Autore: Alessio Raimondi

I media post-pandemia: cresce la tv, boom di Internet, smartphone e social

Nel 2021 crescono l’uso tradizionale della televisione e quello innovativo, e se la radio continua a rivelarsi all’avanguardia all’interno dei processi di ibridazione del sistema dei media, è boom di Internet, smartphone e social network. La pandemia ha prodotto un’accelerazione del paradigma biomediatico, e  nel 2021 la fruizione della televisione ha conosciuto un incremento rilevante, sia per effetto dell’aumento dei telespettatori della tv tradizionale e della tv satellitare, sia della tv via Internet e della mobile tv.  Il digitale terrestre segna infatti un +0,5% rispetto al 2019, web tv e smart tv salgono al 41,9% di utenza, e la mobile tv passa dall’1,0% di spettatori nel 2007 a un terzo degli italiani nel 2021 (33,4%).

Più utenti per tutti i media tranne la radio tradizionale

Secondo i dati del 17° Rapporto sulla comunicazione del Censis, dal titolo I media dopo la pandemia, complessivamente, nel 2021 i radioascoltatori italiani sono il 79,6%, ma se la radio tradizionale perde il -2,1% di utenza e l’autoradio il 3,6%, aumenta l’ascolto delle trasmissioni radiofoniche via internet con il pc (20,2%, +2,9%) e attraverso lo smartphone (23,8%, +2,5%). Quanto a internet, si registra ancora un aumento: l’utenza ha raggiunto quota 83,5% (+4,2% rispetto al 2019). L’utilizzo degli smartphone sale invece all’83,3% (+7,6% sul 2019), e lievitano al 76,6% gli utenti dei social network (+6,7%).

Il lockdown, i libri e le piattaforme online

Se si considera che chi ha letto più di 3 libri all’anno costituisce il 25,2% della popolazione, pare che il lockdown abbia prodotto un riavvicinamento alla lettura. Nel 2021 i lettori di libri sono infatti il 43,6% (+1,7% rispetto al 2019), e quelli di e-book l’11,1% (+2,6%), mentre si accentua la crisi ormai storica dei media a stampa. Quanto alle piattaforme online, tra i giovani (14-29 anni) c’è stato un ulteriore passo in avanti nel loro impiego: il 92,3% utilizza WhatsApp, l’82,7% YouTube, il 76,5% Instagram, il 65,7% Facebook, il 53,5% Amazon, il 41,8% le piattaforme per le videoconferenze, il 36,8% Spotify, il 34,5% TikTok, il 32,9% Telegram, il 24,2% Twitter. Anche tra chi ha 65 anni e oltre l’impiego di internet sale dal 42,0% al 51,4% del 2021 e gli utenti dei social media aumentano dal 36,5% al 47,7%.

Spesa per i consumi mediatici, più telefoni e pc, meno servizi di telefonia 

L’andamento della spesa delle famiglie per i consumi mediatici tra il 2007 e il 2020 evidenzia un’asimmetria. Se il valore dei consumi complessivi ha subito una drastica flessione, senza mai tornare ai livelli precedenti la crisi del 2008, la spesa per l’acquisto di telefoni ed equipaggiamento telefonico, ad esempio, segna un incremento del +450,7%, per un ammontare di 7,2 miliardi di euro solo nell’ultimo anno. La spesa dedicata all’acquisto di computer, audiovisivi e accessori cresce invece del +89,7%, i servizi di telefonia si assestano al -21,1%, (14,6 miliardi nel 2021), e la spesa per libri e giornali crolla al -45,9%.

Per 7 italiani su 10 il caffè è un piacere della vita

Il caffè è un rito irrinunciabile per gli italiani: la conferma arriva dalla seconda edizione dell’indagine Gli italiani e il caffè, condotta da AstraRicerche per conto del Consorzio Promozione Caffè. Il 97% degli intervistati afferma di bere caffè o bevande a base di caffè, e per oltre la metà (54%) il consumo è di tre o più tazzine al giorno, con un aumento significativo nella fascia 18-35 anni. Per il 72,5% degli intervistati il caffè è uno dei piaceri della vita, mentre per oltre il 75% è un punto di forza del Made in Italy. Pur continuando a essere un momento di relax (75%), il caffè è sempre più apprezzato per le sue qualità “energizzanti”. Oltre ad aiutare la concentrazione e il risveglio (73,3%), la tazzina rappresenta per molti il vero inizio della giornata (40,8%), e il modo ideale per ritrovare la carica e la voglia di fare (39%).

I luoghi di consumo: la casa e il bar

La casa si conferma il luogo più amato per bere il caffè: su 100 caffè, 57 sono consumati tra le mura domestiche. Ma è tornata più forte di prima anche la voglia di bere un caffè al bar, luogo di chiacchierare (26,1%), rito mattutino (31,5%), e un modo per sostenere l’economia e i piccoli esercenti (41%). E se gli italiani stanno tornando con fiducia al bar, il 29,8% dichiara di aver bevuto più caffè al bar nei mesi di giugno e luglio, e il 21,3% afferma di esserci andato più spesso rispetto al periodo pre-Covid.

Capsule, cialde ed e-commerce

Se un terzo degli italiani sceglie la moka per preparare il caffè (31,5%, -5,7% rispetto al 2020), capsule e cialde sono preferite dal 43% (+3,6% rispetto al 2020). I motivi di tanto successo? Sono comode da preparare (77%), hanno un ottimo gusto (62%), e per un italiano su due hanno un giusto rapporto qualità prezzo. A sceglierle sono soprattutto gli intervistati tra i 45 e i 55 anni, mentre la moka continua a esercitare un grande fascino tra le donne e gli over 55. Gli italiani hanno poi iniziato a sperimentare l’e-commerce anche per il caffè. Più di due consumatori su tre (69,6%) hanno fatto acquisti sia sui grandi marketplace sia sugli e-store specializzati, o attraverso il servizio della ‘spesa a casa’. 

Caffè e benessere secondo la scienza

“Una vasta letteratura evidenzia i numerosi benefici associati a un moderato consumo di caffè su importanti aspetti della fisiologia umana – dichiara il professor Luca Piretta, Nutrizionista e Gastroenterologo dell’Università Campus Bio-Medico di Roma – dalla memoria alla concentrazione, dalla performance fisica al rallentamento del fisiologico declino cognitivo legato all’età, dalla riduzione del rischio di malattie neurodegenerative, come il morbo di Alzheimer e la malattia di Parkinson, a una forte azione preventiva e protettiva nei confronti del diabete di tipo 2 e di alcune malattie del fegato”.

Funzionamento dei compressori rotativi a vite

I compressori rotativi a vite sono degli eccezionali strumenti, oggi largamente adoperati nell’industria e nei cantieri data la loro grande versatilità e capacità di velocizzare il lavoro, oltre a quella di semplificarlo.

Si tratta di un dispositivo che è adatto anche per essere utilizzato 24 ore al giorno ed in grado di restituire performance di livello.

La loro caratteristica principale è quella di riuscire ad offrire aria compressa continuamente, garantendo il massimo della silenziosità e dell’efficienza.

I compressori industriali di questo tipo sono inoltre in linea con la normativa vigente in tema di sicurezza sul lavoro e dunque offrono il massimo anche da questo punto di vista, il che non è certamente un aspetto secondario.

Funzionamento dei compressori rotativi a vite

Per quel che riguarda il funzionamento, bisogna dire che questo è basato sul principio di contro rotazione da parte di due rotori di forma elicoidale: questi vanno a comprimere l’aria introdotta da parte del condotto di aspirazione e la spingono verso il condotto di mandata.

È proprio durante questo percorso che lo spazio va a ridursi con un conseguente aumento della pressione. Ciò rende questo tipo di compressore il mezzo ideale per quanti necessitano di avere aria compressa per un tempo prolungato.

I vantaggi

I vantaggi che i compressori rotativi a vite sono in grado di offrire sono notevoli. Tra questi possiamo citare:

  • Affidabilità ed efficienza
  • Ottimizzazione dei consumi
  • Costi contenuti
  • Bassa rumorosità

Da considerare come fattori quali l’affidabilità e la qualità dei materiali siano imprescindibili in un compressore a vite, in quanto questi devono garantire prestazioni ottimali H24. Questa è la soluzione migliore quando si necessita frequentemente nel corso della giornata di aria compressa, soprattutto se se ne ha bisogno velocemente.

Quel che ancora non sai sui compressori rotativi a vite

Per evitare che si formi della condensa all’interno del serbatoio dell’olio, il compressore a vite necessita di raggiungere una determinata temperatura di esercizio. Quando lavora infatti a temperature fino ad un massimo di 45°C, questo strumento è in grado di offrire un concreto risparmio sui consumi.

Ciò è molto importante in quanto i costi dovuti alla gestione di un compressore di questo tipo dipendono quasi esclusivamente dal consumo energetico. Anche il fatto che sia in grado di lavorare in maniera quasi completamente silenziosa è molto importante perché significa che questo tipo di compressore è in grado di infastidire e stressare per nulla i lavoratori ed in particolare la persona addetta al suo utilizzo.

È preferibile inoltre spostarlo nel caso in cui il locale in cui viene utilizzato abbia una temperatura che scende sotto lo zero.

È presente infatti un dispositivo di sicurezza il cui fine è quello di andare a bloccare il compressore nel momento dell’avvio se la temperatura dell’ambiente è sotto lo zero.

Alla stessa maniera, eventuali gas o polveri presenti nell’aria possono danneggiare l’apparecchio, per cui è bene accert arsi che l’ambiente, ed in particolare gli spazi intorno, siano perfettamente puliti così da evitare ogni tipo di problema per quel che riguarda una possibile otturazione dei filtri, ad esempio.

Conclusione

Si tratta dunque di un macchinario molto particolare e perfettamente in grado di velocizzare e rendere più semplice il lavoro di cantiere, consentendo agli operai di poter completare più velocemente il proprio compito con il massimo della precisione.

Per questo motivo è bene accertarsi che il compressore possa essere nelle condizioni, incluse quelle ambientali, di lavorare al meglio così da poter diminuire non soltanto i costi legati ai consumi ma anche quelli che riguardano la gestione e la manutenzione del dispositivo, il che è certamente un bene per aziende ed imprese di ogni tipo.

Cresce l’uso del mobile per gli acquisti online

Anche nel periodo post pandemia continua a crescere l’e-commerce, e gli acquisti online si fanno sempre più col telefonino. Più di un acquisto online su due ormai viene infatti effettuato tramite dispositivo mobile, soprattutto durante il fine settimana, in estate e nel corso del Black Friday. In particolare, si utilizza il cellulare soprattutto per lo shopping di prodotti cosmetici e di abbigliamento. È quanto emerge da una ricerca condotta da PayPlug, la soluzione di pagamento online per le Pmi. 
“Le persone sono sempre più connesse tramite smartphone e tablet e lo dimostra il fatto che il canale mobile si sia consolidato negli ultimi 4 anni, con una costante ascesa, passando dal 41% del 2018 al 51% nel 2021”, spiega Gloria Ferrante, Marketing Manager Italia di PayPlug.

Il mondo smartphone rappresenta il 51% del totale dell’e-commerce

Si tratta di un andamento che rispecchia i dati diffusi dall’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, secondo i quali con 15,65 miliardi di euro il mondo smartphone rappresenta il 51% del totale del mondo e-commerce. Ma a consolidarsi è anche il valore medio del carrello su mobile, sempre più spesso superiore ai 75 euro. Questo avviene nel 39% dei casi, una percentuale cresciuta di ben 7 punti dal 2019 (32%), e che sottolinea da parte dei consumatori la grande fiducia e usabilità del mezzo.

A spingere gli acquisti dal telefonino è anche il commercio conversazionale

Da quanto rileva la ricerca di PayPlug i settori in cui lo shopping da mobile conquista maggiormente i consumatori sono due, quello della cosmesi (55%) e dell’abbigliamento (53%). Ma a spingere gli acquisti da mobile è anche il commercio ‘conversazionale’, ovvero l’atto di vendere prodotti e servizi intrattenendo una conversazione personalizzata con i propri clienti. In particolare, tramite sms, e-mail, oppure tramite applicazioni di messaggistica e chatbot.

Vendere via sms utilizzando i link di pagamento

Secondo la ricerca di PayPlug, tra gennaio e maggio 2021 il 15% dei commercianti ha infatti concluso vendite via sms utilizzando i link di pagamento. Una percentuale di quattro punti superiore rispetto all’11% dello stesso periodo del 2020. Di fatto, i commercianti hanno concluso le vendite inviando sms, e-mail, applicazioni di messaggistica, oppure re-indirizzano il cliente a una pagina di pagamento sicura. In questo modo dal proprio smartphone il cliente ha potuto inserire i dati per il pagamento, e convalidare l’ordine in modo semplice e veloce.

In Italia torna l’ottimismo sul futuro. Anche grazie alle vittorie nello sport

Torna l’ottimismo in Italia, e non sono solo per le vittorie nello sport, dal campionato europeo di calcio alle Olimpiadi e il tennis, ma soprattutto per la ripartenza del Pil, che a settembre 2021 rende ottimisti sulle prospettive future. Tutto questo, nonostante le polemiche “no vax” e le incertezze che permangono nel quadro sanitario. Nell’ultimo trimestre dell’anno il PiL è infatti cresciuto del 2,7%, proiettando al rialzo le aspettative di chiusura dell’anno. A inizio 2021 il Fondo Monetario Internazionale stimava una crescita 2021 per l’Italia del 4,2%, mentre a luglio la stima è diventata 4,9%. La stima Istat è invece passata da 4,0% a 4,7%, quella di The European House – Ambrosetti da 4,0% a 4,9%, quella della Commissione Europea è passata da 3,4% a 5,0% e quella della Banca d’Italia da 3,5% a 5,1%.

Un indicatore che misura la fiducia delle imprese

Per misurare la fiducia delle imprese, The European House – Ambrosetti, a partire dal 2014 ha sviluppato un indicatore che misura la situazione attuale del business, le prospettive del business a sei mesi, le prospettive dell’occupazione e sempre a sei mesi le prospettive degli investimenti. Ogni misurazione va da una scala da -100 a 100, dove -100 è il valore che indica il massimo pessimismo e 100 il valore associato al massimo ottimismo. E secondo l’indicatore la fiducia attuale delle imprese è al massimo storico, a 70,6, più del doppio della valutazione di giugno (30,2). Rispetto al settembre 2020, quando l’Indicator era pari a -21,1, siamo in “un’era geologica” diversa. Un’accelerazione di ottimismo simile non l’avevamo mai registrata prima.

Prospettive positive su situazione occupazionale e investimenti

Le aspettative legate alla situazione occupazionale rilevate nell’Ambrosetti Club Economic Indicator restano positive (40,5), sugli stessi livelli della precedente rilevazione, ma comunque su valori molto elevati, non solo rispetto al periodo pandemico, ma anche rispetto agli anni precedenti. 
Ma anche la prospettiva sugli investimenti delle imprese registra il proprio record storico (62,7). È chiaro che i problemi ci sono, e che gli strascichi della crisi del 2020 non spariscono da un anno con l’altro. Nel 2020 più di due milioni di famiglie, il 7,7% del totale, risultavano in povertà assoluta, partendo dal 6,4% del 2019.

Il Next Generation EU e il PNRR

I 22,3 milioni di occupati, ad aprile 2021, sono sicuramente un valore in crescita rispetto ai mesi precedenti (+0,6% rispetto ad aprile), ma sono comunque un milione in meno rispetto agli occupati ad aprile 2019. Ma l’arrivo del prefinanziamento di Next Generation EU dà materialmente l’avvio al nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Questa è la partita sulla quale si giocano le possibilità di rimanere agganciati alle economie più avanzate. E la collaborazione fra istituzioni, imprese e parti sociali è cruciale.

Mutui per under 36: risparmi fino a 22.500 euro

Il mondo bancario risponde alla chiamata del Governo in favore dei giovani che vogliono comprare casa. Tanto che alcuni dei principali istituti di credito hanno lanciato mutui al 100%, destinati a chi ha meno di 36 anni, con tassi fissi che partono dall’1,10% (Taeg), un valore ai minimi storici. Secondo le simulazioni di Facile.it, grazie a queste condizioni giovani possono risparmiare decine di migliaia di euro in interessi. Ipotizzando un mutuo fisso al 100%, di importo pari a 126.000 euro da restituire in 25 anni, il miglior Taeg disponibile online per un under 36 è pari a 1,10%, con una rata mensile di 477,72 euro. Un solo mese fa, per la stessa operazione, il miglior Taeg disponibile online era pari a 2,46% e la rata era di 552,65 euro. Il risparmio è quindi di quasi 900 euro l’anno, circa 22.500 euro per l’intera durata del finanziamento.

Comprare casa senza anticipo né intervento di garanti terzi

“Gli incentivi introdotti dal Governo e l’impegno concreto da parte delle banche hanno reso possibile qualcosa che fino a poche settimane fa sembrava impensabile – afferma Ivano Cresto, Managing Director prodotti di finanziamento di Facile.it – oggi un under 36 può davvero comprare casa senza alcun anticipo né l’intervento di garanti terzi”.
Ma se è vero che in alcuni casi i cosiddetti mutui under 36 sono destinati esclusivamente ad aspiranti mutuatari con reddito Isee inferiore ai 40.000 euro, dall’altro ci sono istituti di credito che pongono come unico limite quello dell’età del richiedente e dell’importo massimo erogabile, che normalmente arriva fino a 250.000 euro.

Esenzioni, garanzie e credito d’imposta

Oltre a queste condizioni, gli under 36 alle prese con l’acquisto della prima casa possono beneficiare anche delle novità introdotte dal Governo, tra cui l’ampliamento fino all’80% della garanzia concessa dal Fondo Consap, e di diverse esenzioni, tra cui la cancellazione delle imposte di registro, ipotecaria e catastale, l’eliminazione dell’imposta sostitutiva sui finanziamenti, e in caso di compravendita soggetta a Iva, il riconoscimento di un credito di imposta da recuperare attraverso la dichiarazione dei redditi.

A giugno salgono al 40% le richieste di finanziamenti

Come evidenzia l’osservatorio congiunto Facile.it – Mutui.it, nel primo semestre 2021 gli under 36 rappresentavano il 34,3% di chi presentava domanda, valore in crescita del 12,3% rispetto al 2020. Un dato che secondo le previsioni di Facile.it è destinato a crescere nei prossimi mesi, non solo grazie agli incentivi introdotti dal Governo, ma anche in funzione della nuova offerta degli istituti di credito rivolta a questo target. Nel solo mese di giugno, quando si è iniziato a parlare degli incentivi, la domanda di finanziamenti da parte degli under 36 è arrivata a quasi il 40% del totale richieste.

Il 93% dei professionisti italiani vorrebbe lavorare per un’azienda estera, ma vivendo in Italia

Vuoi mettere il valore di un’esperienza professionale fatta per un’azienda estera e in più la comodità di non doversi neppure trasferire? Ecco la prospettiva a cui puntano moltissimi lavoratori italiani, in prevalenza manager e professionisti di vari settori. Non più solo un miraggio, però: oggi infatti è possibile collaborare con realtà estere senza nemmeno dover uscire di casa. E’ questo uno degli effetti positivi portati dalla diffusione massiccia dello smart working, che di fatto ha annullato il teorema lavoro=ufficio. Un’opzione impensabile anche solo fino a pochi mesi fa. Da una recente indagine di Wyser è così emersa la volontà, tra numerosi lavoratori, di avere un rapporto di lavoro con aziende internazionali ma dall’Italia: a dirlo è il 93% dei rispondenti su un campione di oltre millecinquecento persone. Le motivazioni sono molte e varie: per vivere un’esperienza internazionale senza allontanarsi dalla famiglia, per esplorare nuove prospettive e metodologie, per affrontare nuove sfide, per aiutare l’ambiente riducendo gli spostamenti casa-ufficio o anche per ridurre il tasso di disoccupazione.

Un’opportunità che annulla le distanze

“La dematerializzazione del luogo di lavoro apre a nuove e stimolanti opportunità per la carriera dei professionisti italiani. La possibilità di sviluppare e mantenere rapporti di lavoro da e per l’estero rappresenta una fonte di arricchimento non solo dal punto di vista professionale ma anche personale”, commenta Carlo Caporale, amministratore delegato di Wyser Italia. Che aggiunge: “L’avanzamento tecnologico che consente ai manager di continuare ad esplorare le potenzialità legate al lavoro da remoto era già in parte diffuso nei settori finance e insurance, management, professional service e it, oggi si allarga anche ad altri ambiti. In questo contesto globale, diventa necessario per il candidato poter contare su un head hunter con una profonda conoscenza dei mercati locali, che possa quindi guidarlo nel suo percorso di carriera e individuare opportunità inaspettate”.

Sia rimanendo in Italia… sia all’opposto

Si tratta di una tendenza a livello internazionale: secondo uno studio di McKinsey, il 52% dei dipendenti desidera un futuro lavorativo più flessibile. Quindi, oltre ai professionisti che desiderano collaborare con aziende estere pur rimanendo in Italia, esiste una percentuale di lavoratori che vorrebbe vivere all’estero e operare però per un’impresa italiana. Per il 42% degli intervistati, la Spagna è la destinazione oltre confine più popolare, seguita dal Regno Unito (31%) e dalla Francia (11%). Il restante 16% non punta solo a destinazioni europee come Portogallo, Irlanda o Germania, ma include anche Paesi lontani  come Cina, Indonesia o Stati Uniti. Questa scelta dipende non solo da fattori prettamente professionali, ma anche culturali e dallo stile di vita del Paese in questione, che per il 71% degli intervistati è il principale fattore di valutazione.

L’azienda che forma donne manager è più produttiva del 9%

Quando l’azienda coinvolge le donne nella formazione manageriale l’aumento di produttività sale del 9%. La formazione manageriale delle donne ha un impatto positivo sulla produttività delle imprese, ed esiste un gap di produttività fra chi rivolge la formazione solo agli uomini e chi invece la rivolge anche alle donne. Fare formazione alle manager conviene sia nella manifattura, dove l’aumento è del 9%, sia nei servizi, dove la produttività si innalza dell’8% 
Sono alcuni risultati emersi da un’indagine di Fondirigenti, il Fondo interprofessionale per la formazione dei manager, promosso da Confindustria e Federmanager, e condotta in collaborazione con le Università di Trento e Bolzano.

Aumenta del 60% la sensibilità delle imprese verso il management femminile

Dal 2010 al 2020 la ricerca di Fondirigenti ha evidenziato una decisa crescita delle attività formative rivolte al management femminile, dal 13% al 21% del totale, con un aumento di quasi il 60% della sensibilità delle imprese in questa direzione. Le manager in formazione sono inoltre più giovani dei colleghi di sesso maschile, perché sei su dieci di loro (il 57%, per l’esattezza) hanno meno di 50 anni, mentre non vengono rilevate differenze significative nella durata media dei corsi di formazione, che si attestano attorno alle 19 ore, con o senza donne coinvolte. In particolare, la fascia d’età maggiormente rappresentata dalle dirigenti donne in formazione è quella fra i 30 e i 34 anni, che fa salire al 27% la presenza femminile in questo range anagrafico. D’altra parte, tra i dirigenti in formazione oltre i 55 anni, le donne rappresentano solo il 12% del totale.

Più donne dirigenti in Lombardia e nelle aziende più grandi 

Se, in base alla distribuzione geografica delle imprese, come singola regione è la Lombardia quella che assorbe più donne sul totale dei dirigenti donne (51,80%), come ripartizione geografica è il Centro a coinvolgere maggiormente il sesso femminile (46%), mentre al Nord la percentuale è del 35% e al Sud al 28%. Inoltre, riporta Adnkronos, più sale la dimensione aziendale e più aumenta il coinvolgimento delle donne dirigenti: nelle microimprese soltanto lo 0,4% delle imprese inserisce in formazione donne manager, percentuale che cresce all’8,2% nelle piccole imprese, e al 40% nelle medie imprese, mentre la quota sale al 51,4% nelle grandi imprese.

Scienza e tecnologia, i settori con il 49% con almeno una donna in formazione

La percentuale delle aziende che rivolgono la formazione ad almeno una donna manager cresce con il crescere dell’età dell’impresa. Tanto che il 91% di tutte le aziende che coinvolgono nella formazione almeno una dirigente di sesso femminile ha più di dieci anni d’età. Quanto ai settori più attivi in questo senso, a inserire più donne nei processi formativi dei dirigenti sono le imprese che lavorano nei settori della scienza e della tecnologia, dove il 49% di esse ha almeno una donna in formazione.

Nell’anno del Covid crescono le vendite dei prodotti per intolleranti

Oggi i clienti dei supermercati italiani possono scegliere tra quasi 13.700 prodotti alimentari “free from” e oltre 10 mila formulati per rispondere alle esigenze di chi soffre di allergie o intolleranze alimentari. Un’offerta in continua crescita e diversificazione per un business altrettanto che nel 2020 ha visto le vendite di alimenti “free from” sfiorare i 7 miliardi di euro, e quelle di prodotti per intolleranti superare 4 miliardi di euro, in crescita rispettivamente del +3,3% e del +4,6% rispetto al 2019. Nel 2020 continua quindi la crescita dei prodotti senza glutine o lattosio, ma si affermano altri claim “senza”, come “senza antibiotici”, “senza polifosfati”, “senza glutammato”, “senza latte” e “non fritto”. A monitorare l’andamento di questo mercato è la nona edizione l’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, che ha preso in esame i risultati di vendita di oltre 120 mila prodotti di largo consumo, pari all’82,6% del fatturato di supermercati e ipermercati in Italia.

Il paniere più consistente? Quello dei “free from”

Il paniere più consistente è quello dei prodotti alimentari “free from”, che nel nel 2020 incide per il 18,0% sul totale dei prodotti monitorati dall’Osservatorio e per il 25,0% sul giro d’affari complessivo. Tutti i 17 claim rilevati hanno registrato performance in crescita rispetto al 2019, grazie soprattutto alla componente della domanda (+6,1%), con aumenti che vanno dal +1,2% di “senza conservanti” (5,8% dei prodotti), a +41,3% di “senza antibiotici” (0,2%). Il 2020 è stato un anno di crescita anche del comparto dei prodotti rivolti a chi soffre di allergie o intolleranze alimentari, che ha contribuito per il 14,4% alle vendite totali del paniere food. La performance è stata sostenuta da una domanda positiva (+8,3%) e un’offerta arrivata al 13,4% del paniere complessivo rilevato.

Il segmento più importante è il gluten free

Il segmento più importante, sia come valore delle vendite sia come numero di referenze, è quello del gluten free, a cui appartengono il claim “senza glutine” (+5,0% di vendite) e il marchio Spiga Barrata rilasciato dall’Associazione italiana celiachia (+3,9%). Il segmento più dinamico del 2020 è stato quello dei prodotti “senza lattosio”, arrivati a quota 2.141 referenze per un aumento del +6,7% del giro d’affari. All’area valoriale del “lactose free” appartiene il claim emergente “senza latte”, rilevato su 478 prodotti, che hanno chiuso il 2020 con un aumento di +11,4% delle vendite.

Senza lievito, +3,7%, e senza uova, +0,1%

Sono altri due i claim affacciati in etichetta e “intercettati” dall’Osservatorio: “senza lievito” (+3,7% di vendite), e “senza uova”, che ha visto salire il sell-out del +0,1% rispetto al 2019. Da rilevare anche l’accelerazione nelle vendite di prodotti alimentari presentati in etichetta come “senza polifosfati” (+12,6%), “senza glutammato” (+10,5%), “senza aspartame” (+10,0%), e di quelli con il claim “non fritto” (+10,5%).

Estate 2021, i turisti stranieri tornano in Italia

Fra giugno e settembre 2021 sono oltre 25 milioni i pernottamenti stimati dei turisti provenienti da Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti in Italia. Oltre la metà di loro (55,4%) ha infatti deciso di andare in vacanza nei prossimi mesi, e il 5% ha scelto l’Italia. Per il nostro sistema ricettivo alberghiero ed extra-alberghiero questo si tradurrebbe in 7,2 milioni di arrivi e 25,1 milioni di presenze, con un incremento rispettivamente pari al 29,2% e al 15,3% rispetto all’estate del 2020. È quanto emerge da un’anticipazione dell’indagine realizzata da Demoskopika per conto del Comune di Siena sui consumi turistici degli stranieri. Che quest’estate sceglieranno di soggiornare soprattutto in cinque regioni: Trentino-Alto Adige, Toscana, Sicilia, Puglia e Lombardia.

Oltre 12 milioni scelgono l’Italia per le vacanze estive

Sono 12,3 milioni gli arrivi stimati nelle strutture ricettive italiane per i mesi estivi dell’anno in corso. In particolare, a optare per l’offerta ricettiva “tradizionale”, legata al comparto alberghiero ed extra-alberghiero, poco più di 7,2 milioni di turisti, con un incremento stimato del 29,2% rispetto allo stesso arco temporale dello scorso anno. Andamento in crescita anche per le presenze generate: 25,1 milioni di pernottamenti rispetto alle 21,8 milioni notti dell’estate dello scorso anno, con un incremento pari al 15,3%. Sul versante opposto, un più che significativo 44,6% però ha già rinunciato alle vacanze.
I motivi? Il timore di viaggiare (17,7%), l’impossibilità economica (14,6%) o l’aver già rinunciato, al di là dell’emergenza sanitaria (12,2%).

Mare, montagna e città d’arte in cima al diario di viaggio

Se circa la metà del campione opta per il mare (48,4%) o per mete esotiche (3,9%), il 15,1% sceglie la montagna, il 12,3% le città d’arte, cultura e borghi, e l’8% la “campagna, agriturismo”. 
Grandi città o vacanza al lago sono stati indicati rispettivamente dal 5,4% e dal 4,9% del campione, e chiude il diario di viaggio, la quota dei turisti che ha individuato il prodotto “terme e benessere” (1,8%). Quasi 6 turisti stranieri su 10, inoltre, concentreranno la loro villeggiatura nel mese di luglio (25,7%), e agosto (32,7%). Significativo però anche il dato di chi ha indicato i giorni di settembre (19,9%) e di giugno (12,3%).

In vacanza con i tuoi, ma 1 su 10 sarà “solitario”. 

Il 77,3% del campione fa prevalere la tradizione, e andrà in vacanza con il partner (43,8%) o con altri componenti della famiglia (33,5%), ma a villeggiare da solo sarà un 9,8%, e a partire con un gruppo di amici l’8,3%. La vacanza durerà circa 7 o 8 giorni (36,4%) o un periodo di due settimane (31,1%).
Turisti quasi divisi a metà poi sulle modalità di pernottamento durante le vacanze nel Belpaese. Se da un lato il 58% è orientato sull’offerta ricettiva alberghiera (44%) o extra-alberghiera (14%), dall’altro il 42% ha indicato soluzioni “fai da te”, o meno tradizionali, quali la “casa presa in affitto” (19,3%), o una “casa di proprietà della famiglia” (9,2%), o ancora, “ospite da parenti e amici” (7,3%).