Autore: Alessio Raimondi

Misure anti-Covid migliorano la qualità dell’aria

Le misure anti-Covid fanno bene alla salute due volte. Oltre a evitare la diffusione del virus migliorano anche la qualità dell’aria, e di conseguenza, apportano benefici per la salute.
Alcune misure anti-Covid adottate all’inizio della pandemia, come il lockdown e le restrizioni alla circolazione, si sono dimostrate utili anche per combattere l’inquinamento atmosferico, portando a un drastico calo di alcune sostanze inquinanti nelle città, con i conseguenti benefici per la salute. È quanto ha evidenziato uno studio internazionale sull’andamento della qualità dell’aria in 47 città europee, tra cui Roma, Milano, Parigi, Londra e Barcellona, pubblicato sulla rivista Nature, e realizzato da numerose istituzioni di ricerca, tra cui l’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile.

Biossido di azoto (NO2) più che dimezzato in sette città italiane ed europee

In particolare, dall’indagine emerge che il forte calo dei livelli di inquinamento atmosferico nel periodo monitorato, ovvero da febbraio a luglio 2020, è dovuto principalmente alla limitazione degli spostamenti quotidiani in città e all’obbligo di permanenza nelle abitazioni. Un minore impatto hanno avuto invece le restrizioni alla circolazione tra le regioni e i viaggi internazionali.  L’inquinante che ha subito la riduzione maggiore è il biossido di azoto (NO2), più che dimezzato in sette città italiane ed europee: Milano, Torino, Roma, Madrid, Lisbona, Lione e Parigi.

Un calo dovuto soprattutto al divieto della circolazione e del trasporto su strada

“Il calo è dovuto soprattutto al divieto della circolazione e del trasporto su strada, che rappresenta la principale fonte di emissioni di questo inquinante – spiega Mario Adani, ricercatore Enea del Laboratorio Inquinamento Atmosferico e coautore dello studio -. Le concentrazioni di biossido di azoto hanno iniziato a precipitare fin dalla prima metà di marzo 2020, quando i governi hanno imposto le prime restrizioni. Le differenze tra le città possono essere correlate solo ai diversi tempi di attuazione delle politiche di blocco e alle variazioni nella severità delle misure”.

Da febbraio a luglio 2020 aumenta il numero totale dei decessi evitati

Lo studio, riporta Italpress, ha quantificato anche il numero di morti premature evitate a seguito della riduzione dell’inquinamento per effetto delle misure adottate dai governi Ue contro la pandemia. Da febbraio a luglio 2020 il numero totale di decessi evitati è stato pari a 486 per il biossido di azoto (NO2), 37 per l’ozono (O3), 175 per il PM2.5 e 134 per il PM10. In particolare Milano, Parigi, Londra e Barcellona sono state tra le prime città con il maggior numero di decessi evitati da biossido di azoto (NO2) e polveri sottili. Per l’Italia, lo studio ha quantificato le morti evitate a Milano, Napoli, Roma e Torino, per ciascuno degli inquinanti analizzati. Ad esempio, a Roma sono stati evitati 18 decessi da NO2, 6 da O3, 7 da PM10 e 5 da PM2.5.

Il ruolo del digitale nel retail 

Meno male che c’è il digitale: proprio grazie all’eCommerce il retail è riuscito ad attraversare e superare l’onda della pandemia. A confermare questa tendenza c’è l’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail della dalla School of Management del Politecnico di Milano, che ha registrato un incremento degli investimenti in digitale dei retailer, con l’incidenza sul fatturato che è passata dal 2% nel 2020 al 2,5% nel 2021. Non solo: cresce anche l’importanza dell’eCommerce nel Retail italiano. Il canale online, pur rimanendo secondario in termini di consumi rispetto all’offline (abilita solo il 10% degli acquisti a valore totali), è sempre più motore di innovazione e di crescita: è infatti responsabile di circa il 20% dell’incremento totale dei consumi. Il fermento digitale è dimostrato anche dal fatto che nel 2021 oltre l’85% dei primi 300 retailer italiani per fatturato è presente online, anche tramite modelli di vendita che integrano digitale e negozio fisico: i più diffusi sono click&collect (65%), reso offline degli ordini eCommerce (37%) e verifica online della disponibilità di prodotti in negozio (30%).

Un nuovo modello di commercio omnicanale

Per realizzare un nuovo modello di commercio omnicanalei top retailer italiani sono impegnati anche sul fronte del back-end con lo scopo di abilitare integrazione di dati e operations. Il cantiere della Data Strategy omnicanale si fonda essenzialmente sull’utilizzo dei dati raccolti in maniera integrata tra i diversi touchpoint presidiati, come canali di vendita e relazione, sistemi informativi e fonti esterne. L’analisi condotta sui principali retailer italiani per fatturato ha fatto emergere che circa la metà del campione si trova allo stadio più avanzato: i dati vengono utilizzati per attivare iniziative di comunicazione, marketing e vendita personalizzate su specifici cluster e su singoli clienti. Per quanto riguarda le operations, nel 2021 il 39% dei top retailer italiani gestisce l’inventario in maniera integrata tra i diversi canali di vendita e il 32% possiede un sistema centralizzato di order management. Il 35% del campione, inoltre, utilizza tutte le strutture a disposizione (hub di distribuzione, magazzini, negozi fisici) per evadere gli ordini provenienti dai diversi canali.

Gli investimenti in tecnologia digitale nel back-end 

Durante il 2021, gli investimenti in tecnologia digitale nel back-end tra i top retailer italiani sono stati funzionali, in primis, all’approfondimento della conoscenza del cliente in chiave omnicanale. I sistemi di business intelligence analytics sono stati potenziati dal 17% dei player (implementati complessivamente dal 75% del campione) e il 9% ha lavorato sulle soluzioni di customer relationship management (già presenti nel 66% dei casi), con l’obiettivo di integrare le informazioni derivanti da diversi canali per comprendere esigenze e abitudini dei consumatori, abituali e non. Allo stesso tempo sono state implementate innovazioni volte a ottimizzare attività e processi lungo la supply chain: il 13% dei retailer ha adottato soluzioni all’interno dei magazzini (58%) per automatizzarne la gestione e incrementarne le performance; il 9% ha infine potenziato i sistemi automatizzati di demand, inventory e distribution planning (51%), per effettuare previsioni più accurate della domanda e semplificare l’intero processo distributivo.

L’importanza della Corporate Social Responsibility per i consumatori 

In Italia il 48% delle persone dichiara di sapere cos’è la Corporate Social Responsibility, ovvero, l’attenzione che le aziende dedicano alla condotta etica e al loro impatto sociale, contro il 40% di chi non ne conosce il significato. Da quanto emerge dalla survey sulla Corporate Social Responsibility di WIN International, di cui fa parte BVA Doxa, i dati italiani sono in linea con il risultato a livello globale, e con la media Europea (48%). A guidare il ranking dei paesi europei c’è la Slovenia, che con il 74% di ‘conoscitori’ è anche al primo posto del ranking globale. Mentre in paesi come Francia (43%), Germania (31%) e Regno Unito (40%) una quota minore di intervistati si dichiara vicino al concetto della CSR.

Le aziende pongono la giusta attenzione alla CRS?

In Italia, il 25% degli intervistati afferma che la maggior parte delle aziende non ponga la giusta attenzione alla CRS, un dato di nuovo in linea con la media mondiale (25%). C’è anche una quota della popolazione che ritiene che le aziende si occupino di CSR solo ‘per apparenza’, ma che in realtà non siano sufficientemente impegnate nel promuoverla. In questo caso, la differenza tra Italia e resto del mondo è più significativa: il 50% degli italiani ne è convinto contro il 39% della media mondiale. Il dato italiano però è ancora una volta in linea con il resto dell’Europa (48%).
Solo il 9% degli italiani ritiene che le aziende stiano efficacemente adottando la CSR, diversamente da quanto pensano i cittadini in APAC, tra i più ottimisti del campione (media della regione 31%).

Conoscere le azioni dei brand a favore della sostenibilità

Il 70% della popolazione mondiale ritiene sia importante essere a conoscenza dei comportamenti socialmente responsabili delle aziende e dei brand di cui si è clienti. In Italia non solo il dato è significativamente più alto (88%), ma il risultato porta l’Italia al terzo posto nel ranking mondiale dei paesi che ritengono sia importante conoscere le azioni che aziende e brand intraprendono a favore della sostenibilità.
Non si tratta però solamente di essere consapevoli del significato e dell’importanza della CSR, ma dalla rilevazione emerge anche come la CSR sia in grado di influenzare le decisioni di acquisto della popolazione mondiale.

La CSR influenza le decisioni di acquisto

Il 62% della popolazione afferma infatti che i comportamenti socialmente responsabili di aziende e brand influenzano le loro decisioni di acquisto, e in Italia sono il 67%. Aumenta quindi l’interesse per i comportamenti etici e la funzione sociale delle aziende. A livello mondiale, se da un lato i risultati mostrano una equa distribuzione tra regioni e gender, una relazione indiretta appare guardando all’età: le persone più anziane tendono a essere meno influenzate dalla CSR e dai comportamenti etici delle aziende nelle decisioni d’acquisto.

Per gli italiani lo stile di vita è più green dall’inizio della pandemia

Da quando è iniziata la pandemia il 66% degli italiani conduce uno stile di vita più sostenibile, e il 36% sarebbe disposto a spendere di più per prodotti green. Lo rivela il sondaggio The Green Response Survey 2021, condotto da Essity, azienda attiva nei settori dell’igiene e della salute, sull’impatto della pandemia sui comportamenti di consumo sostenibile.
E dal sondaggio emerge un discreto aumento della sensibilità da parte dei consumatori italiani su temi relativi alla sostenibilità. La pandemia, infatti, avrebbe indirizzato i consumatori verso scelte più sostenibili, soprattutto sull’uso della plastica, il packaging e il tema della riciclabilità.

Disposti a spendere di più per prodotti o imballaggi riciclabili 

Quando acquista prodotti per l’igiene, un italiano su 5 presta attenzione al loro impatto ambientale, e il 17% cerca prodotti facilmente riciclabili. Per i prodotti green e sostenibili cambia anche la propensione a spendere, il cosiddetto ‘willingness to pay’. Gli italiani, infatti, accetterebbero di pagare un prezzo più alto per prodotti che possono essere riciclati o compostati dopo l’uso (36%), composti da materiali rinnovabili (31%) o da materiale di origine naturale (31%), con imballaggi fatti di materiali riciclati o rinnovabili (29%) o realizzati localmente (27%).

Aumenta l’ottimismo per l’azione individuale dei singoli

Anche il cambiamento climatico rientra tra gli interessi dei consumatori italiani. In particolare, aumenta l’ottimismo per l’azione individuale dei singoli. Secondo il Green Response gli italiani sono tra i più ottimisti al mondo quando si parla del proprio impatto positivo sul cambiamento climatico. Il 70% crede infatti che i comportamenti più rispettosi per l’ambiente possano rallentare il riscaldamento globale. Tuttavia, continua a essere presente una distanza tra intenzioni e comportamenti di acquisto/stili di vita sostenibili.
Per questo Essity approfondirà il tema insieme a Legambiente, che a partire da febbraio 2022 affiancherà l’azienda in un progetto di informazione e sensibilizzazione sugli stili di vita sostenibili per ridurre questo gap, riferisce Adnkronos.

Cresce la sensibilità ai temi ambientali

“Negli ultimi anni, la sensibilità delle persone alle tematiche ambientali è cresciuta a una velocità senza precedenti – afferma Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente -. La pandemia e la crisi climatica sempre più evidente hanno senz’altro accelerato questo processo. La sfida di oggi è quindi trasformare questa crescente attenzione nel protagonismo di un numero sempre maggiore di persone a fare la propria parte. Questo processo ci aiuterà a migliorare la nostra qualità della vita e a tutelare gli equilibri del Pianeta. Una maggiore consapevolezza nelle scelte dei consumatori è un fattore determinante anche per la transizione ecologica delle aziende, spingendo al costante miglioramento ambientale di prodotti e servizi, e di sollecitazione delle Istituzioni nell’adottare sempre più strumenti in grado di accompagnare questo cambiamento necessario”.

Spesa online, come sono cambiate le abitudini degli italiani nel 2021

Come abbiamo fato la spesa noi italiani nel 2021? Dopo i cambiamenti epocali avvenuti nel corso del 202 per la pandemia, anche e soprattutto per quanto riguarda le abitudini di consumo, ci sono state ulteriori evoluzioni? A rispondere ci pensa il terzo Report Annuale di Everli, che innanzitutto ribadisce che i nostri connazionali hanno consolidato l’abitudine di fare la spesa online.

I trend della spesa online
In base al report di Everli relativo al 2021, la classifica delle 10 categorie di prodotto più acquistate dai consumatori del Bel Paese è parecchio cambiata rispetto allo scorso anno, con una crescente tendenza a comprare prodotti salutari. Nello specifico, si conferma capolista di questo speciale ranking la categoria “verdura”, subito seguita da “frutta” (2° posto), spodestando la categoria merendine, che nel 2021 si ritrovano solo al settimo posto. Questa tendenza “healthy” si conferma anche guardando al resto della classifica, che vede quest’anno posizioni più alte occupate da categorie quali pasta di semola corta (3°), insalate pulite e lavate (6°), pane (9°) e agrumi (10°) e registra l’uscita dalla top 10 di categorie particolarmente apprezzate nel 2020, come formaggi e salumi, latte e burro, gelati e scatolame, così come le farine e i preparati per pane e pizza fatti in casa (che nel 2020, complice il lockdown, avevano raggiunto uno stellare +5.046% rispetto al 2019).

Il carrello online nel 2021
Negli scorsi 12 mesi, complici limitazioni meno severe rispetto ai lockdown del 2020, il dato relativo alla spesa totale effettuata online in Italia è fisiologicamente leggermente sceso (-4%), mentre il numero complessivo di ordini è salito (+6%), benché con un valore medio del carrello inferiore (-9,8%): segno che i consumatori dello Stivale nel 2021 hanno integrato la spesa effettuata online nella loro quotidianità, gestendo un numero maggiore di spese, ma un po’ più “piccole”. La zona d’Italia che ha visto maggiormente l’affermarsi della spesa online nelle proprie abitudini è stato il Nord-Est (Friuli-Venezia-Giulia e Veneto): infatti, Venezia (+17,5%), Udine (+17%) e Trieste (+15%) sono le tre città dove si è registrata la crescita maggiore anno su anno.
Per quanto riguarda l’organizzazione della spesa, le abitudini degli italiani sono parzialmente cambiate rispetto all’anno precedente: infatti, se nel 2020 era il lunedì il giorno preferito per ordinare la spesa online, nel 2021 è il venerdì la giornata abitualmente deputata a questa attività. La domenica, invece, anche nel 2021 rimane il giorno in cui si registrano meno ordini sulla piattaforma. Sul fronte orari, il mattino si conferma il momento più gettonato per ordinare la spesa online, soprattutto tra le 10 e le 11. Infine, l’app per la spesa è di gran lunga preferita dagli abitanti del Bel Paese rispetto alla versione web (68% vs 31%), con una crescita di ben 7 punti percentuali rispetto al 2020.

Nuovo record per le app: usate quasi cinque ore al giorno

Le app segnano un nuovo record di utilizzo: in tutto il mondo in media vengono utilizzate 4 ore e 48 minuti al giorno, di più in Corea del Sud e Brasile, per una spesa negli ultimi 12 mesi pari a 320.000 dollari al minuto. Il tempo di utilizzo viene destinato per il 42% alle applicazioni social e di comunicazione. Ma in Italia le più scaricate sono le app legate all’emergenza Covid-19, come PosteID, IO, Verifcac19, e Immuni. Sono i dati emersi dal report 2021 elaborato dalla piattaforma di analisi App Annie, che ha analizzato le applicazioni più scaricate e il comportamento degli utenti di smartphone e tablet.

Nel mondo la più scaricata è TikTok

In pratica, passiamo sempre più tempo della nostra giornata davanti al display dei dispositivi mobili e sulle app, in crescita rispetto alle 4,2 ore del rapporto precedente. Il tempo viene speso prevalentemente sui social (42%) e sulle app di foto e video (25%). L’8% viene dedicato ai giochi, e il 3% all’intrattenimento. Anche quest’anno l’app più scaricata globalmente è stata TikTok, seguita da Instagram, Facebook e WhatsApp. Ma nella top 10 c’è posto anche per Zoom e CapCut per il video editing. I giochi con più utenti mensili nel mondo sono stati invece PUBG Mobile, Roblox e Candy Crush Saga, e ancora in classifica, Pokemon GO.

In Italia vincono quelle collegate alla pandemia

In Italia, invece, nel 2021 le applicazioni più scaricate sono state quelle collegate alla pandemia: PosteID, IO, Verifcac19, Immuni, e Vinted, l’app per comprare e vendere vestiti usati anche firmati. Sempre nel nostro paese, in termini di utenti attivi mensili, in testa si trovano  WhatsApp, Facebook, Instagram e Messenger. Ma tra le prime dieci anche Amazon, Spotify e Netflix. La classifica delle app con le quali si spende di più vede invece in testa Dazn, Disney+, Google One, Tinder e Netflix. E tra i giochi, il più scaricato è stato Count Masters.

Parallelamente alla domanda cresce anche l’offerta

In termini mondiali, parallelamente alla domanda cresce anche l’offerta, con 2 milioni di app inedite pubblicate nel 2021, di cui il 77% sullo store di Google.
Sommando App Store e Play Store, riporta Ansa, sono 21 milioni le applicazioni pubblicate fino a oggi. Sempre nel 2021, 233 app e giochi hanno generato più di 100 milioni di dollari, e 13 di queste hanno generato oltre 1 miliardo.
Nel corso degli ultimi 12 mesi gli utenti hanno speso una media di 320.000 dollari al minuto, il 19% in più su base annua, per una cifra complessiva di 170 miliardi di dollari. Sono inoltre sostanziali le differenze nel download delle app e negli acquisti a seconda delle generazioni. La Generazione Z (i nati tra 1997-2010) preferiscono le app social e video, i Millennial (i nati dal 1981 al 1996) le app di messaggistica, mentre la Gen X (1965-1980) non sembra focalizzarsi su una categoria specifica.

Quattro milioni e mezzo di italiani si informano solo sui social

Se in generale gli italiani per informarsi usano i social insieme ad altre fonti informative, 4 milioni e mezzo di loro si informano solo sui social network. Soprattutto su Facebook, utilizzato da 14 milioni e mezzo di italiani per avere notizie. Tra questi, il 30,1% dei 14-80enni, il 41,2% tra i laureati, il 39,5% di chi ha un’età compresa fra 30 e 44 anni, e il 33% delle donne. Ma non si usa solo Facebook. Da alcuni dati emersi dall’Osservatorio permanente Censis-Ital Communications sulle Agenzie di comunicazione in Italia, risulta che il 12,6% della popolazione, e il 18% tra i giovani, acquisisce informazioni anche su YouTube, e il 3% su Twitter. Di questi, il 5% tra i più giovani.

L’epicentro della disinformazione e delle fake news è sul web

Se il web durante la pandemia ha consentito agli italiani di costruirsi una nuova quotidianità digitale, non mancano gli aspetti contraddittori del suo utilizzo, alcuni dei quali hanno un impatto diretto su informazione e fake news. Il Covid-19 infatti ha evidenziato i rischi di una comunicazione senza filtri, proliferante, disordinata, che nel web ha l’epicentro della disinformazione e delle fake news.
Il 55,1% degli italiani poi è convinto che il digitale fomenti odio, rancore e conflittualità, con quote che arrivano al 58,9% tra le donne e al 58,4% tra i giovani under 34. E il 22,6% ha paura di cadere vittima degli haters.

L’affidabilità di quotidiani, tv e radio

L’86,4% degli italiani però sa che per ottenere un’informazione di qualità è meglio affidarsi ai quotidiani cartacei o online, a radio e televisione piuttosto che ai social network, dove chiunque è libero di produrre e diffondere notizie. Non è un caso che il 74,5% pensa che la televisione sia molto o abbastanza affidabile, mentre solo il 34,3% giudica affidabili i social network. Un evento inaspettato come l’epidemia da Covid-19 ha scatenato la domanda di informazione a livello globale, e a tal proposito un’indagine di Eurobarometro rileva come il 61% dei cittadini europei ritenga virologi, medici e personale sanitario le più attendibili fonti di informazione sui vaccini, ma tra i no vax la quota scende al 32%. E il 10% di chi non è vaccinato per informarsi sui vaccini ripone fiducia sui siti web, e l’8% sui social, contro il 5% della popolazione.

Covid, media e fake news: regole più severe contro le notizie false

Il 41% di chi ha deciso di non vaccinarsi non giudica affidabile nessuna fonte informativa, mentre il 54,2% degli italiani ritiene positiva la presenza mediatica degli esperti nei vari campi della medicina.
Il 45,8%, però, esprime giudizi negativi, in quanto virologi ed epidemiologi hanno creato confusione e disorientamento (34,4%) o sono stati dannosi perché hanno provocato allarme (11,4%).
In ogni caso, l’86,8% degli italiani vorrebbe regole e controlli più stringenti per le notizie sul web. E per il 56,2% sarebbero necessarie pene più severe per chi diffonde false notizie deliberatamente.

Fa male bere l’acqua del rubinetto?

Tutti almeno una volta ci siamo chiesti se fa male bere l’acqua del rubinetto. Questa è l’acqua alla quale abbiamo acceso più facilmente, chiaramente, e non dobbiamo fare alcuno sforzo per poterne usufruire.

Per questo è lecito chiedersi se sia sufficientemente sicura e avere la certezza che non vi siano ripercussioni sulla salute.

Consideriamo infatti che l’acqua è un bene assolutamente primario ed è necessario berne almeno due litri al giorno per garantire al nostro organismo la giusta idratazione ed il necessario apporto di minerali, alcuni dei quali non vengono assunti tramite l’alimentazione e per questo diventa importante assumerli tramite l’acqua che si beve.

È sicura l’acqua del rubinetto?

Di norma, l’acqua proveniente dalle reti idriche della città è di buona qualità in quanto controllata dalle varie società che gestiscono l’acqua pubblica.

Questa viene infatti trattata con vari procedimenti il cui scopo è quello di garantire determinati standard di qualità. Non sempre però, nonostante questo tipo di intervento, l’acqua che giunge sino al rubinetto di casa è sufficientemente sicura e buona da bere.

Questo può essere dovuto anche alle tubature obsolete per quel che riguarda il tratto finale che giunge fino a casa, e ciò può alterare il sapore dell’acqua ma anche comportare lo sviluppo di eventuali agenti patogeni o la presenza di metalli pesanti che sono chiaramente pericolosi per la nostra salute.

Per questo motivo è necessario trattare l’acqua prima di andare a berla, per avere la certezza e la sicurezza che tutto sia a posto.

Come deve essere una buona acqua del rubinetto?

Ci sono alcune caratteristiche imprescindibili per una buona acqua, con particolare riferimento a quella che arriva dal rubinetto.

Essa deve infatti essere libera dalla presenza di eventuali microrganismi nocivi e metalli pesanti, così come sostanze chimiche e tutti quegli elementi in sospensione o in soluzione che possono essere presenti quando la qualità dell’acqua non è eccelsa.

Una buona acqua del rubinetto dovrebbe dunque essere in grado di rispondere a questi standard di qualità per consentirci di poterla bere in maniera sicura ed evitare di andare ad acquistare l’acqua minerale al supermercato.

Purtroppo sempre più spesso gli impianti di trattamento delle grandi società che gestiscono l’acqua pubblica non sono efficientissimi o presentano risorse e strumentazione obsolete che tendono a far diminuire la qualità dell’acqua cui abbiamo accesso in casa.

Come accennato, spesso incide sulla qualità dell’acqua anche la parte finale del percorso, ovvero le tubature che dal contatore giungono fino a casa nostra: spesso queste tubature sono vecchie e ossidate e incidono negativamente sulla qualità dell’acqua, incluso chiaramente il suo sapore.

Un depuratore d’acqua è la soluzione

Quando il dubbio circa la qualità dell’acqua che arriva al rubinetto di casa è fondato, o quando comunque si percepisce che questa non abbia un buon sapore, diventa inevitabile cercare una soluzione.

Quella più efficace e rapida è sicuramente il far installare un depuratore d’acqua. Questo dispositivo filtra l’acqua del rubinetto eliminando qualsiasi tipo di impurità o sostanza nociva, conferendole al tempo stesso un buon sapore.

Ci sono depuratore acqua casa prezzi diversi in base alla loro tipologia: ciascuna è in grado di risolvere una necessità specifica come ad esempio eliminare il cloro in eccesso, addolcire il sapore dell’acqua o eliminare altro tipo di impurità eventualmente presente.

Grazie a questo tipo di dispositivo, che necessita di poca o nulla manutenzione nel corso dell’anno, è certamente possibile avere la certezza di assicurarsi un’acqua sempre idonea al consumo alimentare e di conseguenza fare una ottima cosa anche per il nostro organismo.

Cresce l’ottimismo dei wireless provider a banda larga

Nonostante la sfida della pandemia e l’incertezza economica, l’ottimismo tra i provider di servizi a banda larga wireless è a livelli record. più di quattro WISP su cinque (81%) dichiarano infatti di essere ottimisti sul futuro: nel 2020 erano il 71% e nel 2019 il 61%.
“I wireless service provider rimangono resilienti nei confronti delle attuali difficoltà, con una notevole capacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti della domanda e della tecnologia e un forte impegno a offrire un servizio affidabile a prezzi competitivi – afferma Scott Imhoff, Senior Vice President of Product Management di Cambium Networks -. Sfruttando le nuove opportunità offerte nelle aree suburbane e rurali, i WISP continuano a far progredire il settore e a creare comunità più forti e più connesse”.

La copertura nelle aree urbane è salita dal 15% al 18%

Sebbene i provider di servizi wireless a banda larga storicamente eccellono nei servizi residenziali rurali il sondaggio realizzato da Cambium Networks, condotto tra luglio e agosto 2021 tra i provider di 23 paesi, mostra come i WISP stiano diventando capaci nel fornire connettività in ambito sia urbano sia suburbano. Mentre Il 44% di loro fornisce una copertura nelle aree rurali, la copertura nelle aree urbane è salita dal 15% al 18%. Quasi un quarto dei WISP (24%) fornisce infatti servizi in maniera uniforme a comunità urbane, suburbane e rurali. Questo grazie alle prime implementazioni delle onde millimetriche a 28 e 60 GHz avvenute a partire dal 2021.

Le opportunità della nuova tecnologia a 6 GHz

Anche la disponibilità prevista per il 2022 del nuovo spettro a 6 GHz è considerata un’entusiasmante opportunità di espansione: tutti gli intervistati riferiscono che stanno sviluppando piani per capitalizzare la nuova tecnologia e soddisfare meglio le esigenze della crescente domanda di connettività. Inoltre, i fornitori di servizi wireless a banda larga continuano a espandere la loro offerta per far crescere la loro attività, con il 22% che aggiunge Wi-Fi residenziale, il 14% hotspot all’aperto e il 3% che ora offre servizi mobili.

Le sfide del 2022: i finanziamenti e la disponibilità dello spettro RF

Tra le sfide che i WISP devono affrontare, i finanziamenti continuano a occupare il posto più alto, con il 31% che li considera un ostacolo alla crescita. Segue da vicino la disponibilità dello spettro RF (29%).
 “Guardando al 2022, quando le bande di frequenza a 6 GHz saranno disponibili, ci sarà un uso rapido ed efficiente dello spettro RF – continua Imhoff -. Ci aspettiamo che i service provider colgano questa opportunità di crescita offrendo più servizi ‘chiavi in mano’ ai mercati business, industriali e pubblici, estendendo al contempo i servizi per le applicazioni dedicati all’home office”.

Lavoro: la situazione sociale in Italia nel 2021

L’emergenza sanitaria ha avviato un nuovo ciclo dell’occupazione. Il 36,4% degli italiani ritiene che la crisi da Covid-19 si sia tradotta in una maggiore precarietà, mentre per il 30,2% degli italiani l’esperienza del lavoro da casa ha dato la possibilità di conciliare le esigenze personali con quelle professionali. Cresce però l’aspettativa nel futuro, soprattutto per il 27,8% della popolazione, che considera le risorse europee e il Pnrr elementi in grado di garantire occupazione e sicurezza economica per lavoratori e famiglie. Ma alti tassi di disoccupazione, soprattutto dei giovani, e ampie sacche di inattività, soprattutto femminile, sono le caratteristiche di un mercato del lavoro sempre più sclerotizzato. Si tratta di alcune evidenze del capitolo ‘Lavoro, professionalità, rappresentanze’ del 55° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese nel 2021.

I fattori che frenano l’inserimento professionale

Per il 30,2% degli italiani al primo posto tra i fattori che frenano l’inserimento professionale ci sono le retribuzioni disincentivanti offerte in cambio della prestazione lavorativa. Anche nei confronti di chi dispone di competenze e capacità adeguate. Al secondo posto (29,9%), la persistenza di condizioni inadeguate per avviare un’attività in proprio, dal peso degli adempimenti burocratici al carico fiscale che grava sull’attività d’impresa.

I divari retributivi nel lavoro dipendente e l’appeal delle libere professioni

Quanto alle retribuzioni degli oltre 15 milioni di lavoratori pubblici presenti negli archivi Inps, il dato medio complessivo riferito alla giornata retribuita si attesta a 93 euro. Una donna percepisce una retribuzione inferiore di 28 euro rispetto a un uomo, e la sua retribuzione è inferiore del 18% rispetto alla media. In base all’età emerge invece una differenza di 45 euro tra un under 30 e un over 54, ed è ampia anche la distanza tra la paga giornaliera di chi ha un contratto a tempo indeterminato (97 euro) rispetto al tempo determinato (65 euro), e fra full time e part time: la prima vale più di due volte la seconda. Resta invece intatto l’appeal delle libere professioni, definite dal 40,0% degli italiani attività prestigiose, che fanno valere le competenze acquisite e l’impegno dedicato allo studio. Per il 34,1% poi si tratta di un lavoro utile, importante per la collettività.

Tempi della ripresa e tempi della formazione

Il basso impegno nella formazione continua e il ritardo nell’adozione di efficaci politiche attive del lavoro rischiano di rappresentare una strozzatura per il perseguimento degli obiettivi di crescita previsti dal Pnrr. Le imprese italiane di minore dimensione accedono poco ai fondi per la formazione finanziata (6,2%), contro il 64,1% delle aziende che contano più di 1.000 dipendenti. Per realizzare gli obiettivi del Pnrr è necessario disporre di un sistema coerente di politiche attive del lavoro, in grado di gestire il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro. Oggi però i centri pubblici per l’impiego riescono a entrare in contatto soltanto con il 18,7% delle persone in cerca di occupazione, mentre a livello europeo la percentuale sale al 42,5%.