Suggerimenti per uno stile di vita sano

Tutti noi amiamo prenderci cura della nostra salute e cerchiamo per questo, chi più chi meno, di adottare tutti quegli accorgimenti e quelle buone abitudini che ci consentono di stare bene e vivere più a lungo.

Sono molte le cose che possiamo fare per prenderci cura di noi stessi, e queste riguardano sia il nostro comportamento a tavola che la routine quotidiana.

Vediamo allora di seguito alcuni preziosi suggerimenti per uno stile di vita sano: più riusciamo ad adottarne, meglio è.

Bevi due litri d’acqua al giorno

Il primo consiglio è il classico che riguarda la quantità d’acqua che facciamo bene a bere ogni giorno. il nostro corpo infatti è costituito al 70% da acqua ed essa è un elemento indispensabile per il nostro organismo e per i processi fisiologici che lo caratterizzano.

Tra l’altro tramite l’acqua eliminiamo le scorie e regoliamo la temperatura del corpo, per questo motivo è bene berne almeno 2 litri al giorno, così da garantire al corpo il quantitativo giusto di liquidi.

Mangia diverse porzioni di frutta e verdura ogni giorno

Frutta e verdura possiedono notoriamente vitamine e sali minerali indispensabili per il nostro organismo e che hanno anche un’ottima azione antiossidante.

È ormai accertato che assumere più porzioni di frutta e verdura nel corso della giornata consenta di ridurre in maniera drastica la possibilità che si presentino determinate patologie, soprattutto quelle cardiovascolari.

Modera zuccheri e grassi

Anche gli zuccheri sono importanti per il nostro corpo, ma non bisogna abbondare. Molti dei cibi che mangiamo contengono zuccheri, ed è bene per questo limitarne il consumo.

Alla stessa maniera non bisogna esagerare nemmeno con i grassi, dato che hanno un elevato potere calorico e non sempre sono utili all’organismo.

Tra l’altro determinati tipi di grassi concorrono nel far aumentare il colesterolo nel sangue il che non è certo un vantaggio.

Assumi poco sale

Sin da piccoli siamo abituati ad assumere determinate quantità di sale ogni giorno, ma questa non è una buona notizia per la nostra salute.

Livelli di sodio elevati sono infatti in grado di aumentare notevolmente le possibilità di andare incontro a patologie cardiovascolari, ma non solo.

La quantità giusta di sale che dovremmo assumere ogni giorno è inferiore 6 grammi, ma senza accorgersene ne assumiamo molto di più.

Ciò in relazione anche al sale che è naturalmente presente in ciò che mangiamo, soprattutto nei cibi lavorati e negli insaccati.

Limita il consumo di alcol

Certamente un bicchiere di vino ogni tanto o un limoncello non possono far altro che fare bene all’anima. Questo però non significa che bisogna esagerare con l’alcol e soprattutto consumarlo fuori dai pasti.

Se si supera le dosi consigliate infatti, esso può rappresentare un problema non indifferente per il nostro organismo.

Considera per questo che un adulto non dovrebbe bere più di 2/3 bicchieri di da alcool al giorno, e in ogni caso è sempre bene farlo durante i pasti.

Fai del movimento

La vita sedentaria è tra i peggiori nemici della nostra salute. Per questo facciamo bene a fare almeno 30 minuti circa di movimento ogni giorno.

Ciò non implica per forza la palestra, ma semplicemente anche una bella passeggiata. Potremmo approfittarne ad esempio per andare al lavoro in bicicletta o direttamente a piedi.

Controllare il proprio peso

Il controllo del peso periodico è una buona abitudine da mantenere, dato che un suo repentino mutamento è già indice di qualcosa che non va.

In particolar modo dobbiamo controllare che il peso non cresca troppo rapidamente assieme al nostro girovita. È possibile per questo richiedere sempre un teleconsulto medico ad un nutrizionista per capire quale possa essere la dieta sana ed equilibrata che faccia al caso nostro.

Tenendo a mente queste semplici regole, o per meglio dire buon enorme di vita, sarà possibile mantenerci in salute più a lungo, con una qualità della vita decisamente superiore alla media.

Fa male bere l’acqua del rubinetto?

Tutti almeno una volta ci siamo chiesti se fa male bere l’acqua del rubinetto. Questa è l’acqua alla quale abbiamo acceso più facilmente, chiaramente, e non dobbiamo fare alcuno sforzo per poterne usufruire.

Per questo è lecito chiedersi se sia sufficientemente sicura e avere la certezza che non vi siano ripercussioni sulla salute.

Consideriamo infatti che l’acqua è un bene assolutamente primario ed è necessario berne almeno due litri al giorno per garantire al nostro organismo la giusta idratazione ed il necessario apporto di minerali, alcuni dei quali non vengono assunti tramite l’alimentazione e per questo diventa importante assumerli tramite l’acqua che si beve.

È sicura l’acqua del rubinetto?

Di norma, l’acqua proveniente dalle reti idriche della città è di buona qualità in quanto controllata dalle varie società che gestiscono l’acqua pubblica.

Questa viene infatti trattata con vari procedimenti il cui scopo è quello di garantire determinati standard di qualità. Non sempre però, nonostante questo tipo di intervento, l’acqua che giunge sino al rubinetto di casa è sufficientemente sicura e buona da bere.

Questo può essere dovuto anche alle tubature obsolete per quel che riguarda il tratto finale che giunge fino a casa, e ciò può alterare il sapore dell’acqua ma anche comportare lo sviluppo di eventuali agenti patogeni o la presenza di metalli pesanti che sono chiaramente pericolosi per la nostra salute.

Per questo motivo è necessario trattare l’acqua prima di andare a berla, per avere la certezza e la sicurezza che tutto sia a posto.

Come deve essere una buona acqua del rubinetto?

Ci sono alcune caratteristiche imprescindibili per una buona acqua, con particolare riferimento a quella che arriva dal rubinetto.

Essa deve infatti essere libera dalla presenza di eventuali microrganismi nocivi e metalli pesanti, così come sostanze chimiche e tutti quegli elementi in sospensione o in soluzione che possono essere presenti quando la qualità dell’acqua non è eccelsa.

Una buona acqua del rubinetto dovrebbe dunque essere in grado di rispondere a questi standard di qualità per consentirci di poterla bere in maniera sicura ed evitare di andare ad acquistare l’acqua minerale al supermercato.

Purtroppo sempre più spesso gli impianti di trattamento delle grandi società che gestiscono l’acqua pubblica non sono efficientissimi o presentano risorse e strumentazione obsolete che tendono a far diminuire la qualità dell’acqua cui abbiamo accesso in casa.

Come accennato, spesso incide sulla qualità dell’acqua anche la parte finale del percorso, ovvero le tubature che dal contatore giungono fino a casa nostra: spesso queste tubature sono vecchie e ossidate e incidono negativamente sulla qualità dell’acqua, incluso chiaramente il suo sapore.

Un depuratore d’acqua è la soluzione

Quando il dubbio circa la qualità dell’acqua che arriva al rubinetto di casa è fondato, o quando comunque si percepisce che questa non abbia un buon sapore, diventa inevitabile cercare una soluzione.

Quella più efficace e rapida è sicuramente il far installare un depuratore d’acqua. Questo dispositivo filtra l’acqua del rubinetto eliminando qualsiasi tipo di impurità o sostanza nociva, conferendole al tempo stesso un buon sapore.

Ci sono depuratore acqua casa prezzi diversi in base alla loro tipologia: ciascuna è in grado di risolvere una necessità specifica come ad esempio eliminare il cloro in eccesso, addolcire il sapore dell’acqua o eliminare altro tipo di impurità eventualmente presente.

Grazie a questo tipo di dispositivo, che necessita di poca o nulla manutenzione nel corso dell’anno, è certamente possibile avere la certezza di assicurarsi un’acqua sempre idonea al consumo alimentare e di conseguenza fare una ottima cosa anche per il nostro organismo.

Funzionamento dei compressori rotativi a vite

I compressori rotativi a vite sono degli eccezionali strumenti, oggi largamente adoperati nell’industria e nei cantieri data la loro grande versatilità e capacità di velocizzare il lavoro, oltre a quella di semplificarlo.

Si tratta di un dispositivo che è adatto anche per essere utilizzato 24 ore al giorno ed in grado di restituire performance di livello.

La loro caratteristica principale è quella di riuscire ad offrire aria compressa continuamente, garantendo il massimo della silenziosità e dell’efficienza.

I compressori industriali di questo tipo sono inoltre in linea con la normativa vigente in tema di sicurezza sul lavoro e dunque offrono il massimo anche da questo punto di vista, il che non è certamente un aspetto secondario.

Funzionamento dei compressori rotativi a vite

Per quel che riguarda il funzionamento, bisogna dire che questo è basato sul principio di contro rotazione da parte di due rotori di forma elicoidale: questi vanno a comprimere l’aria introdotta da parte del condotto di aspirazione e la spingono verso il condotto di mandata.

È proprio durante questo percorso che lo spazio va a ridursi con un conseguente aumento della pressione. Ciò rende questo tipo di compressore il mezzo ideale per quanti necessitano di avere aria compressa per un tempo prolungato.

I vantaggi

I vantaggi che i compressori rotativi a vite sono in grado di offrire sono notevoli. Tra questi possiamo citare:

  • Affidabilità ed efficienza
  • Ottimizzazione dei consumi
  • Costi contenuti
  • Bassa rumorosità

Da considerare come fattori quali l’affidabilità e la qualità dei materiali siano imprescindibili in un compressore a vite, in quanto questi devono garantire prestazioni ottimali H24. Questa è la soluzione migliore quando si necessita frequentemente nel corso della giornata di aria compressa, soprattutto se se ne ha bisogno velocemente.

Quel che ancora non sai sui compressori rotativi a vite

Per evitare che si formi della condensa all’interno del serbatoio dell’olio, il compressore a vite necessita di raggiungere una determinata temperatura di esercizio. Quando lavora infatti a temperature fino ad un massimo di 45°C, questo strumento è in grado di offrire un concreto risparmio sui consumi.

Ciò è molto importante in quanto i costi dovuti alla gestione di un compressore di questo tipo dipendono quasi esclusivamente dal consumo energetico. Anche il fatto che sia in grado di lavorare in maniera quasi completamente silenziosa è molto importante perché significa che questo tipo di compressore è in grado di infastidire e stressare per nulla i lavoratori ed in particolare la persona addetta al suo utilizzo.

È preferibile inoltre spostarlo nel caso in cui il locale in cui viene utilizzato abbia una temperatura che scende sotto lo zero.

È presente infatti un dispositivo di sicurezza il cui fine è quello di andare a bloccare il compressore nel momento dell’avvio se la temperatura dell’ambiente è sotto lo zero.

Alla stessa maniera, eventuali gas o polveri presenti nell’aria possono danneggiare l’apparecchio, per cui è bene accert arsi che l’ambiente, ed in particolare gli spazi intorno, siano perfettamente puliti così da evitare ogni tipo di problema per quel che riguarda una possibile otturazione dei filtri, ad esempio.

Conclusione

Si tratta dunque di un macchinario molto particolare e perfettamente in grado di velocizzare e rendere più semplice il lavoro di cantiere, consentendo agli operai di poter completare più velocemente il proprio compito con il massimo della precisione.

Per questo motivo è bene accertarsi che il compressore possa essere nelle condizioni, incluse quelle ambientali, di lavorare al meglio così da poter diminuire non soltanto i costi legati ai consumi ma anche quelli che riguardano la gestione e la manutenzione del dispositivo, il che è certamente un bene per aziende ed imprese di ogni tipo.

Codici sconto Shein, la moda a prezzi convenienti


I Codici Sconto Sheinpermettono di fare acquisti a un prezzo conveniente nei negozi online Shein, famosi per i vestiti di alta qualità e accessori unici e in linea con la moda del momento. Chi ama seguire le tendenze trova nel brand, fondato nel 2008, un valido alleato per acquistare top, pantaloni, abiti, gioielli e accessori.

Shein può contare su oltre 2 milioni di articoli in stock e 500 nuovi arrivi ogni giorno e il brand piace ai clienti che amano vestirsi alla moda anche per la presenza di offerte esclusive e sempre nuove. I saldi Shein ricorrono, con alcune differenze da regione a regione, 2 o 3 volte all’anno e chi non approfitta di queste occasioni per fare shopping a livello scontato può contare sul sito Sconti e Buoni e sui codici sconto Shein.

Cosa sono i codici sconto Shein?

Il codice sconto Shein è il miglior modo per risparmiare facendo acquisti online e oggi è conosciuto e apprezzato da tutti gli amanti dello shopping digitale. Si compone di una serie di lettere e numeri e va inserito nel carrello degli acquisti per risparmiare dal 5 al 70% sull’importo totale della spesa in base al brand e alle promozioni attive al momento sul prodotto scelto.

Sul nostro sito puoi trovare i migliori codici sconto Shein e coupon aggiornati e verificati ogni giorno, assieme alle offerte più convenienti. Si tratta solo di trovare quella più adatta a te.

Come si usa il codice sconto Shein?

Per usufruire del codice basta cliccarci sopra per essere indirizzato al sito Shein e successivamente finalizzare l’acquisto incollando il codice prima della conferma del pagamento. Oltre al codice Shein standard si possono trovare online le offerte Shein Esclusive che permettono ai clienti di risparmiare sui principali ecommerce online. Solo con i codici sconto puoi acquistare ad un prezzo ribassato il capo di abbigliamento che più ti piace!

I Buoni Sconto Shein si possono applicare durante l’acquisto sul sito ufficiale Shein per risparmiare immediatamente sull’acquisto grazie agli appositi codici sconto. Da sempre Shein è sinonimo di moda alla portata di tutti e acquistare ad un prezzo ancora più basso maglie, vestiti, gonne e pantaloni è un’ottima occasione per rinnovare il guardaroba. Tanti vestiti alla moda a un piccolo prezzo: è questo il punto di forza di un sito che conquista oggi persone di ogni età.

Badge aziendale: vantaggi per il datore di lavoro ma anche per i dipendenti


L’utilizzo di un badge timbratura che possa registrare gli ingressi e le uscite dei dipendenti dai locali in cui avviene svolta l’attività lavorativa, comporta dei vantaggi sia per il datore di lavoro che per i dipendenti stessi.

Sicuramente per il datore di lavoro vi è il vantaggio di poter controllare in maniera precisa la presenza in sede dei propri dipendenti e gli orari di ingresso e di uscita, verificando che questi possano essere rispettati ogni giorno. Per quel che riguarda i dipendenti invece, questi hanno il vantaggio di sapere che tutto il proprio lavoro effettuato venga riconosciuto in maniera automatica.

Rilevazione automatica e comunicazione degli orari all’ufficio buste paghe

In particolar modo il badge si interfaccia con un sistema di regolazione degli ingressi che si attiva ogni qualvolta esso viene inserito o avvicinato al lettore, registrando così l’evento e dando conferma tramite un apposito avviso acustico.

Dunque il badge aziendale è un efficace strumento di rilevazione degli accessi in grado di contenere informazioni personali relative a ciascun possessore, motivo per cui non può essere ceduto ad altri colleghi di lavoro. Non appena il badge viene effettuato per l’accesso, l’ingresso o l’uscita vengono rilevati e inviati ad appositi server. A questo punto uno specifico software si occupa di processare i dati e di inviare le informazioni necessarie all’ufficio buste paghe, anche relativamente ad eventuali ritardi di ingresso o di uscita.

Badge magnetici e di prossimità in base alle proprie necessità

Cotini srl propone sia badge di prossimità, i quali funzionano semplicemente avvicinando il badge al lettore, che magnetici. Possono essere acquistati totalmente di colore bianco oppure personalizzati tramite numero progressivo, ragione sociale o logo dell’azienda abbinato alla fotografia del dipendente, così da facilitare le operazioni di riconoscimento.

Questi badge possono essere acquistati in lotti che partono da 10 pezzi e possono essere programmati in base alle proprie necessità. Il peso di ciascun badge è di circa 5 grammi e la capacità di memoria è di 1 Kbyte.

IWM | Ottima Acqua dal Rubinetto di Casa

L’acqua è una ricchezza essenziale nella nostra esistenza poiché aiuta a mantenere il nostro organismo ben idratato ed efficiente nel corso del tempo. Il dilemma è sempre il solito: meglio bere acqua in bottiglia o l’acqua del rubinetto?. Il mercato ci offre una vastissima scelta di acque imbottigliate che cambiano composizione a seconda dei minerali e delle sostanze utili all’organismo che contengono eppure, se si esula dall’ambito dell’acqua destinata ad essere bevuta, in quanti utilizzano acqua imbottigliata per scopi differenti dal berla, quale lavare le stoviglie, riempirne per bollire, fare un caffè e simili? La maggior parte delle persone utilizza l’acqua del rubinetto. Oppure per un gesto tanto quotidiano quale è quello di lavarsi le mani, i capelli o fare una doccia? Certamente nessuno la utilizza. In pochi tengono però in considerazione il percorso che l’acqua attraversa fino ai nostri lavandini. E parliamo delle tubature, spesso e volentieri vecchie ed incrostate, tralasciando quelle notizie allarmanti che ogni tanto si sentono, sulla presenza in essa di elementi nocivi come l’amianto o addirittura arsenico e tallio. Spesso notiamo un cattivo odore o sapore nell’acqua che prendiamo dal rubinetto, come una scarsa limpidezza e così via, tutti elementi che inducono ad acquistare casse già imbottigliate, con un certo costo nel tempo. Un’acqua non pura può a lungo andare intaccare la cute, anche a livello microscopico, se si pensa al semplice gesto di lavarsi le mani, inaridire i capelli e creare altri piccoli danni che sfociano inevitabilmente nella ricerca di un rimedio per ristabilire equilibri anche dermici intaccati, con il loro relativo costo. La soluzione è quella di installare in casa un depuratore acqua. Ma quale, fra tutti quelli presenti sul mercato? Se si punta all’eccellenza allora vuol dire scegliere IWM. L’IWM, International Water Machines è l’azienda leader nel trattamento delle acque potabili. I suoi depuratori garantiscono una purezza dell’acqua al 100%, leggera ed oligominerale, priva di calcare e di tutte quelle sostanze che appesantiscono il lavoro del nostro organismo, ideale sia ad uso alimentare che domestico in generale ad un costo molto vantaggioso nel tempo.Sul sito internet è possibile visionare i prodotti IWM per avere anche un riscontro visivo, altrimenti basta chiamare il numero verde: 800 800 813 per poter porre le proprie domande o curiosità.

Giochi gonfiabili: attira più clienti!

Ah che bello uscire la sera, andarsi a mangiare qualche piatto tipico in un bel ristorante, fare quattro chiacchiere con gli amici o semplicemente con il tuo partner, godersi l’atmosfera del posto … Come dite ? I figli ? Ah è vero … è per questo che la maggior parte delle coppie non mette mai il naso fuori di casa ? Bene, facciamo qualcosa per loro. Sei hai un ristorante, una trattoria, una pizzeria, ed hai spazio a sufficienza, pensa a come poter intrattenere i bambini mentre i genitori si godono la serata. Una soluzione arriva dai giochi gonfiabili: facili da installare, fanno divertire i bambini e, sotto la semplice supervisione (non sempre necessaria) di una “baby sitter”, consentono la massima distrazione ai tuoi amati clienti ! Vedrai quanti coperti in più riuscirai a fare, e non solo nei week end ! Attenzione però: ci sono precise disposizioni in materia, quindi è bene affidarsi ad aziende che si occupano di giochi gonfiabili da una vita, e lo fanno nei migliori dei modi. Go Leisure, che ha la propria sede a Biassono, produce ed installa giochi gonfiabili, scivoli, scenografie, giochi acquatici e molto altro, tutto con la formula “chiavi in mano”. Avrai la sicurezza che i giochi siano a norma e la garanzia di un fornitore ti seguirà per tutte le pratiche necessarie. Come sempre suggeriamo, affidatevi a professionisti e non ad aziende improvvisate o che vendono solo al prezzo più basso !

Imprese femminili accelerano su digitale e green, ma 1 su 2 non investe 

Quanto a voglia di innovazione le imprese femminili hanno una marcia in più: lo dimostra il V Rapporto sull’imprenditoria femminile, realizzato da Unioncamere in collaborazione con il Centro studi Tagliacarne e Si.Camera. La ripresa post-pandemia ha convinto infatti un 14% di imprese femminili a iniziare a investire nel digitale (contro l’11% delle aziende maschili), e un 12% a investire nel green. A queste si aggiunge un 31% che in questi anni ha aumentato o mantenuto costante gli investimenti in tecnologie digitali, e il 22% che ha fatto altrettanto nella sostenibilità ambientale.
Le donne d’impresa, quindi, si sono lanciate nella duplice transizione che le politiche europee sostengono con forza, ma non senza difficoltà. La metà delle imprese femminili ha interrotto gli investimenti o esclude di volerli avviare nel prossimo futuro. 

A fine giugno un milione e 345mila attività guidate da donne

A fine giugno 2022, l’esercito delle imprese femminili conta un milione e 345mila attività, il 22,2% del totale delle imprese italiane. Questo universo ha caratteristiche proprie rispetto alle imprese gestite da uomini: maggior concentrazione nel settore dei servizi (66,9% vs 55,7%), minori dimensioni (il 96,8% sono micro imprese fino a 9 addetti vs 94,7% delle maschili), forte diffusione nel Mezzogiorno (36,8% vs 33,7%). Le imprese femminili hanno però una minore capacità di sopravvivenza: a tre anni dalla costituzione, restano ancora aperte il 79,3% delle attività, rispetto all’83,9% di quelle a guida maschile, e dopo cinque anni, la quota delle imprese che sopravvivonoè del 68,1%, contro il 74,3% delle altre.

Più imprenditrici giovani e straniere

Nel secondo trimestre 2022, rispetto allo stesso periodo del 2021, il numero delle imprese femminili è rimasto sostanzialmente stabile, crescendo di 1.727 unità (+0,1%). Il confronto con lo scorso anno mostra un incremento delle imprese femminili soprattutto nell’industria (+0,3%) e nei servizi (+0,4%), tra le società di capitali (+2,9%), nel Mezzogiorno (+0,6%), tra le imprese straniere (+2,6%). Le imprese giovanili femminili sono poi il 10,5% del totale delle aziende condotte da donne, mentre l’imprenditoria giovanile pesa il 7,6% sull’insieme di quelle maschili. Inoltre, le imprenditrici di origine straniera tra le imprese femminili sono l’11,8%, a fronte del 10,4% di quelle condotte da uomini.

Un’inclinazione che va sostenuta e aiutata

“Di fronte alle grandi sfide poste dal PNRR al sistema produttivo nazionale, le donne italiane a capo di un’impresa stanno rispondendo positivamente, accelerando sul fronte degli investimenti digitali e in tecnologie più rispettose dell’ambiente – commenta Andrea Prete, presidente Unioncamere -. Ma questa inclinazione va sostenuta e aiutata. Le imprenditrici, infatti, sentono l’esigenza di migliorare la formazione alle nuove tecnologie 4.0 e green sia a livello scolastico sia universitario, avere un accesso più facile alle risorse finanziarie, semplificare le procedure amministrative. E chiedono anche una forte e costante attività di sensibilizzazione su questi temi, per comprenderne meglio la portata e gli effetti”.

L’Intelligenza artificiale sfida l’intelligenza umana ai cruciverba

“Possono le macchine risolvere cruciverba come noi? Come fanno a incrociare le definizioni, rispondere a ‘musicista del settecento che ha concepito i canoni’ oppure a ‘nome di donna’? E ancora: come possono cogliere i trucchi, le sfumature linguistiche, l’umorismo?”, si domanda Marco Gori dell’Università di Siena e uno degli ideatori di WebCrow, il software di AI in grado di risolvere i cruciverba che ha sfidato l’intelligenza umana. Il 19 luglio, durante l’AI Forum, l’evento italiano sull’intelligenza artificiale per le imprese, nell’ambito della conferenza internazionale di Padova IEEE WCCI 2022 (World Congress On Computational Intelligence), si è svolta infatti la competizione Artificial Intelligence vs Human: Can you compete with WebCrow?, dove una ‘macchina’ ha sfidato esperti e appassionati di parole crociate in una gara a tempo in italiano e inglese.
È riuscita l’intelligenza artificiale a risolvere cruciverba, naturalmente inediti, dimostrando di capire frasi fatte, giochi di parole, ed espressioni ambigue?

Il primo risolutore di cruciverba multilingue basato sull’AI 

Sviluppato dall’Università di Siena in partnership con expert.ai e AIxIA, WebCrow 2.0 è il primo risolutore di cruciverba multilingue basato sull’AI.  Durante l’evento ’Webcrow 2.0 – AI vs. Human’, si è discusso anche dell’evoluzione di Webcrow verso la creazione di cruciverba in un contesto di rete sociale, “in cui umani e agenti software generano cruciverba per altri che li risolvono – aggiunge Gori -, con la prospettiva di sperimentare il mutuo rinforzo delle capacità cognitive degli agenti software”.

Interagire con l’esperienza umana 

“Quella che può sembrare solo una competizione tra AI ed esseri umani nasconde in realtà una sfida ancora più avvincente, legata al rendere gli agenti intelligenti artificiali in grado di comprendere e interagire in maniera più naturale e profonda con aspetti fondamentali dell’esperienza umana – sottolinea Davide Bacciu, Professore Associato dell’Università di Pisa e Vice Presidente di AIxIA Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale) -. In questo senso, la sfida di WebCrow è un ulteriore passo nella direzione dell’integrazione e della collaborazione positiva tra esseri umani e AI”. 

“Un ambito di applicazione estremamente stimolante”

“La risoluzione automatica dei cruciverba, che può apparire come una sfida curiosa per chiunque sia appassionato di enigmistica, è un ambito di applicazione estremamente stimolante per chi si occupa di software e tecnologie linguistiche – spiega Marco Varone, Chief Technology Officer di expert.ai, partner del progetto e azienda nel mercato dell’AI con tecnologia proprietaria completamente Made in Italy -. Abbiamo insegnato alla macchina a capire il significato delle parole e delle frasi. È infatti il nostro mestiere aiutare le organizzazioni a dare un senso all’immenso patrimonio informativo a disposizione per migliorare qualsiasi attività o processo di business fondato sulla gestione della conoscenza”.

Città resilienti e circolari: quanto sono sostenibili i capoluoghi italiani?

Il Rapporto SNPA, dal titolo Città in transizione: i capoluoghi italiani verso la sostenibilità ambientale, per la prima volta presenta una lettura dei trend ambientali delle 20 città capoluogo, oltre a Bolzano, nell’arco temporale di 5 anni. Le chiavi di lettura utilizzate dal Rapporto sono tre: vivibilità, circolarità e resilienza ai cambiamenti climatici, e fotografano la transizione dei capoluoghi italiani verso la sostenibilità urbana. Ma le perdite idriche, la fragilità del territorio e l’uso poco sostenibile del suolo rimangono i veri talloni d’Achille.

Più piste ciclabili, orti urbani e raccolta differenziata

Le città italiane diventano sempre più resilienti e green, la mobilità oggi è più sostenibile, con chilometri di piste ciclabili cittadine che raggiungono valori record a Torino, Milano e Bolzano, ma anche lo stile di vita è più attento all’ambiente, con l’aumento degli orti urbani. In particolare a Napoli, dove, dal 2011 al 2019 crescono del 1230%, da meno di un ettaro a circa 12. Significativi progressi poi si registrano nel cambio di mentalità sul concetto di rifiuto, che da scarto è sempre più concepito come una risorsa. Tra i capoluoghi è Trento a raggiungere la percentuale più alta di raccolta differenziata, ma gli aumenti importanti nel periodo 2015-2019 si registrano anche a Catanzaro (+577,1%), Potenza (+214,7%) e Palermo, che pur rimanendo ancora su valori sotto al 20% (17,4%), segna un aumento di circa il 115%.

Fragilità del territorio e uso corretto del suolo: i talloni d’Achille

C’è infatti ancora molto da fare in ambito cittadino quanto alla fragilità del territorio e l’uso corretto del suolo. La popolazione residente in aree a rischio idraulico medio varia significativamente dalle 191 persone di Potenza a quasi 183 mila di Firenze, mentre il consumo di suolo avanza senza sosta in quasi tutti i capoluoghi, e le infrastrutture verdi non segnalano incrementi significativi. A questi problemi si aggiunge anche il rischio sinkholes (o sprofondamenti) ormai presente in quasi tutte le città italiane, con Roma che con un totale di 1088 eventi dal 2010 al primo semestre del 2021, si conferma la capitale italiana ed europea delle voragini.

Ancora troppo elevate le perdite idriche

Tra le note dolenti anche quella delle perdite idriche, che nel 2018 restano sempre elevate nella maggior parte delle città campione, con alcuni casi in cui i valori superano il 50%.  Anche se con valori altalenanti, sono solo 8 le città che riducono le proprie perdite, con in testa Napoli, che passa dal 41,2% del 2012 al 31,6% del 2018. Si conferma, quindi, alto lo spreco di una risorsa naturale, che specialmente in questo 2022, vediamo sempre più minacciata dal cambiamento climatico.

Nel 2021 le imprese italiane investono oltre 2 miliardi in Csr

I dati del decimo Rapporto Csr promosso dall’Osservatorio Socialis sull’impegno sociale, economico e ambientale delle aziende in Italia, parlano chiaro. Nel 2021 il 96% delle aziende italiane con più di 80 dipendenti dichiara di aver speso 282mila euro all’anno in attività di Corporate Social Responsibility (Csr), per un totale di 2 miliardi e 162 milioni di euro. Su un campione composto da 400 imprese aumenta infatti visibilmente la percentuale di aziende che ha già confermato il budget per il 2022 (65% rispetto al 40% del 2020), viceversa si è ridotta la quota di imprese che ha annullato o ridotto il budget (27%) e la quota che non lo aveva pianificato in anticipo (6%).  La responsabilità sociale dell’impresa, quindi, è diventata un dovere, quasi un obbligo. E le crisi, dalla pandemia alla guerra, non sembrano rallentare questo cammino. 

Nonostante il Covid +22% di investimenti in due anni

Si tratta di dati, che al di là delle dimensioni emergenziali, sembrano indicare una riacquistata capacità di programmazione. Secondo la rilevazione dell’Osservatorio, rispetto alla prima rilevazione del 2001, quando si spendevano circa 400 milioni di euro in attività Csr, in Italia è più che quintuplicato il valore assoluto degli investimenti in Csr delle aziende con più di 80 dipendenti. L’investimento medio in Csr delle aziende italiane nel 2021 rispetto al 2019 è salito del 17%. Un trend ormai ventennale, che nonostante l’emergenza Covid vede una crescita del 22% solo negli ultimi due anni.

Un incremento delle azioni rivolte ai paesi in difficoltà

Per quanto riguarda le aree e le modalità di investimento le aziende che fanno attività di Csr si concentrano soprattutto sulle iniziative interne all’azienda (50%), come quelle legate alla formazione del personale (33%). Il 40% delle aziende promuove iniziative dedicate al territorio nazionale e il 36% al territorio vicino alla propria azienda. Quest’anno si è rilevato un incremento delle azioni rivolte ai paesi esteri (21%), registrando un possibile ritorno a quella che viene definita comunemente ‘beneficenza’, ossia investimenti e donazioni in paesi lontani, più poveri o in difficoltà.
I maggiori investimenti però vengono dedicati alla diminuzione dell’impatto ambientale: il 40% investe per migliorare il risparmio energetico, mentre il 38% privilegia azioni di investimento nelle tecnologie innovative per limitare l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti.

Puntare sui temi ESG

La Csr si conferma conveniente per le aziende che la praticano: il 44% delle aziende intervistate indica che la Csr porta a un miglioramento della reputazione, e per 4 aziende su 10 un miglioramento della motivazione del personale, e il conseguente miglioramento del clima interno. La rilevazione mostra poi che l’attenzione di imprese e consumatori rimane alta. Infatti, il 51% delle imprese ritiene in crescita l’attenzione verso la Csr. Le aziende, poi, attribuiscono un valore più alto alle attività a vantaggio della corporate governance e del sociale, ovvero le tematiche ESG.

Le “origini” italiane di Google Maps

Google Maps è ormai diventato indispensabile per lo stile di vita dei nostri giorni, caratterizzato da continui spostamenti per svago o per lavoro. Praticamente è lo stradario 2.0. Non tutti sanno, però, che ha i suoi antenati sono italiani. Alla fine degli anni ‘80, due studentesse dell’università statale di Milano, Marina Bonomi e Marcella Logli, laureate nell’anno accademico 1988-89 e oggi manager affermate, hanno presentato una tesi che partendo dal concetto di ipertesto lo applicava alla componente umana e sociale della città di Milano. IperMilano, questo il nome del progetto, era una sorta di antesignano di Google Maps e di Google Earth, capostipite di una serie di altri progetti realizzati prima su cd-rom, poi attraverso internet, e poi attraverso le piattaforme Ott che oggi utilizzano la realtà aumentata.

Una mappa interattiva della città di Milano

“Lo studio degli ipertesti – racconta Logli in un’intervista alla testata online Giornalettismo – ha dato modo di offrire una sponda alla nostra ricerca. Si poteva mettere insieme testo in sequenza, grazie al linguaggio Hypercard introdotto sul mercato da Apple Computer nel 1987, che aiutava a disegnare pezzi di conoscenze. L’ipermedialità ci consentiva, infatti, di collegare testi, immagini, suoni, video”.
Le laureande hanno quindi immaginato di poter utilizzare questa tecnologia per descrivere la città di Milano. “Avevamo impostato il progetto secondo tre viste – spiega Bonomi -. La prima vista era quella aerea: dall’alto avevi di fatto il menu di tutta Milano (istituzioni, università, teatri, cultura, negozi) ed era correlato alla mappa interattiva. A mio avviso, si può paragonare a quello che oggi rappresenta Google Maps”.

Una sorta di anticipazione del concetto di metaverso

“La seconda vista era quella naturale o a terra: cliccando sulle varie icone che avevamo realizzato, si passava alla videata con le rappresentazioni fotografiche – continua Bonomi -. È un po’ quello che oggi è Google Earth. Poi, c’era la possibilità di passare da un livello concettuale a un altro: le icone, alcune in inglese e alcune in latino, ci permettevano di accedere alle informazioni su quello che si stava vedendo. Si poteva accedere alle informazioni sul Duomo, sui negozi: questa è la iper-realtà, una sorta di anticipazione del concetto di metaverso”.

“Abbiamo costruito con diversi anni di anticipo una realtà virtuale”

Per realizzare IperMilano le studentesse lavoravano nell’ecosistema Macintosh, con gli strumenti all’epoca tra i più avanzati in senso assoluto: Hypercard per realizzare ipertesti con link a testi, suoni e video, il linguaggio di programamzione C++ per la simulazione, ad esempio, dell’espletamento di una pratica burocratica nel comune, e ProLog per creare percorsi cittadini indicando un luogo di partenza e uno di arrivo. Il tutto reso con un’interfaccia grafica user friendly che utilizzava per la prima volta le icone., riporta Adnkronos.
“Abbiamo costruito, con diversi anni di anticipo, una realtà virtuale”, commenta Bonomi. L’elemento nuovo, sottolinea Logli, è stata “sicuramente la riproduzione della realtà artificiale, un preambolo della realtà virtuale”.

In Italia salari più bassi d’Europa

I dati dell’Ocse sono sconcertanti: negli ultimi trent’anni l’Italia è l’unico paese in cui i salari annuali medi sono diminuiti, precisamente del 2,9%. Il paragone con i paesi europei segna una distanza enorme: in Germania i salari sono cresciuti del 33%, in Francia del 31%, in Belgio e in Austria del 25%, in Portogallo del 14% e in Spagna del 6%. I paesi scandinavi registrano poi il +63% della Svezia, il +39 della Danimarca e il +32% della Finlandia. Sulla questione salari, il clima è sempre più rovente attorno a Palazzo Chigi, e in attesa che il premier Mario Draghi convochi un tavolo con le parti sociali, questi dati aiutano a capire la situazione dell’Italia, fanalino di coda in Europa per i salari più bassi e le retribuzioni dei dipendenti.

Gli italiani guadagnano in media 8 euro l’ora in meno di tedeschi e olandesi

Tra i più colpiti dagli squilibri del mercato del lavoro italiano ci sono sicuramente i giovani. Secondo Eurostat, la media annuale degli stipendi europei della fascia 18-24 anni è 16.825 euro, e in Italia è 15.858 euro. Peggio fa la Spagna (14.085 euro), ma Francia (19.482), Paesi Bassi (23.778), Germania (23.858) e Belgio (25.617) sono decisamente superiori. Quanto alla paga oraria complessiva dei lavoratori, gli italiani guadagnano in media 8 euro l’ora in meno rispetto a tedeschi e olandesi. E non è il costo del lavoro a penalizzare il nostro sistema: consultando i numeri del 2021 il costo medio orario del lavoro in Italia è di 29,3 euro, considerando salari, contributi e altre tasse, mentre in Germania è 37,2 euro, in Francia 37,9, in Olanda 38,3, e in Belgio 41,6 euro.

Le ipotesi di Governo e sindacati

Al di là dell’aiuto da 200 euro nel cedolino di luglio per i redditi fino a 35mila euro e i bonus energetici già varati, il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha ipotizzato di detassare i rinnovi, visto che il 40% dei lavoratori italiani ha il contratto scaduto. Una misura che potrebbe essere finanziata, ad esempio, con il prelievo una tantum proposto da Landini sui redditi alti, o alzando la tassa sugli extraprofitti delle società energetiche. I sindacati avevano messo sul tavolo l’idea di tassare tutte le tranche di salario legate ai rinnovi contrattuale con un’aliquota al 10%, anziché al 33%.

“La via maestra resta quella della contrattazione collettiva”

Secondo i dati Eurostat in Italia lavora soltanto il 58,2% della popolazione in età di lavoro, contro una media europea del 68,4%, riporta Agenzia Dire. Per il ministro della PA Renato Brunetta e il giuslavorista Michele Tiraboschi “la via maestra sui salari resta quella della contrattazione collettiva, dentro, però, un percorso di reale riforma degli assetti contrattuali e delle dinamiche retributive coerente con le recenti nuove trasformazioni del lavoro. In questo contesto si giustificano anche le misure di incentivazione della contrattazione di produttività e del welfare aziendale, che tuttavia possono e debbono essere rivisitate in termini di maggiore effettività”.

Economy passion, come gli italiani trasformano gli hobby in business

Gli italiani sono campioni nel reinventarsi, e ancora una volta ne danno dimostrazione. Negli ultimi tempi, infatti, ha preso piede il fenomeno dell’economy passion, ovvero il tramutare il proprio hobby in una fonte di reddito. Questo trend è stato “spinto” anche dalla pandemia: la crisi sanitaria generata dal Covid-19 ha rafforzato lo spirito imprenditoriale degli italiani, accendendo la voglia di arricchire la propria vita lavorativa. Nel 2021, la creazione di società in Italia ha superato i livelli pre-pandemia, con 4.216 startup costituite, il 25% in più rispetto al 2020, secondo i dati pubblicati da Infocamere, ma soprattutto sono state aperte circa 549.500 nuove partite Iva con un incremento del 18,2% in confronto all’anno precedente. 

Quali sono gli ambiti di azione? 

A raccontare di più di questo originale fenomeno è un recente studio di Vista, riporta Adnkronos, che mostra che il 92% degli italiani ha convertito o vuole convertire la propria passione in un’attività complementare. Sono 3 su 10 gli italiani che hanno già trasformato il loro hobby in un’attività parallela. Il 13% dichiara addirittura di aver rassegnato le dimissioni dal posto di lavoro a tempo indeterminato negli ultimi 12 mesi o più per dedicarvisi pienamente. Mentre un altro 16% afferma di voler lasciare il lavoro principale nei prossimi 12 mesi per dedicarsi interamente al proprio hobby. ma quali sono le attività più gettonate? I risultati dello studio mostrano che gli hobby o centri di interesse che gli italiani hanno trasformato – o vorrebbero trasformare – in un’attività complementare sono: viaggi 35%; cucina 30%; cura degli animali 21%; arte, design e creatività 19,8%; alimentazione e benessere 17,6%. Anche se non mancano amanti di fotografia e video (17%), del giardinaggio (16%), forma fisica e fitness (15,4%), informatica e tecnologia (14,8%), o dell’intrattenimento (12,8%), tra gli altri.

Attività complementari al lavoro principale

Secondo Richard Moody, direttore generale Paesi Nordici, Centro e Sud Europa di Vista, “nonostante la crisi, gli italiani non solo non hanno smesso di fare affari, ma hanno sviluppato o stanno sviluppando nuove attività complementari ai loro attuali lavori, ma più legati a hobby e passioni. Se quasi il 33% ha già fatto il grande passo, e il 59,5% lo sta valutando, ci rendiamo conto che questi nuovi imprenditori possono perdersi rapidamente, sia nell’aspetto legale e normativo, ma anche in come promuovere e sviluppare il loro business. Infatti, quasi il 23% non conosce i requisiti legali o finanziari per avviare la propria attività ed il 21% non ha sufficienti conoscenze di marketing e design per poterla promuovere. Ed è normale, poiché è impensabile che la stessa persona sia esperta in tutti i campi necessari. Per questo Vista vuole essere il partner di fiducia a cui possono rivolgersi tutti gli imprenditori e le piccole imprese che hanno bisogno di sviluppare strategie di marketing, design o stampa”, conclude Moody.Tra chi ha già corso il rischio di fare un primo passo in avanti per avviare un’attività complementare troviamo un equilibrio tra uomini (52,82%) e donne (47,18%), per lo più giovani, tra i 25 e i 34 anni (28%), seguiti dalla fascia di età tra i 35 e i 44 anni (21,8%). Tra gli intervistati che dichiarano di non avere ancora un’attività complementare ma di volerne una, troviamo invece maggior parità tra uomini e donne ma in fasce d’età leggermente più mature, essendo quella tra i 35 e i 44 anni quella predominante (29%) seguita da quella tra i 45 ed i 54 anni (28%). 

Paradosso giovani: calano di numero, ma non trovano lavoro

I giovani italiani calano numericamente, ma non riescono a trovare lavoro: è il cosiddetto ‘paradosso giovani’. Senza un dialogo strutturale fra scuola e imprese e nuove politiche di accompagnamento nelle fasi di transizione, non si riuscirà a garantire alle nuove generazioni un’offerta di lavoro non precario. È quanto è emerso durante un dibattito relativo all’ultimo numero dell’Osservatorio Cida-Adapt dedicato al lavoro giovanile.
“L’Osservatorio trimestrale sul mondo del lavoro – spiega Mario Mantovani, presidente di Cida, confederazione dei dirigenti pubblici e privati – nasce dall’esigenza di una lettura non convenzionale dei dati statistici per avere una visione delle dinamiche occupazionali più aderente alla realtà e fornire ai manager uno strumento utile ai loro processi decisionali e organizzativi”.

Le ‘medie’ statistiche sono poco adatte a leggere una realtà molto differenziata

“I dati – aggiunge Mantovani – una volta ‘spacchettati’ e analizzati mostrano, ad esempio, la scarsa affidabilità delle ‘medie’ statistiche, poco adatte a leggere una realtà molto differenziata sul territorio. Nell’Osservatorio ci si è concentrati sulla fascia d’età 25-34 anni, perché in quella precedente, 15-24 anni, l’incidenza di chi studia è troppo alta per poterne ricavare dati realistici su disoccupazione e precariato”.

In 10 anni i 25-34enni sono diminuiti di circa un milione

“In 10 anni, dal 2010 al 2020, la coorte dei 25-34enni è diminuita di circa un milione di unità – ribadisce Mantovani -. Una tendenza che non sembra arrestarsi e che, comunque, può essere invertita solo in un lungo arco di tempo. Normalmente, meno giovani domandano lavoro, più dovrebbe essere facile trovarlo. È qui che troviamo il ‘paradosso’ del lavoro giovanile, visto che il nostro tasso di occupazione in quella fascia d’età è troppo basso nel confronto con i partner europei: insomma i giovani diminuiscono, ma l’attuale mercato del lavoro non riesce ad assorbirli. Lavoro giovanile scarso e anche caratterizzato da un’alta incidenza di contratti a termine che tende a renderlo sostanzialmente precario e poco pagato”.

Riallacciare il dialogo fra scuola e lavoro e investire sulla formazione

“Come Cida – sottolinea Mantovani – esortiamo il decisore politico a intervenire su queste basi, su questi dati rappresentativi di una realtà che spesso sfugge a un’analisi superficiale. I numeri indicano le strade da seguire: riallacciando il dialogo fra scuola e lavoro, gestendo le fasi di transizione, investendo sulla formazione continua che deve accompagnare tutto l’arco della vita lavorativa. Come manager, siamo consapevoli di quanto sia importante la qualità del lavoro che va perseguita investendo sulle risorse umane e che va adeguatamente retribuita. Anche quello delle retribuzioni, infatti, è un tema che va messo al centro di quel ‘patto sociale’ proposto dal Governo: l’Italia non può essere un Paese ‘low cost’ con lavoro poco qualificato, sostanzialmente privo di formazione, distante dal mondo dell’università e della ricerca e poco retribuito”.

Stare bene, una questione vitale

Per poter vivere con pienezza e soddisfazione la propria vita, ‘stare bene’ è una questione vitale.
L’indicatore raccolto nello studio Benessere, elaborato dalla piattaforma Knowledge Building di Eumetra, misura l’andamento relativo al benessere e soddisfazione degli italiani. E nelle rilevazioni degli ultimi due anni, a fronte di una porzione sostanzialmente residuale di popolazione che si dichiara ‘pienamente soddisfatta’ della propria vita, peraltro in ulteriore contrazione, aumenta quella che assegna un valore di soddisfazione alla propria vita appena sufficiente, o al di sotto della sufficienza.
Da oltre due anni stiamo vivendo un periodo funestato da emergenze sanitarie, e di recente, anche belliche, che inevitabilmente hanno inciso e tuttora incidono sulla qualità della vita. 

Più colpita la popolazione femminile

Questa rappresentazione conterrebbe già di per sé indicazioni allarmanti, soprattutto a fronte del prolungarsi e dell’aggravarsi delle emergenze esterne generate nel corso del 2022. Occorre tuttavia approfondire, dal momento che i dati richiedono di prestare attenzione anche alle dinamiche sociodemografiche interne a questo disagio crescente. In primo luogo, il fenomeno risulta colpire in misura più significativa la popolazione femminile, già in partenza meno soddisfatta di quella maschile, che pur in flessione, si stabilizza su valori più alti. In un’ipotesi di proiezione futura che pare probabile, ovvero qualora l’edizione 2022 dello studio confermi la tendenza in atto, sarà necessario fare alcune riflessioni di carattere sociale ed economico.

Un progressivo ‘affaticamento’ per i 35-55enni

La fascia di popolazione che risulta particolarmente interessata da questo progressivo ‘affaticamento’, è quella di età tra i 35 e i 55 anni, che registra in assoluto i valori peggiori di soddisfazione per la propria vita. Proprio quella che idealmente dovrebbe corrispondere a individui dalla massima capacità produttiva, reddituale, e di spesa. Al contrario, i più giovani e i meno giovani, in questo momento complicato, attribuiscono alla loro vita un livello di soddisfazione maggiore rispetto a quello assegnato da chi si trova nel ‘cuore’ della propria vita. Pur attraversando per ragioni totalmente diverse stagioni della vita caratterizzate da un’elevata incertezza nel futuro (per i più giovani difficoltà relazionali, e per i più anziani, problemi di salute), mostrano più resilienza rispetto alla fascia centrale di età.

Quando mancano le condizioni per vivere il presente e progettare il futuro

Si tratta di segnali di disagio crescenti, e rispetto ai quali si possono certamente ipotizzare diverse determinanti per le quali, allo stesso tempo, non sembrano disponibili almeno nell’immediato risposte o soluzioni dirette. Ecco perché Eumetra ha iniziato a ragionare dell’importanza dello stare bene.
‘Sentire’ di disporre al massimo delle proprie risorse, mentali, fisiche, affettive, sociali, e lavorative, è condizione per vivere il presente e progettare il futuro liberamente, secondo le legittime aspirazioni e negli ambiti concessi dalle situazioni individuali. Una condizione che riguarda tutti e allo stesso tempo ognuno, secondo le proprie individualità, situazioni, reazioni soggettive al contesto, ed è condizione esistenzialmente critica. Si fa cioè più importante, ma più complicata, in epoche caratterizzate da continue emergenze.

PNRR, solo 1 impresa su 3 è pronta

Il PNRR è una grandissima occasione per l’imprenditoria italiana, ma solo una impresa su 3 è pronta a cogliere le opportunità delle nuove risorse espressamente dedicate al sistema produttivo dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, come transizione 4.0 ed economia circolare. Il 16%, infatti, si è già attivato per aderire ai progetti del Piano, mentre un altro 13% ha in programma di farlo. Ma più del 70% è fermo al palo, senza, al momento, interessarsi alle molteplici occasioni di sviluppo che si stanno aprendo. E’ quanto mostra una indagine diffusa da Unioncamere con dati elaborati dal Centro studi Guglielmo Tagliacarne.

Obiettivo far conoscere alle Pmi le opportunità del piano

“I dati confermano la necessità di lavorare per diffondere e far conoscere alle imprese, soprattutto quelle più piccole, le misure messe in campo dal Governo nel green e nel digitale”, ha sottolineato il presidente di Unioncamere, Andrea Prete. “L’80% delle imprese di minori dimensioni non ha nemmeno in programma di avvalersi di queste risorse, contro il 50% delle aziende medio grandi.  Le Camere di commercio hanno ben in mente come farsi parte attiva per lo sviluppo del Paese e contribuire al cambiamento innescato dal PNRR: possiamo essere uno strumento prezioso per fare conoscere alle imprese le enormi opportunità legate alle nuove risorse e per mettere a terra molte delle misure chiave previste nel Piano”. 
“Inoltre – ha ribadito Prete – una indagine del Centro studi Tagliacarne rivela che una riduzione di un terzo del tempo dedicato dalle risorse umane interne alle imprese agli adempimenti burocratici, reimpiegato nelle attività produttive, comporterebbe un aumento della produttività aziendale tra il +0,5% e il +1,1%. “Per questo – ha concluso – stiamo lavorando attivamente per definire proposte concrete che possano contribuire in tempi rapidi al processo di semplificazione di cui abbiamo davvero bisogno”.

Le ragioni dell’incertezza

D’altro canto, sulla situazione attuale incide certamente anche il clima di incertezza legato allo shock della guerra in Ucraina. Per quasi 9 imprese su 10 l’impatto del conflitto in corso sarà alto, soprattutto a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime e semilavorati. Quasi una impresa su 2 ha problemi di approvvigionamento di materie prime e una su 5 di approvvigionamento di energia.  L’aumento dell’incertezza incide sulla natalità delle imprese: le ultime indicazioni sulle iscrizioni al Registro delle Camere di commercio mostrano che quando il clima di fiducia si riduce di un punto, la natalità delle imprese si contrae di mezzo punto. Negli ultimi due anni (2020-2021) sono state create 81mila imprese in meno rispetto al livello pre-pandemia del 2019, di cui 26mila in meno giovanili e 32mila in meno femminili.