Categoria: Curiosità

Con lo smart working in Italia meno emissioni di CO2

Lo smart working fa bene all’ambiente, e se venisse adottato anche in futuro avremmo meno emissioni e l’aria più pulita. Attraverso il ricorso allo smart working in futuro l’Italia potrebbe infatti risparmiare fino a 8,7 megatonnellate di Co2, l’equivalente all’anno di 60 milioni di voli da Londra a Berlino. È quanto emerge da un nuovo studio di Carbon Trust, associazione non a scopo di lucro istituita nel 2001 per aiutare le Organizzazioni a ridurre il loro impatto ambientale. Lo studio è stato commissionato dal Vodafone Institute for Society and Communication, il think-tank europeo del Gruppo Vodafone.

La quantità di emissioni risparmiate prima, durante e dopo la pandemia
Lo studio Homeworking è stato condotto in cinque Paesi europei, Repubblica Ceca, Germania, Italia, Spagna, Svezia e nel Regno Unito, e ha calcolato la quantità di emissioni di carbonio risparmiate grazie al lavoro da remoto nel periodo precedente la pandemia, durante la stessa, e attraverso proiezioni anche nel periodo seguente. Lo studio ha posto particolare attenzione al fenomeno del pendolarismo e alle emissioni degli uffici e dei luoghi di lavoro.

Per ogni lavoratore da remoto oltre una tonnellata di Co2 in meno
In pratica, lo studio ha calcolato che ogni anno per ogni persona che lavora in modalità agile in Italia il risparmio sarebbe equivalente a oltre una tonnellata (1.055 kg) di Co2, una quantità pari a più di sette voli passeggeri da Berlino a Londra. Lo studio ha calcolato anche che in futuro sarebbero circa 8,23 milioni i posti di lavoro in Italia, che potrebbero essere svolti da remoto, pari al 36% dei posti di lavoro. In futuro, secondo lo studio, le persone in media lavoreranno da casa circa due giorni alla settimana (1,9).

Rispetto al pre-Covid il 112% in più di risparmio di emissioni
Durante il lockdown, e nella fase acuta dell’emergenza sanitaria, secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, il numero di lavoratori da remoto in Italia è salito fino a 6,58 milioni. Ognuno di essi ha lavorato da remoto in media 2,7 giorni a settimana. Ciò si è tradotto, riferisce Ansa, in un risparmio di emissioni di carbonio di 1,861 chilogrammi di Co2 per ogni lavoratore, in aumento del 112% rispetto al periodo pre-Covid. Anche la sede di Milano di Vodafone Italia ha registrato una riduzione delle emissioni di Co2 nel corso della pandemia, tanto che in un anno sono state risparmiate infatti più di mille tonnellate di Co2.

Mise, nuovo incentivo per investimenti in Pmi e startup innovative

Sulla Gazzetta Ufficiale del 15 febbraio è stato pubblicato il decreto del Ministero dello Sviluppo economico che definisce le modalità di attuazione del nuovo incentivo per le persone fisiche che investono in startup e PMI innovative. Si tratta del decreto attuativo Mise relativo alla nuova agevolazione prevista dal decreto Rilancio. L’agevolazione fiscale è pari al 50% dell’investimento effettuato nelle startup innovative e nelle PMI innovative, nei limiti delle soglie fissate dal regime “de minimis”.

Ammessi gli investimenti già effettuati nel corso del 2020

L’investimento può essere effettuato direttamente o anche indirettamente attraverso fondi comuni (Oicr), e la presentazione della domanda, la registrazione e la verifica dell’aiuto “de minimis”, saranno effettuate esclusivamente tramite la piattaforma informatica in corso di predisposizione dal Mise. Sono ammessi tutti gli investimenti già effettuati nel corso del 2020 e fino all’operatività della piattaforma: l’impresa beneficiaria può presentare domanda nel periodo compreso tra il primo marzo e il 30 aprile 2021. A regime, riporta Ansa, gli investimenti dovranno essere effettuati solo dopo la presentazione della domanda.

Importo massimo di 100.000 euro e 300.000 euro

L’importo massimo dell’investimento detraibile per quel che riguarda le startup innovative è fissato a 100.000 euro per periodo d’imposta, con vincolo di mantenimento per almeno tre anni, pena la decadenza dall’agevolazione. La somma sale a 300.000 euro per gli investitori in PMI innovative. In ambedue i casi, la detrazione dall’imposta lorda sul reddito delle persone fisiche spetta per gli investimenti nel capitale sociale di una o più PMI o startup innovative, direttamente o indirettamente. Per gli investimenti che superano il limite, sulla parte eccedente e in ciascun periodo d’imposta, si potrà detrarre un importo pari al 30% dell’eccedenza, nel limite di 200.000 euro in tre esercizi finanziari. Se la detrazione spettante supera l’imposta lorda, è ammesso il riporto dell’eccedenza nel periodo d’imposta successivo, per un massimo di tre anni.

Esclusi investimenti per alcuni settori

Il soggetto investitore, per poter beneficiare della detrazione Irpef, effettua l’investimento agevolato in una o più imprese beneficiarie, startup innovative o PMI innovative regolarmente iscritte nell’apposita sezione speciale del registro delle imprese. Sono detraibili sia gli investimenti effettuati direttamente nel capitale sociale delle imprese e delle startup innovative sia quelli effettuati indirettamente, tramite organismi di investimento collettivi del risparmio. Restano esclusi dalle agevolazioni gli investimenti effettuati tramite organismi di investimento collettivo a partecipazione pubblica, e quelli effettuati in startup o PMI innovative che operano nei settori esclusi, tra cui le imprese del settore pesca e acquacoltura, e produzione primaria di prodotti agricoli.

Su TikTok i profili degli under 16 diventano privati

TikTok è una delle app più scaricate al mondo, milioni e milioni di utenti la utilizzano ogni giorno, soprattutto i giovanissimi. Con TikTok si possono registrare brevi video tra i 15 e 60 secondi di diverse tipologie, coreografie, video recitati, POV, trend, contenuti educativi. Insomma, le possibilità sono davvero infinite, e le parole chiave dell’app sono originalità e creatività. Per questo piace tanto ai più giovani.  Il 13 gennaio 2021 però è arrivata una novità dal grande impatto su tutta la community. Gli account di tutti gli utenti che hanno un’età compresa fra i 13 anni (l’età minima richiesta per l’iscrizione), e i 15 anni, diventano privati in automatico, riporta Teamworld.

Solo i follower approvati potranno vedere i contenuti degli utenti minori di 16 anni

Ad annunciare la novità è la stessa TikTok, nell’ambito di una serie di restrizioni rivolte ai profili degli utenti under 16. Come diretta conseguenza della nuova regola, spiega la società, “soltanto i follower approvati avranno la possibilità di vedere i contenuti degli utenti minori di 16 anni”. Forse non è un caso, che proprio pochi giorni prima della decisone il Garante della Privacy italiano ha aperto una indagine proprio sulla privacy dei minori su TikTok.

Modificate anche le impostazioni dei Duetti e della funzione Stitch

Riguardo le altre limitazioni imposte agli utenti under 16, la chat toglie l’opzione ‘Tutti’ a chi può commentare i loro video, e ora gli utenti più giovani devono scegliere tra ‘Amici’ o ‘Nessuno’. Sono state introdotte poi modifiche anche alle impostazioni dei Duetti e della funzione Stitch (con cui si possono tagliare scene e inserirle nei propri video), “al fine di renderli disponibili solo per contenuti creati da utenti con o più di 16 anni – spiega TikTok -. Per gli utenti tra i 16 e i 17 anni, l’impostazione di default di queste funzioni è ora su ‘Amici”.

Impostate di default altre funzioni restrittive

Inoltre, continua a spiegare TikTok, ora c’è “la possibilità di scaricare soltanto i video creati da utenti con più di 16 anni. Gli altri utenti possono decidere se consentire il download dei loro video. Mentre, per coloro tra i 16 e i 17 anni, l’impostazione è di disattivata di default, ma possono decidere di attivarla”.

Non è tutto, riporta Ansa. Sempre per gli utenti di età compresa tra i 13 e i 15 anni l’impostazione dell’opzione Suggerisci il tuo account agli altri è attivata in automatico su Off.

Crollano i flussi di credito al consumo

L’arrivo della seconda ondata di contagi fra crollare i flussi di credito al consumo. Nei primi nove mesi del 2020 le erogazioni si sono ridotte di circa un quarto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre le erogazioni complessive di mutui immobiliari sono cresciute, trainate dal boom delle surroghe. Secondo la 49a edizione dell’Osservatorio sul Credito al Dettaglio realizzato da Assofin, CRIF e Prometeia, nel terzo trimestre 2020 tuttavia si registra un parziale recupero, in linea con il graduale miglioramento degli indicatori macroeconomici, e con l’allentamento delle misure di contenimento della pandemia.

Prestiti personali e mutui immobiliari

I prestiti personali risultano la forma tecnica che più ha risentito della crisi in atto, e chiudono i primi 9 mesi del 2020 con un -35.4%, rimanendo però in territorio negativo anche nel terzo trimestre del 2020 (-25%).

L’ampliamento dell’offerta sui canali digitali non è riuscita a compensare le limitazioni alle aperture degli sportelli fisici delle banche e delle istituzioni finanziarie specializzate. In linea con l’evoluzione dei consumi delle famiglie, le erogazioni complessive via carte opzione/rateali chiudono i primi 9 mesi dell’anno con una contrazione del -13.7%, mentre i mutui immobiliari crescono del +12.7%. A trainare il comparto sono le surroghe, che registrano un vero e proprio boom grazie a tassi di riferimento ancora vantaggiosi. Nel corso del terzo trimestre, tuttavia, si assiste a una ripresa anche dei mutui d’acquisto, che dopo il brusco arresto nei primi due trimestri dell’anno, segnano un +6.9%.

La rischiosità del credito alle famiglie

Nel corso del 2020 la rischiosità nel credito al dettaglio ha invertito la tendenza evidenziata nelle più recenti rilevazioni ed è tornata a crescere, sotto la pressione dello shock economico e sanitario. Per il credito al consumo, a settembre 2020, il tasso di default è salito all’1.9%, riflettendo la dinamica più accentuata dei prestiti personali. I prestiti finalizzati mostrano invece una certa stabilità. Per quanto riguarda i mutui immobiliari, dopo un lungo percorso di contenimento del rischio che ha portato gli indicatori sui livelli più bassi dell’ultimo decennio, si è registrata una inversione di tendenza che nel terzo trimestre 2020 colloca il tasso di default all’1.4%.

Le prospettive per il 2021-2022

Dopo le difficoltà del 2020 le erogazioni di credito al consumo saranno sostenute dalle prospettive di ripresa dei consumi, in particolare nella componente dei durevoli. Il rimbalzo del 2021 sarà tuttavia condizionato dal permanere di incertezza legata all’efficacia delle azioni di contrasto del virus e alla distribuzione dei vaccini, che si tradurrà ancora in un atteggiamento cauto da parte dei consumatori. Nel 2022 il credito al consumo tornerà a crescere, in linea con l’andamento dei fondamentali macroeconomici sottostanti. Per gli operatori del credito è fondamentale essere in grado di cogliere le opportunità derivate dal maggiore utilizzo dei canali digitali e di apertura alle modalità di cooperazione date dall’open banking. Diventa quindi importante accelerare il processo di cambiamento del modello di servizio per trarre vantaggio anche dagli investimenti in tecnologia e comunicazione già intrapresi negli anni precedenti.

Consumi mediatici degli italiani, un sistema sempre più liquido

Un sistema di consumi dei media sempre più “liquido”. È quello che descrive il Censis, nel 54° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2020 nel capitolo dedicato a comunicazione e media. Con Internet come ingrediente principale e un uso sempre più massiccio di smart e mobile tv gli italiani si informano soprattutto sui portali, e danno sempre meno importanza alla lettura di libri e giornali. Di fatto, il Censis evidenzia come la spesa delle famiglie per i consumi mediatici tra il 2007 e il 2018 abbia subito una flessione (-2,0%), mentre quella per l’acquisto di telefoni e accessori è quadruplicata, segnando un +298,9% nell’intero periodo, e un valore di oltre 7 miliardi di euro nell’ultimo anno.

In dieci anni pc e audiovisivi +64,7%

Sempre tra il 2007 e il 2018 la spesa dedicata all’acquisto di computer e audiovisivi ha segnato un rialzo elevato (+64,7%), mentre i servizi di telefonia si sono assestati verso il basso per effetto di un riequilibrio tariffario (-16,0%, per un valore però di 16,8 miliardi di euro nell’ultimo anno). La spesa per libri e giornali ha subito invece un vero e proprio collo nel decennio (-37,8%), arrestato però nell’ultimo anno, che ha visto un rialzo del 2,5%.

Tv, calo dei telespettatori, ma non sul web

Nel 2019 la fruizione della televisione è stabile, ma se registra una flessione dei telespettatori della tv tradizionale (digitale terrestre, -2,5% in un anno) resta salda l’utenza della tv satellitare (-0,1%) e cresce significativamente la tv via internet. Web tv e smart tv arrivano al 34,5% di utenza (+4,4% in un anno) e la mobile tv passa dall’1% di spettatori nel 2007 all’attuale 28,2% (+2,3% nell’ultimo anno). La radio continua a rivelarsi all’avanguardia dentro i processi di ibridazione del sistema dei media. Complessivamente, i radioascoltatori restano stabili (79,4%), ma se la radio ascoltata attraverso l’apparecchio tradizionale perde il 5,3% di utenza l’ascolto delle trasmissioni radiofoniche via internet con il pc (17,3%, +0,3%) e soprattutto lo smartphone (21,3%, +0,6%) è sempre più rilevante.

Cresce internet, libri e quotidiani sempre più in crisi

L’utenza di internet registra ancora un aumento, passando dal 78,4% al 79,3% della popolazione in un anno. Gli italiani che utilizzano gli smartphone per navigare salgono dal 73,8% al 75,7% (+1,9%), quando ancora nel 2009 li usava solo il 15% della popolazione.

I media a stampa invece sono ancora in crisi, anche se sembra essersi fermata l’emorragia di lettori. Quelli dei quotidiani, si sono ridotti al 37,3% nel 2019, mentre le edizioni online dei giornali si attestano a una quota di utenza pari al 26,4%, e gli aggregatori di notizie online e i portali web d’informazione sono consultati dal 51,6% degli italiani (+5,5% rispetto all’anno precedente). Anche i lettori di libri continuano a diminuire: se nel 2007 il 59,4% degli italiani aveva letto almeno un volume nel corso dell’anno, nel 2019 il dato è sceso al 41,9%.

Merenda, merendina o snack salutare? Sui social vincono le brioche alla crema

Il 17 settembre è stata la Giornata Mondiale della Merenda. Dal latino “merere”, meritare, la merenda  ha origine nella civiltà contadina di inizio Novecento, quando era considerata una ricompensa per il lavoro svolto a casa o nei campi. E con l’apertura delle scuole torna il dibattito sul consumo, e la tipologia, di questa abitudine alimentare così cambiata nel corso degli anni. Da un punto di vista dei numeri i dati di una ricerca Doxa-Aidepi ne segnalano un consumo da parte del 38% degli italiani, di cui i maggiori fruitori sono i bambini. Che secondo una ricerca dell’Ospedale San Paolo di Milano e Spes per il 97% la consumano abitualmente nella fascia pomeridiana.       

Sui social si appagano più la vista e il palato che la coscienza

Oggi, il rito della merenda trova il suo massimo punto di celebrazione sui social, con un tripudio di torte e brioche alla crema che appagano molto più la vista e il palato della coscienza. Dati alla mano, i ricercatori riportano come sui social gli hashtag #merenda contino oltre un milione di post, e #merendaitaliana oltre 250mila. Su Instagram i post mostrano una merenda succulenta, mentre su TikTok (hashtag #merenda e #merendatime) stimolano ricette e challenge quasi esclusivamente a base di biscotti e merendine industriali, riporta Ansa.

La merendina lascia spazio a frutta e yogurt

Col tempo la merenda si è trasformata da pasto salato a base di pane e olio, salame o pomodoro, a pasto dolce in formato tascabile e monoporzione. Negli anni ’50 sono infatti apparse sul mercato le prime merendine, ma con la crescente sensibilità verso ingredienti di qualità e valori nutrizionali, oggi il rito della merendina sta gradualmente lasciando spazio a quello dello snack salutare. Complici le statistiche nazionali in merito alla popolazione sovrappeso, ancora tra le più alte in Europa (il 30,4% dei bambini fra i 3 e i 10 anni secondo l’Istat), i genitori hanno iniziato a cambiare la dieta e le abitudini dei propri figli.

Sempre secondo la ricerca Doxa-Aidepi, il 51% dei genitori dà ai propri figli la frutta e il 42% yogurt.

Arriva l’instafood

Ma un secondo e non meno significativo cambiamento rispetto alla merenda tradizionale delle origini è dato dal luogo in cui viene consumata, si legge su InformaCibo.it. Sempre più persone, infatti, consumano uno o più pasti nell’arco della giornata fuori casa, e incrociando il bisogno di uno stile di vita più sano con la frequenza a consumare i pasti fuori casa il mercato ha trovato nel cosiddetto instafood la soluzione ideale per rispondere alle nuove abitudini ed esigenze del pubblico.

Dove sono le spiagge più care d’Italia? A Venezia e in Toscana

Sono a Venezia le spiagge più care d’Italia. Secondo la classifica del Codacons, che ha condotto un’indagine analizzando le tariffe per l’affitto di tende, cabine, lettini e ombrelloni praticate al pubblico negli stabilimenti più esclusivi del Paese, è la spiaggia dell’Hotel Excelsior del Lido di Venezia a piazzarsi al vertice della classifica. Nell’estate 2020 affittare una capanna composta da lettino con materasso e cuscino, due sedie a sdraio con cuscini, un tavolo, quattro sedie pieghevoli, tre teli da spiaggia presso il prestigioso hotel del Lido costa (in prima fila) 453 euro al giorno. La tariffa stagionale raggiunge quota 9.050 euro, e scende a 8.160 euro presso l’adiacente spiaggia Des Bains.

A Forte dei Marmi si spendono 450 euro al giorno

Al secondo posto si colloca Forte dei Marmi, dove alla spiaggia dell’Augustus Hotel una tenda dotata di lettino queen size, 2 lettini e sdraio costa 450 euro al giorno. E sempre in Toscana si trova il terzo lido più caro d’Italia, il Twiga di Marina di Pietrasanta, dove per una tenda araba dotata di tre lettini, 2 sdraio, 2 lettoni con materassino, una regista, un divano a 3 posti e un tavolo con vano interno, si spendono 400 euro al giorno.

Anche Liguria, Puglia e Sardegna entrano in classifica

In classifica però c’è anche la Liguria. All’Eco del Mare di Lerici una cabina privata deluxe (ombrellone, lettino o pomodone (cuscinone, ndr), un telo mare per lettino fino a un massimo di 4 persone) costa 389 euro al giorno. Entra in classifica anche la Puglia, con il Lido Pettolecchia di Savelletri (Br), dove un gazebo Pavilion & Vis a Vis, che può ospitare fino a 4 persone, costa 300 euro al giorno, riporta Adnkronos. Nella lista delle spiagge più care non può mancare la Sardegna, dove il servizio basic dell’Hotel Romazzino di Porto Cervo, ovvero lettino e ombrellone, costa 200 al giorno a persona.

Le ville più prestigiose sono in Sardegna, a Capri e a Copertino (Le)

La situazione si capovolge se si prende in considerazione l’affitto di ville nelle località più prestigiose. In questo caso il primato spetta alla Sardegna, dove a Porto Rotondo una villa di 300 mq con accesso diretto al mare, 5 camere da letto e 6 bagni, piscina e Jacuzzi, arriva a costare 4.325 euro al giorno nel periodo a cavallo di Ferragosto. Al secondo posto si piazza Capri, dove per una villa storica di 200 mq e 3 camere da letto si spendono 4.025 euro, mentre per una struttura analoga in Puglia, a Copertino (Le) il costo è di 3.392 euro.

Sempre nello stesso periodo ,e per ville prestigiose con piscina, seguono le più “economiche” Sestri Levante (2.769 euro al giorno), Marina di Modica (2.476 euro), Amalfi (2.081 euro), Forte dei Marmi (2.026 euro), e Ischia (809 euro).

Tutti a casa: come organizzare gli spazi per vivere (e lavorare) meglio

Tutti sotto lo stesso a tetto. Gli adulti alle prese con lo smartworking, le call, le telefonate. I più giovani impegnati con la didattica a distanza, e poi i compiti e le videochat con gli amici. Insomma, anche se trascorsa nelle migliori condizioni per i più fortunati, le settimane di quarantena non sono per niente facili. Le nostre quattro mura domestiche, che di solito ci accolgono solo la sera per cena in formazione completa, adesso sembrano essersi pericolosamente ristrette. In questo contesto, che mette a dura prova anche i nervi più saldi, arrivano i consigli di Marcello Albergoni, Country Manager di LinkedIn Italia, padre di due bambini ed esperto di temi legati allo sviluppo della carriera. I suoi suggerimenti si concentrano soprattutto sulla fiducia, ovvero spiegando ai propri figli in maniera schietta ciò che sta succedendo e aiutandoli a capire perché il genitore deve comunque restare concentrato sul lavoro.

Un’area ufficio dove lavorare
 Albergoni, per quanto riguarda la comunicazione e la convivenza con i bambini, consiglia di fare così: “Spiega che dovrebbero cercare di non disturbarti (tranne in caso di emergenza …) mentre li rassicuri che sei ancora lì per loro. È probabile che troveranno l’intera esperienza nuova e divertente, ma c’è la possibilità che possano essere confusi o preoccupati. Crea uno spazio designato nella tua ‘area ufficio in casa’ per i tuoi figli in modo che possano stare con te mentre non sei, ad esempio, in una call. Questo può variare da una culla o un box a un tavolino fornito di strumenti utili per la creatività, o con i libri e i quaderni per i compiti a casa, se il bambino è più grande”.

Orari e patti chiari (e condivisi)

Secondo il manager l’ideale sarebbe cercare di organizzare le chiamate e le riunioni importanti durante l’orario del pisolino dei bambini se sono piccoli. Altro suggerimento è avvisare i colleghi, che comunque capiranno benissimo trovandosi probabilmente nella stessa situazione, che i figli sono ovviamente anche loro a casa e quindi potrebbero esserci dei rumori di fondo o delle interruzioni. “Assicurati – ha detto Albergoni all’Ansa – di organizzare pause regolari per avere tempo di qualità con i tuoi figli durante la giornata lavorativa. Sia che si tratti del loro gioco preferito, o di una lettura insieme, l’attenzione dedicata da te contribuirà a garantire che i tuoi figli non si sentano ignorati e non abbiano avuto una giornata noiosa”. Insomma, patti chiari ed elasticità possono davvero farci superare l’emergenza a casa.

l futuro dell’auto? Elettrico

Non bisognerà aspettare ancora molto: entro il 2030, sostengono gli esperti, le auto elettriche sorpasseranno in numero quelle “tradizionali”. Questa tipologia di veicoli, infatti, registra vendite a un tasso superiore a quanto preventivato e già ne 2025 rappresenterà un terzo dei mezzi in circolazione. A fornire questo scenario è il report di Boston Consulting Group “Who Will Drive Electric Cars to the Tipping Point?” che ha corretto al rialzo le precedenti stime del 2017 (secondo cui l’elettrico avrebbe raggiunto un quarto del mercato entro il 2025 per restare sotto il 50% entro il 2030).

Il perché di questo exploit

Le ragioni di questo inaspettato “boom” sono da ricercare in diversi fattori. Innanzitutto il sostegno degli incentivi statali, poi il sempre minor costo delle batterie elettriche e poi alle restrizioni sulle emissioni che spingono consumatori e costruttori a orientarsi verso questo prodotto. Ma c’è anche una diffusa “coscienza ecologica” da parte dei guidatori, che desiderano auto più attente all’ambiente. Contestualmente, come è facile intuire, scenderanno le quote di mercato di veicoli a benzina e diesel. Secondo Bcg, il mix delle diverse tipologie, tra veicoli a batteria elettrica Bev (battery electric vehicle), ibridi elettrici plug-in Phev (plug-in hybrid electric vehicle), ibridi completi Hev (hybrid electric vehicle) e ibridi leggeri Mhev (mild hybrid electric vehicle), varierà a seconda dei mercati. Ma tra dieci anni ben un quarto del mercato mondiale dell’auto sarà costituito da elettrici a batteria Bev (18%) e ibridi plug-in Phev (6%), le due tipologie in maggiore crescita, che accelereranno nella seconda metà del prossimo decennio.

Investimenti miliardari

All’interno di questo contesto, riporta il report ripreso da AdnKronos, i primi 29 produttori Oem (Original Equipment Manufacturer) prevedono di investire oltre 300 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni per la produzione di veicoli elettrici ed entro il 2025 dovrebbero essere lanciati circa 400 nuovi modelli. Entro il 2023, sarà il mercato a guidare le vendite dell’elettrico, e fino ad allora per mantenere lo slancio serve una spinta sostenuta da incentivi e normative ad hoc.

Minor impatto ambientale? Dipende

In teoria, la diffusione di questi mezzi dovrebbe poi far abbassare il livello di gas serra, anche se diverse ricerche indicano che non è proprio così. A seconda della regione di produzione del veicolo e delle dimensioni della batteria, infatti, la produzione di un veicolo Bev può generare più emissioni di Co2 rispetto a quella di un veicolo a combustione interna Ice; ma, una volta in funzione, gli elettrici garantiscono migliori emissioni nel ciclo completo well-to-wheel. Le aziende produttrici, quindi, dovranno dovranno investire in nuove tecnologie, capacità e modelli di business: e l’impatto globale sul pianeta sarà sicuramente più lieve.

Google ricava 37 euro per utente dalla pubblicità dati

Quanto ricavano le piattaforme online dai dati degli utenti? Nel 2018 Google ha conseguito a livello mondiale un Arpu (Average Revenue Per Unit, (ricavi medi per unità, di 37 euro, seguito da Facebook (21 euro) e Instagram (11 euro), mentre sul fronte dell’intrattenimento Youtube consegue un Arpu pari a 10 euro.

Nel caso dei servizi online gratuiti, “si realizza di fatto uno scambio implicito tra gli utenti e la piattaforma – si legge in uno studio dell’Osservatorio sulle piattaforme online pubblicato dall’Agcom – che si sostanzia nella cessione, da parte dei primi, dei propri dati a fronte, non già di un corrispettivo economico, ma appunto del servizio offerto gratuitamente dalla piattaforma”.

Il valore dei dati raccolti dipende dalla possibilità di compiere processi decisionali

Inoltre, l’Arpu di un utente medio che vive negli Usa vale più di quello di un utente europeo o dei Paesi in via di sviluppo: circa 150 euro in un anno nel search, in linea con il Pil pro capite. Quindi, per la disponibilità a pagare.

Il valore dei dati raccolti dipende dalla possibilità di compiere, tramite gli stessi, processi decisionali, spesso in tempo reale. In tal senso, si legge nel report, le piattaforme conservano e aggregano in maniera efficiente dataset eterogenei, e adottano sofisticate tecniche di big data analytics, grazie anche agli asset infrastrutturali di cui si sono dotate e che ogni anno vengono aggiornate e ampliate.

Un valore annuo che oscilla tra i 10 e i 40 euro per utente

Si stima che i dati generati dagli utenti attraverso search, social network e intrattenimento gratuito abbiano un valore annuo che oscilla tra i 10 e i 40 euro per utente. In particolare, i dati prodotti dalle ricerche effettuate dagli utenti, che si configurano come espressione diretta dei propri interessi, sono quelli di maggior valore. L’Arpu mondiale del search (di Google), infatti, si attesta sui 37 euro per utente, riferisce Adnkronos.

Gli Usa presentano un Arpu pubblicitario superiore al resto del mondo

Sia per il search che per i social network, gli Usa presentano un Arpu pubblicitario nettamente superiore rispetto alle altre aree geografiche. I dati di un utente medio Usa valgono, ai soli fini pubblicitari, circa 150 euro in un anno nel search e oltre 90 euro nei social. Tre volte tanto quelli degli europei, e 15-18 volte quelli degli utenti che si trovano in Paesi in via di sviluppo.