% dei cittadini europei ritenga virologi, medici e personale sanitario le più attendibili fonti di informazione sui vaccini, ma tra i no vax la quota scende al 32%. E il 10% di chi non è vaccinato per informarsi sui vaccini ripone fiducia sui siti web, e l’8% sui social, contro il 5% della popolazione.

Covid, media e fake news: regole più severe contro le notizie false

Il 41% di chi ha deciso di non vaccinarsi non giudica affidabile nessuna fonte informativa, mentre il 54,2% degli italiani ritiene positiva la presenza mediatica degli esperti nei vari campi della medicina.
Il 45,8%, però, esprime giudizi negativi, in quanto virologi ed epidemiologi hanno creato confusione e disorientamento (34,4%) o sono stati dannosi perché hanno provocato allarme (11,4%).
In ogni caso, l’86,8% degli italiani vorrebbe regole e controlli più stringenti per le notizie sul web. E per il 56,2% sarebbero necessarie pene più severe per chi diffonde false notizie deliberatamente.