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Italia, assunzioni: 1 su 4 riguarda un lavoratore straniero 

Nel 2025, in Italia, quasi un nuovo assunto su quattro non è italiano. Tradotto: circa 1 milione e 360mila ingressi di lavoratori stranieri, pari al 23% del totale. Il confronto con gli anni prima del Covid è impressionante e, se si torna al 2017, l’aumento sfiora il 140%.

I numeri arrivano dall’analisi dell’Ufficio studi della CGIA, costruita sui dati del sistema Excelsior di Unioncamere e del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Numeri che raccontano una realtà molto concreta.

I settori dove la presenza è maggiore

La distribuzione non è uniforme. In agricoltura, per dire, quasi metà delle nuove assunzioni riguarda personale straniero. Percentuali alte anche nella moda e nell’edilizia, mentre trasporti e pulizie restano comunque sopra il 25%. Se invece si guarda alle quantità assolute, la ristorazione la fa da padrona: cucine, sale e retrobottega sono oggi uno dei principali punti d’ingresso nel mercato del lavoro.

Subito dopo arrivano i servizi di pulizia e le attività agricole, segno che la domanda si concentra dove il lavoro è più faticoso o meno richiesto dai candidati locali.

Una risorsa concreta

Non si può più pensare che si tratti di una presenza temporanea. Secondo le stime della Fondazione Leone Moressa su dati INPS, i dipendenti extracomunitari sono quasi 2,2 milioni. In regioni come Emilia-Romagna, Toscana e Lombardia il loro peso sul totale degli occupati è tra i più alti del Paese.

Il motivo è semplice: l’Italia invecchia e nascono pochi bambini. Meno lavoratori giovani significa più difficoltà a sostenere pensioni e produzione, e la manodopera straniera diventa una risorsa concreta, se non indispensabile.

Niente mestieri “di nazionalità”

C’è poi un luogo comune duro a morire: quello delle professioni legate all’origine. In realtà le statistiche non parlano di etnie ma di cittadinanze, e non esistono dati che colleghino una nazionalità a un mestiere specifico.

Le concentrazioni che si vedono dipendono piuttosto da reti di contatti, occasioni disponibili sul territorio e ostacoli iniziali come lingua o burocrazia. È più una questione di opportunità che di predisposizione.

La mappa delle assunzioni

La crescita, però, ha una velocità diversa a seconda della geografia. Negli ultimi anni alcune regioni hanno registrato balzi molto più marcati di altre, e nel 2025 le percentuali più alte di ingressi stranieri si trovano nel Nord.

A livello provinciale spicca Prato, dove oltre metà delle nuove assunzioni riguarda lavoratori immigrati, mentre nelle grandi città è Milano a guidare per quantità complessiva, davanti a Roma e Verona.

Logistica, perchè è il motore che regge il Nord Ovest?

C’è un dato che più di altri racconta dove stiamo andando: nel Nord Ovest il 93% delle aziende considera la logistica un’attività strategica o comunque rilevante per il proprio business. Non un reparto di servizio, ma un vero snodo decisionale. A dirlo è l’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano, che ha presentato gli ultimi risultati durante un convegno a Torino dedicato a innovazione, AI e sostenibilità.

I numeri di un territorio che traina il Paese

Il Nord Ovest non è un’area qualunque: genera il 33% del PIL nazionale, il 38% delle esportazioni e concentra il 35% degli occupati. Non sorprende quindi che qui si produca il 44% del fatturato italiano della logistica conto terzi. Dopo la forte crescita del biennio 2021-2022, il settore ha rallentato nel 2023 – complice il calo delle tariffe del trasporto internazionale – per poi assestarsi, con una ripresa moderata, intorno ai 50 miliardi di euro nel 2025.

La logistica, che in Italia vale circa il 9% del PIL, è diventata un’infrastruttura invisibile ma decisiva. Paolo Giacobbe, ricercatore dell’Osservatorio, lo ha detto chiaramente: in un contesto incerto e competitivo, è la leva che garantisce continuità operativa e flessibilità alle imprese. Non più solo camion e magazzini, ma resilienza delle filiere.

Outsourcing e maturità manageriale

Negli ultimi quindici anni l’incidenza della logistica conto terzi è cresciuta costantemente: dal 36,4% del 2009 a circa il 43% nel 2023. Nel Nord Ovest il 71% delle aziende affida all’esterno le attività logistiche tradizionali e un ulteriore 12% estende la collaborazione a servizi a valore aggiunto.

Il motivo? Flessibilità (46%), possibilità di rimodulare il rapporto costo-servizio (36%) e riduzione dei rischi (22%). Le piccole imprese tendono a esternalizzare singole attività; le medio-grandi scelgono modelli più strutturati. Segno di una maturità crescente: solo il 7% considera oggi la logistica un’attività a basso valore aggiunto.

Intelligenza artificiale, dalla sperimentazione ai risultati

Un altro numero colpisce: il 30% delle aziende ha già adottato soluzioni di intelligenza artificiale in ambito logistico e supply chain. E l’81% di queste dichiara benefici concreti, soprattutto in termini di qualità dei processi e livello di servizio.

Come ha spiegato Marco Melacini, direttore scientifico dell’Osservatorio, la sfida non è più capire se usare l’AI, ma come integrarla nei modelli organizzativi. Solo l’11% punta alla sostituzione del lavoro umano; la maggioranza guarda al potenziamento delle competenze. Nei prossimi tre anni questa tendenza è destinata a rafforzarsi.

Sostenibilità, la partita che vale il futuro

Infine c’è la transizione green. Un’azienda su cinque la considera una priorità strategica. Gli investimenti riguardano illuminazione, impiantistica, gestione dei materiali, ma anche infrastrutture per la mobilità sostenibile interne ai siti logistici, già presenti nel 45% dei casi nel 2025.

Damiano Frosi, direttore dell’Osservatorio, ha sottolineato un punto chiave: tecnologia e immobili non bastano. Servono relazioni di filiera più mature e competenze capaci di governare il cambiamento. In altre parole, la logistica del futuro non è solo questione di mezzi, ma di mentalità. E il Nord Ovest, ancora una volta, sembra averlo capito prima degli altri.

Viaggiare: il turismo italiano diventa più consapevole

Dopo anni di crescita continua, nel 2025 il turismo italiano sembra rallentare un po’.  Non uno stop, piuttosto un cambio di passo. I numeri dell’Osservatorio Travel Innovation del Politecnico di Milano parlano chiaro: l’ospitalità arriva a 38,7 miliardi di euro, con una crescita contenuta del 2%, mentre i trasporti salgono a 27,5 miliardi (+5%).
Anche l’eCommerce, ormai abitudine consolidata, resta il canale principale di acquisto, ma senza gli scatti in avanti degli anni scorsi.

Dietro questi dati c’è un viaggiatore diverso. Più attento, meno impulsivo. Si spende un po’ meno, si sceglie meglio. Crescono le esperienze outdoor, spesso legate al bisogno di staccare davvero, mentre il turismo organizzato supera i 6 miliardi grazie a un calendario favorevole. Meno viaggi “tanto per partire”, più esperienze che abbiano un senso.

Viaggi di lavoro: conta il valore, non la quantità

Il cambiamento è ancora più evidente nel business travel. Nel 2025 la spesa delle aziende italiane per le trasferte scende del 3%, fermandosi a 21,5 miliardi di euro. Calano i viaggi brevi e ripetitivi, quelli che fino a poco tempo fa sembravano inevitabili. Crescono invece gli spostamenti in aereo e quelli legati a eventi, meeting e momenti di confronto collettivo.

Il lavoro ibrido ha fatto il resto, riducendo le trasferte interne e spingendo le aziende a chiedersi se un viaggio serva davvero. Come osserva Andrea Guizzardi dell’Osservatorio Business Travel, il viaggio d’affari non è più una routine logistica, ma una scelta strategica che tiene insieme efficienza, sicurezza e benessere delle persone.

L’intelligenza artificiale entra in valigia

Sul fronte dei viaggiatori, l’intelligenza artificiale non è più una curiosità. Un italiano su tre la usa già per pianificare il viaggio, cercare idee, costruire itinerari. E l’85% la considera uno strumento utile, se non indispensabile. L’obiettivo è chiaro: esperienze su misura, flessibili, capaci di lasciare spazio al relax.

Per le imprese del settore, però, la strada è più complessa. Gli investimenti in AI aumentano, ma i risultati faticano a essere concreti. Poche realtà hanno progetti davvero strutturati. Eleonora Lorenzini, direttrice dell’Osservatorio Travel Innovation, parla di un paradosso: tutti vedono il potenziale, pochi riescono a trasformarlo in valore reale. Il problema non è la tecnologia, ma la cultura del dato, la mancanza di competenze e di metriche chiare.

Il futuro passa dai dati (e dalle persone)

Secondo il Politecnico di Milano, il prossimo passo non sarà solo tecnologico. Servono visione, governance e collaborazione. I dati devono diventare un’infrastruttura condivisa, l’AI uno strumento comprensibile e misurabile, le startup un motore da sostenere davvero.

Perché il futuro del viaggio non si giocherà solo su algoritmi e piattaforme, ma sulla capacità di creare esperienze più intelligenti, più umane, più allineate a come viviamo oggi. I dati dell’Osservatorio Travel Innovation lo confermano: viaggiare resta centrale, ma non è più una fuga. È una scelta.

Desertificazione commerciale: l’effetto (brutto) dei negozi che chiudono

Serranda dopo serranda, in Italia stiamo assistendo da anni a un fenomeno preoccupante: la desertificazione commerciale. Prima chiude un negozi, poi un altro, e sembra quasi che sia la normale evoluzione delle cose. Poi ci si accorge che la vita di quartiere non esiste più. Il commercio di prossimità, quello che tiene insieme economia e relazioni, sta attraversando uno dei momenti più delicati degli ultimi decenni.

Negli ultimi 13 anni, nel nostro Paese sono sparite oltre 130 mila imprese del commercio al dettaglio. Oggi ne restano circa 645 mila, il 16% in meno rispetto al 2011. Numeri che raccontano una trasformazione profonda, non solo economica ma sociale.

Meno negozi significa meno servizi

Dietro a questi dati c’è il fenomeno della desertificazione commerciale. Meno negozi significa meno servizi, meno presidio del territorio, meno vita quotidiana. Lo studio “Il Valore della Reciprocità”, realizzato da Nomisma per l’Osservatorio Reciprocità e Commercio Locale, nasce proprio per capire cosa stia succedendo e perché.

Quando le attività commerciali spariscono, anche i quartieri – così come le piccole città – perdono di qualità e diventano più a rischio.  Aumentano i vuoti urbani e l’insicurezza, cala l’attrattività, si abbassa la qualità della vita. È un circolo che si autoalimenta e che, se non viene interrotto, lascia segni difficili da cancellare.

La reciprocità come collante invisibile

Al centro della ricerca c’è un concetto semplice, quasi antico: la reciprocità. Si tratta di fare qualcosa per il proprio ‘mondo’ senza pretendere subito un ritorno. Secondo Francesco Capobianco di Nomisma, la survey condotta a inizio 2025 mostra che gli italiani ne riconoscono il valore nella vita quotidiana, anche se spesso faticano a tradurlo in scelte concrete.

Eppure, quando si parla di negozi di vicinato, la consapevolezza c’è, eccome.  L’84% degli intervistati dice di sostenere l’economia locale. Non sono solo luoghi dove si compra: per l’81% rendono vivi i centri urbani, per il 72% hanno un impatto sociale positivo.

Il valore della vicinanza

Certo, restano delle criticità. I prezzi percepiti come più alti, la varietà limitata, la comodità di altre forme di acquisto. Ma a parità di qualità, la maggioranza degli italiani è disposta a spendere qualcosa in più, soprattutto per prodotti freschi e specialità locali.

E le previsioni indicano che questi acquisti potrebbero crescere nei prossimi anni.

Un Manifesto contro la desertificazione

La ricerca mostra poi che il 91% degli italiani considera la reciprocità un valore importante. Fiducia, etica, senso di appartenenza sono definizioni ricorrenti nelle risposte. Tanto che quasi una persona su due pensa di aumentare il proprio impegno sociale nel prossimo futuro.

Da qui nasce anche il Manifesto contro la desertificazione commerciale, promosso da Nomisma e Percorsi di Secondo Welfare: un invito aperto a territori, amministrazioni e cittadini a condividere idee e pratiche per mantenere i negozi aperti.

SIC: nel 2023 vale 20,4 miliardi, lo 0,95% del PIL

Nel 2023 il valore economico complessivo del Sistema Integrato delle Comunicazioni (Sic) è stimato in 20,4 miliardi di euro, pari allo 0,95% del Pil. 
Si conferma la rilevanza della pubblicità online, che con 7 miliardi di euro (34,7% del Sic) e una crescita del 12,2%, amplia ulteriormente il divario rispetto alla raccolta pubblicitaria sui mezzi tradizionali, stabile a circa 5 miliardi (24,6% del Sic).

Quanto alla distribuzione delle risorse tra i diversi operatori, nel provvedimento rilasciato dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni nella seduta del 17 dicembre, nessuno degli operatori realizza ricavi superiori alla soglia del 20%. 
I soggetti con quote almeno pari all’1% restano dodici, gli stessi del 2022, pur con alcuni avvicendamenti nelle posizioni, e rappresentano congiuntamente il 69,3% delle risorse complessive.

Rai, Alphabet/Google, gruppo Fininvest, Comcast/Sky primi 4 operatori

I primi due operatori si attestano su valori superiori al 10%, gli operatori che superano la soglia dell’8%, pur rimanendo sotto al 10%, sono tre, uno in più rispetto al 2022.

Rai mantiene la prima posizione, con una quota del 12,3% (-0,7%) e Alphabet/Google conferma il secondo posto(11,8%, +0,4%), con una riduzione del divario tra primo e secondo operatore.
Seguono, il gruppo Fininvest (9,4%, -0,4%) e Comcast/Sky (9,2%, -0,75%).

Si conferma la rilevanza delle piattaforme online

Tra gli altri, si riscontra la rilevanza delle piattaforme online che vedono crescere il proprio peso sul totale delle risorse, con Meta/Facebook che occupa la quinta posizione e detiene una quota superiore all’8%. Amazon, Netflix e DAZN + si collocano al sesto, settimo e nono posto, con un’incidenza dei propri ricavi rispettivamente del 4,5%, 3,3% e 2,4%.

Sotto il profilo della composizione del Sic, considerando le aree di attività economica si evidenzia il ruolo prevalente dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, che con quasi 8,9 miliardi di euro assorbono il 44% delle risorse economiche complessive (-1,2%). All’interno dell’area, i servizi in chiaro (4,8 miliardi), registrano una lieve flessione (-1,3%), per la contrazione delle risorse provenienti da fondi pubblici, mentre i servizi a pagamento (3,5 miliardi), mostrano una dinamica positiva.

La radio cresce del 4,5%

La crescita della componente online (+20,9%), compensa ampiamente il calo del segmento tradizionale (-5%).
La radio, con il 7% dei ricavi dell’area, cresce del 4,5%. Seguono l’editoria elettronica e la pubblicità online, la cui incidenza sul Sic si avvicina al 36% (+2,2%) dovuto in particolare alla pubblicità online, che rappresenta il 97% del comparto.

L’editoria tradizionale scende al 14%: la contrazione delle entrate del 6,1% riflette la crisi strutturale del settore, che interessa vendita di copie e raccolta pubblicitaria.
Completano il quadro, la pubblicità esterna, con 715 milioni di euro (+8,8%) e un’incidenza del 4% sul Sic, e il cinema, 523 milioni di euro (+37,3%), grazie soprattutto alla crescita del box office.

Quali sono le tecnologie che stanno cambiando il volto delle imprese italiane?

Nel mondo dell’IT italiano, che corre veloce e spesso sorprende, restare fermi non è più un’opzione. Serve fiato, visione e la capacità di capire dove soffia il vento dell’innovazione.

È questo il contesto in cui si inserisce Innovation Telescope – Zoom Italy, il rapporto elaborato da Indra Group che fotografa con lucidità le tendenze tecnologiche destinate a incidere sul modo in cui aziende e istituzioni affronteranno i prossimi anni.

IA sempre più matura: dalle sperimentazioni ai risultati concreti

Tra le tecnologie che si stanno facendo largo, l’intelligenza artificiale è quella che più di tutte ha smesso di essere un concetto astratto per diventare un alleato operativo. Secondo lo studio, il 65 per cento delle organizzazioni italiane utilizza già l’IA generativa almeno in un’area aziendale. Non solo per automatizzare compiti complessi, ma anche per ridurre costi, personalizzare servizi e migliorare i processi decisionali.

Sanità, istruzione, manifattura e finanza sono i settori che più stanno beneficiando di questa spinta, mentre l’integrazione di analytics avanzati permette alle imprese di trasformare i dati in valore reale.

Calcolo quantistico: una frontiera che l’Italia vuole presidiare

Accanto all’IA si affaccia una tecnologia che, fino a pochi anni fa, sembrava appartenere alla fantascienza: il calcolo quantistico. L’Italia si sta muovendo con decisione, soprattutto in ambiti come finanza, logistica e ricerca scientifica. L’investimento pubblico nella Strategia Nazionale per le Tecnologie Quantistiche, pari a 227,4 milioni di euro, segna l’avvio di un ecosistema che punta a essere competitivo a livello europeo.

Il 2025, dichiarato dall’ONU Anno Internazionale della Scienza Quantistica, è destinato a dare ulteriore visibilità a un settore che, a livello globale, potrebbe valere quasi 100 miliardi di dollari entro il 2035.

Robot, cloud e sicurezza: verso un ecosistema più resiliente

La robotica di nuova generazione sta facendo breccia oltre la manifattura, raggiungendo sanità, energia e pubblica amministrazione. Si tratta di robot versatili, capaci di adattarsi e apprendere, pensati per lavorare accanto alle persone.
Intanto il cloud vive una fase di ripensamento: molte imprese stanno rivalutando soluzioni ibride e private, complice l’aumento dei costi dei servizi pubblici e la necessità di maggiore sovranità digitale.

Su un altro fronte, quello della cybersicurezza, la trasformazione digitale impone nuove difese. Zero Trust, risposta proattiva tramite IA e strategie di cyber-resilienza stanno diventando elementi imprescindibili. E, in un’epoca segnata da deepfake e disinformazione virale, cresce l’attenzione verso tecnologie come Web3 e sistemi di fiducia decentralizzati.

Il lavoro cambia volto

Entro pochi anni, metà dei lavoratori italiani sarà affiancata da strumenti basati sull’IA. Realtà aumentata, piattaforme collaborative e analytics stanno già ridefinendo routine, competenze e persino il benessere lavorativo.
Oggi, quasi l’80 per cento delle imprese italiane ha integrato almeno una tecnologia intelligente nei propri processi.

Cyber Sicurezza, i C-level non ne comprendono il valore strategico

In Italia un quarto dei responsabili IT ritiene che i propri colleghi C-level non comprendano pienamente l’importanza della cybersecurity per il business. E per un terzo (30%) dei decision maker responsabili della cybersecurity monitorare le potenziali minacce rappresenta un lavoro a tempo pieno.

Inoltre, il 33% dichiara di essere sommerso dagli avvisi e il 10% sostiene di dedicare più tempo alla risoluzione dei problemi legati ai software di sicurezza che alla difesa dalle minacce reali, mentre per il 12% le soluzioni di sicurezza rallentano i flussi di lavoro o la produzione.
Il nuovo report di Kaspersky, ‘Real talk on cybersecurity: cosa preoccupa, cosa manca e cosa è davvero utile?’, evidenzia questa discrepanza strutturale tra le priorità dei vertici aziendali e la protezione delle Pmi. 

Le minacce sono reali

Questi ostacoli operativi si traducono in rischi concreti per il business. A complicare la situazione, alcuni decision maker nel campo della cybersecurity segnalano che le stesse soluzioni di sicurezza possono persino rallentare i processi operativi. Ma il problema è reale, poiché le minacce mettono in evidenza le sfide ancora da affrontare.

In alcuni contesti Pmi europei, backdoor (24%), trojan (17%) e ‘not-a-virus:Downloader’ (16%) risultano tra le minacce più diffuse. Le carenze in termini di competenze e leadership ne aumentano l’esposizione.

Divario tra percezione delle prestazioni ed esposizione ai rischi

In Italia, la maggior parte delle Pmi si affida a team IT generici (22%) o a specialisti di sicurezza informatica integrati all’interno di tali team (25%). 
Solo il 42% delle aziende italiane dispone di un team dedicato esclusivamente alla sicurezza informatica, mentre appena il 12% si affida unicamente a partner esterni per la progettazione e la gestione della cybersecurity.

Paradossalmente, il livello di soddisfazione interna risulta molto elevato. Il 93% dichiara di essere soddisfatto degli esperti di sicurezza informatica interni, il 77% dei reparti IT in generale e l’80% dei team interni dedicati alla sicurezza. Questo suggerisce un divario significativo tra la percezione delle prestazioni e l’effettiva esposizione ai rischi.

“I segnali arrivano più velocemente delle decisioni”

“Quello che emerge non è una carenza di strumenti, ma una mancanza di coerenza – commenta Cesare D’Angelo, General Manager Italy, Mediterranean & France di Kaspersky -. I segnali arrivano più velocemente delle decisioni, quindi i processi di controllo e i flussi di lavoro si scontrano tra loro e non è più chiaro a chi spetti la responsabilità proprio nel momento in cui sarebbero necessari passaggi chiari dal rilevamento all’azione. La conseguenza è un’esposizione silenziosa: il triage rallenta, il contesto si perde e i problemi che sembrano tattici si accumulano fino a diventare rischi strategici”.

Si riaccendono i termosifoni: quanto costerà scaldarsi quest’inverno?

Con l’arrivo dell’autunno, in gran parte d’Italia dal 15 ottobre si riaccenderanno i riscaldamenti. Ma per molti cittadini si prospetta una stagione più costosa del previsto. Secondo l’ultima analisi di Facile.it, le famiglie italiane spenderanno in media circa 1.024 euro per il gas destinato al riscaldamento domestico, sulla base delle tariffe attuali del mercato libero.

Come limitare questa spesa senza rinunciare al comfort? Gli esperti della piattaforma di comparazione hanno stilato un vademecum in cinque punti per aiutare i consumatori a risparmiare anche centinaia di euro durante la stagione fredda.

Questione di gradi

Ridurre la temperatura interna anche di un solo grado può fare una grande differenza: il risparmio stimato è di circa 100 euro l’anno.

Lo stesso vale per l’orario di accensione: un’ora in meno al giorno può tagliare la bolletta di altri 35 euro. Meglio ancora, installare valvole termostatiche consente di scaldare solo dove serve e di evitare sprechi.

Manutenzione e buone abitudini

Una caldaia efficiente è sinonimo di sicurezza e risparmio. Facile.it consiglia di farla controllare almeno una volta all’anno, anche se la revisione obbligatoria può variare da 12 mesi a quattro anni in base al modello.

Piccoli gesti quotidiani aiutano ulteriormente: evitare di aprire le finestre con i termosifoni accesi, non coprire i radiatori e chiudere persiane o tapparelle dopo il tramonto per trattenere il calore.

Interventi strutturali e bonus 2025

Chi può investire nella propria abitazione può puntare su lavori di isolamento come cappotto termico, nuovi infissi o controsoffitti, che possono ridurre i consumi fino al 20%.
Questi interventi restano costosi, ma nel 2025 è ancora possibile usufruire del Bonus ristrutturazione, che consente di recuperare parte della spesa sostenuta.

Tecnologia amica del risparmio

Il termostato intelligente è sempre più diffuso: regola automaticamente la temperatura e si controlla anche da smartphone, ottimizzando i consumi in base alle condizioni meteo e alle abitudini familiari.

Chi vuole fare un passo in più può installare una centralina automatica per gestire l’impianto in modo ancora più preciso e ridurre ulteriormente gli sprechi.

Attenzione al fornitore

Infine, mai sottovalutare la scelta del gestore. Le differenze tra le offerte del mercato libero possono arrivare fino al 34%, traducendosi in oltre 300 euro di differenza all’anno.
Confrontare le tariffe è quindi fondamentale: cambiare fornitore è gratuito e non comporta interruzioni del servizio, ma può garantire un notevole risparmio.

Scuole e sicurezza: nove su dieci senza certificazioni obbligatorie

Sono 3.588, il 9 % del totale, gli edifici scolastici italiani sprovvisti delle certificazioni obbligatorie in tema sicurezza e agibilità.
In pratica, nove edifici scolastici su dieci, dove si calcola che studino e lavorino circa 700 mila tra studenti e personale della scuola, non dispongono di una o più certificazioni obbligatorie relative alla sicurezza.

Al Lazio spetta invece il primato del minor numero di edifici con attestato di agibilità.
È il quadro che emerge dal dossier di Tuttoscuola, basato sui dati contenuti nella sezione Open Data dell’Anagrafe Nazionale dell’Edilizia scolastica. 

Zone a rischio sismico: meno della metà degli edifici risultano collaudati

Nelle zone ad alto rischio sismico il certificato di collaudo statico è posseduto da meno della metà degli edifici. Dei 40 mila edifici scolastici statali presenti sul territorio nazionale circa 36 mila non si possono definire a norma.

Secondo i dati di Tuttoscuola è il Lazio ad avere primato delle scuole non a norma. Secondo i dati diffusi dal dossier la regione conta infatti il minor numero di edifici scolastici dotati di certificato di agibilità. Su 3.203 edifici, solo 407, pari al 12,7%, hanno la certificazione.

Maglia nera alla Sardegna: solo il 14,2% in regola

Analizzando la situazione per aree geografiche, con 971 edifici su 5.149 con agibilità, pari al 18,9% del totale, sono le Isole il fanalino di coda.
Maglia nera tra le Isole la Sardegna, con solo il 14,2% in regola. Al contrario, il primo posto per sicurezza degli edifici scolastici va alla Valle d’Aosta, dove su 139 plessi 122 hanno il certificato di agibilità, l’87,8% del totale.

Seguono Piemonte (53,4%), Veneto (52,7%) e Friuli Venezia Giulia (52%), con il Nord che in generale si attesta intorno al 50%.
E poi ancora, tra le altre regioni, il Molise (47,8%), preceduto da Lombardia e Marche, è intorno al 50% mentre la Liguria p ferma al 31.1%. A quota 30% circa Abruzzo e Campania, insieme al resto del Sud, mentre il Centro si attesta al 29,7%.

“La responsabilità degli interventi antisismici è degli Enti locali”

I dati di Tuttoscuola, fanno notare fonti del ministero dell’Istruzione interpellate dall’ANSA, sono estrapolati dall’anagrafe dell’edilizia scolastica e fanno riferimento al biennio 2023 2024. Non tengono quindi conto dell’enorme lavoro in atto su oltre 10 mila edifici scolastici, grazie ai fondi Pnrr a cui sono stati aggiunti importanti fondi ministeriali (circa 1/3 del totale degli interventi di messa in sicurezza) per il più grande piano di intervento mai fatto per la scuola italiana.

In sostanza, riferisce Ansa, sono state avviate opere sul 22% del patrimonio edilizio scolastico per recuperare un’incuria che dura da 60 anni. I risultati saranno misurabili solo tra qualche anno. Inoltre le fonti ministeriali ricordano che la responsabilità degli interventi antisismici sulle scuole è degli Enti locali.

Mercato immobiliare: la parola del 2025 è “prudenza”

A quanto risulta dal 2° Osservatorio sul Mercato Immobiliare 2025, realizzato da Nomisma, il trend di lenta ripresa iniziato nel 2024, e confermato nel primo semestre 2025, è frenato da un’offerta ancora piuttosto rigida.
L’incertezza del contesto geopolitico ed economico internazionale continua ad avere ripercussioni sulle condizioni economiche delle famiglie, già provate dall’impennata inflazionistica. 

Se nel primo trimestre 2025 la riduzione dei tassi di interesse ha portato a un incremento delle compravendite (+11,5%), trainato soprattutto dagli acquisti con mutuo (+32,7%), il reale potenziale di crescita è ridimensionato dalla prudenza delle banche nel concedere credito.
Di fatto, i prezzi delle abitazioni registrano variazioni semestrali comprese tra 0,8% e 1,3% e tendenziali poco superiori (1,1%-1,4%).

Ritorna la casa di proprietà

Oggi la domanda abitativa si distribuisce quasi equamente tra acquisto e locazione, con una leggera prevalenza dell’acquisto (53%).
Ma in città come Milano e Roma si osserva un ritorno alla proprietà, anche per finalità di investimento. La domanda si concentra soprattutto nelle periferie e nelle aree suburbane, al contempo, cresce l’interesse per la locazione da parte di single, giovani coppie e famiglie.

Inoltre, la riqualificazione edilizia ha preso il sopravvento sulla nuova costruzione, sostenuta da incentivi fiscali, seppur ridotti con la recente manovra. In questo scenario i costi di costruzione divengono una variabile strategica che condiziona le scelte di investimento in interventi di manutenzione straordinaria o di riqualificazione edilizia.

Locazione: rialzo dei canoni ma standard qualitativi insufficienti

Nel primo trimestre 2025 il numero complessivo di contratti di locazione registra un lieve incremento tendenziale (1,0%). 
Un risultato che appare piuttosto contenuto se confrontato con la forte pressione della domanda, la quale si scontra con un’offerta limitata, spesso caratterizzata da standard qualitativi insufficienti o da canoni troppo elevati rispetto alla capacità di spesa di molte famiglie.

In ogni caso, il mercato delle locazioni residenziali è in fase espansiva, con canoni in crescita per il terzo anno consecutivo.
Il 2025 (+3,6%) segnala una domanda ancora vivace e una pressione al rialzo sui canoni, probabilmente legata alla scarsità di offerta stabile e all’espansione degli affitti brevi.

Investimenti corporate in crescita: raggiunti 2,7 miliardi

Si tratta comunque di variazioni che per quanto significative risultano inevitabilmente condizionate dalle capacità di spesa della domanda
Da segnalare anche che da qualche anno sul mercato delle locazioni si osserva una crescita dei contratti transitori e per studenti, spinta dalla maggiore mobilità lavorativa e dalla domanda di flessibilità locativa.

Quanto al mercato degli investimenti corporate, nel primo trimestre 2025 si osserva una ripresa (raggiunti 2,7 miliardi di euro), maggiore attenzione verso asset alternativi (hotel e residenziale) e immobili direzionali di alta qualità.
In prospettiva, l’incertezza globale potrebbe portare a una più intensa selettività degli investimenti, premiando i settori capaci di garantire redditività stabile, come il Rent-to-Buy, gli studentati e le infrastrutture digitali.