Categoria: Marketing

Cresce l’uso del mobile per gli acquisti online

Anche nel periodo post pandemia continua a crescere l’e-commerce, e gli acquisti online si fanno sempre più col telefonino. Più di un acquisto online su due ormai viene infatti effettuato tramite dispositivo mobile, soprattutto durante il fine settimana, in estate e nel corso del Black Friday. In particolare, si utilizza il cellulare soprattutto per lo shopping di prodotti cosmetici e di abbigliamento. È quanto emerge da una ricerca condotta da PayPlug, la soluzione di pagamento online per le Pmi. 
“Le persone sono sempre più connesse tramite smartphone e tablet e lo dimostra il fatto che il canale mobile si sia consolidato negli ultimi 4 anni, con una costante ascesa, passando dal 41% del 2018 al 51% nel 2021”, spiega Gloria Ferrante, Marketing Manager Italia di PayPlug.

Il mondo smartphone rappresenta il 51% del totale dell’e-commerce

Si tratta di un andamento che rispecchia i dati diffusi dall’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, secondo i quali con 15,65 miliardi di euro il mondo smartphone rappresenta il 51% del totale del mondo e-commerce. Ma a consolidarsi è anche il valore medio del carrello su mobile, sempre più spesso superiore ai 75 euro. Questo avviene nel 39% dei casi, una percentuale cresciuta di ben 7 punti dal 2019 (32%), e che sottolinea da parte dei consumatori la grande fiducia e usabilità del mezzo.

A spingere gli acquisti dal telefonino è anche il commercio conversazionale

Da quanto rileva la ricerca di PayPlug i settori in cui lo shopping da mobile conquista maggiormente i consumatori sono due, quello della cosmesi (55%) e dell’abbigliamento (53%). Ma a spingere gli acquisti da mobile è anche il commercio ‘conversazionale’, ovvero l’atto di vendere prodotti e servizi intrattenendo una conversazione personalizzata con i propri clienti. In particolare, tramite sms, e-mail, oppure tramite applicazioni di messaggistica e chatbot.

Vendere via sms utilizzando i link di pagamento

Secondo la ricerca di PayPlug, tra gennaio e maggio 2021 il 15% dei commercianti ha infatti concluso vendite via sms utilizzando i link di pagamento. Una percentuale di quattro punti superiore rispetto all’11% dello stesso periodo del 2020. Di fatto, i commercianti hanno concluso le vendite inviando sms, e-mail, applicazioni di messaggistica, oppure re-indirizzano il cliente a una pagina di pagamento sicura. In questo modo dal proprio smartphone il cliente ha potuto inserire i dati per il pagamento, e convalidare l’ordine in modo semplice e veloce.

L’azienda che forma donne manager è più produttiva del 9%

Quando l’azienda coinvolge le donne nella formazione manageriale l’aumento di produttività sale del 9%. La formazione manageriale delle donne ha un impatto positivo sulla produttività delle imprese, ed esiste un gap di produttività fra chi rivolge la formazione solo agli uomini e chi invece la rivolge anche alle donne. Fare formazione alle manager conviene sia nella manifattura, dove l’aumento è del 9%, sia nei servizi, dove la produttività si innalza dell’8% 
Sono alcuni risultati emersi da un’indagine di Fondirigenti, il Fondo interprofessionale per la formazione dei manager, promosso da Confindustria e Federmanager, e condotta in collaborazione con le Università di Trento e Bolzano.

Aumenta del 60% la sensibilità delle imprese verso il management femminile

Dal 2010 al 2020 la ricerca di Fondirigenti ha evidenziato una decisa crescita delle attività formative rivolte al management femminile, dal 13% al 21% del totale, con un aumento di quasi il 60% della sensibilità delle imprese in questa direzione. Le manager in formazione sono inoltre più giovani dei colleghi di sesso maschile, perché sei su dieci di loro (il 57%, per l’esattezza) hanno meno di 50 anni, mentre non vengono rilevate differenze significative nella durata media dei corsi di formazione, che si attestano attorno alle 19 ore, con o senza donne coinvolte. In particolare, la fascia d’età maggiormente rappresentata dalle dirigenti donne in formazione è quella fra i 30 e i 34 anni, che fa salire al 27% la presenza femminile in questo range anagrafico. D’altra parte, tra i dirigenti in formazione oltre i 55 anni, le donne rappresentano solo il 12% del totale.

Più donne dirigenti in Lombardia e nelle aziende più grandi 

Se, in base alla distribuzione geografica delle imprese, come singola regione è la Lombardia quella che assorbe più donne sul totale dei dirigenti donne (51,80%), come ripartizione geografica è il Centro a coinvolgere maggiormente il sesso femminile (46%), mentre al Nord la percentuale è del 35% e al Sud al 28%. Inoltre, riporta Adnkronos, più sale la dimensione aziendale e più aumenta il coinvolgimento delle donne dirigenti: nelle microimprese soltanto lo 0,4% delle imprese inserisce in formazione donne manager, percentuale che cresce all’8,2% nelle piccole imprese, e al 40% nelle medie imprese, mentre la quota sale al 51,4% nelle grandi imprese.

Scienza e tecnologia, i settori con il 49% con almeno una donna in formazione

La percentuale delle aziende che rivolgono la formazione ad almeno una donna manager cresce con il crescere dell’età dell’impresa. Tanto che il 91% di tutte le aziende che coinvolgono nella formazione almeno una dirigente di sesso femminile ha più di dieci anni d’età. Quanto ai settori più attivi in questo senso, a inserire più donne nei processi formativi dei dirigenti sono le imprese che lavorano nei settori della scienza e della tecnologia, dove il 49% di esse ha almeno una donna in formazione.

Nell’anno del Covid crescono le vendite dei prodotti per intolleranti

Oggi i clienti dei supermercati italiani possono scegliere tra quasi 13.700 prodotti alimentari “free from” e oltre 10 mila formulati per rispondere alle esigenze di chi soffre di allergie o intolleranze alimentari. Un’offerta in continua crescita e diversificazione per un business altrettanto che nel 2020 ha visto le vendite di alimenti “free from” sfiorare i 7 miliardi di euro, e quelle di prodotti per intolleranti superare 4 miliardi di euro, in crescita rispettivamente del +3,3% e del +4,6% rispetto al 2019. Nel 2020 continua quindi la crescita dei prodotti senza glutine o lattosio, ma si affermano altri claim “senza”, come “senza antibiotici”, “senza polifosfati”, “senza glutammato”, “senza latte” e “non fritto”. A monitorare l’andamento di questo mercato è la nona edizione l’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, che ha preso in esame i risultati di vendita di oltre 120 mila prodotti di largo consumo, pari all’82,6% del fatturato di supermercati e ipermercati in Italia.

Il paniere più consistente? Quello dei “free from”

Il paniere più consistente è quello dei prodotti alimentari “free from”, che nel nel 2020 incide per il 18,0% sul totale dei prodotti monitorati dall’Osservatorio e per il 25,0% sul giro d’affari complessivo. Tutti i 17 claim rilevati hanno registrato performance in crescita rispetto al 2019, grazie soprattutto alla componente della domanda (+6,1%), con aumenti che vanno dal +1,2% di “senza conservanti” (5,8% dei prodotti), a +41,3% di “senza antibiotici” (0,2%). Il 2020 è stato un anno di crescita anche del comparto dei prodotti rivolti a chi soffre di allergie o intolleranze alimentari, che ha contribuito per il 14,4% alle vendite totali del paniere food. La performance è stata sostenuta da una domanda positiva (+8,3%) e un’offerta arrivata al 13,4% del paniere complessivo rilevato.

Il segmento più importante è il gluten free

Il segmento più importante, sia come valore delle vendite sia come numero di referenze, è quello del gluten free, a cui appartengono il claim “senza glutine” (+5,0% di vendite) e il marchio Spiga Barrata rilasciato dall’Associazione italiana celiachia (+3,9%). Il segmento più dinamico del 2020 è stato quello dei prodotti “senza lattosio”, arrivati a quota 2.141 referenze per un aumento del +6,7% del giro d’affari. All’area valoriale del “lactose free” appartiene il claim emergente “senza latte”, rilevato su 478 prodotti, che hanno chiuso il 2020 con un aumento di +11,4% delle vendite.

Senza lievito, +3,7%, e senza uova, +0,1%

Sono altri due i claim affacciati in etichetta e “intercettati” dall’Osservatorio: “senza lievito” (+3,7% di vendite), e “senza uova”, che ha visto salire il sell-out del +0,1% rispetto al 2019. Da rilevare anche l’accelerazione nelle vendite di prodotti alimentari presentati in etichetta come “senza polifosfati” (+12,6%), “senza glutammato” (+10,5%), “senza aspartame” (+10,0%), e di quelli con il claim “non fritto” (+10,5%).

Microsoft Teams lancia nuove funzionalità per gli utenti consumer

Finora la piattaforma di comunicazione Microsoft Teams si era rivolta principalmente ai professionisti e ai lavoratori connessi da remoto, ora ha introdotto nuove funzionalità progettate appositamente per gli utenti consumer. L’obiettivo della piattaforma è infatti quello di semplificare la comunicazione con amici e famiglia. Microsoft Teams diventa quindi un hub centrale per la comunicazione e la gestione della propria vita privata. Le funzionalità consumer di Teams ora sono disponibili gratuitamente in tutto il mondo. Chi usa già l’app per lavoro dovrà semplicemente cliccare sul proprio profilo e aggiungere l’account personale, mentre i nuovi utenti possono scaricare Microsft Teams per iOS, Android, oppure desktop, e scoprire tutte le novità della piattaforma.

Together, per scegliere fra una varietà di nuovi contesti virtuali per le chiamate

Tra le novità, la modalità Together, con cui è possibile trasformare qualsiasi videocall tra amici e parenti in uno spazio condiviso. Con Together è infatti possibile scegliere tra una varietà di nuovi contesti virtuali come, ad esempio, un salotto, una caffetteria o persino un resort vacanze, per aggiungere un tocco di allegria alle proprie chiamate quando si è distanti fisicamente. Un’altra novità introdotta dalla piattaforma riguarda l’invio di reaction e GIF, una feature derivata direttamente dalla versione business di Teams.

È possibile invitare fino a 300 persone all’interno della stessa videochiamata

GIF e reaction possono essere utilizzate anche a seguito di una call a cui non si è potuti partecipare per continuare la conversazione. Microsoft Teams permette infatti di accedere in qualsiasi momento al thread per leggerlo e consultarlo anche dopo la conclusione del meeting virtuale. Microsoft Teams permetterà inoltre di invitare fino a 300 persone all’interno della stessa videochiamata, utilizzando qualsiasi Device (PC, Mac o dispositivi Android o iOS) o web browser. In aggiunta a questo, anche gli utenti che non utilizzano Teams potranno visualizzare e rispondere alla chat di gruppo utilizzando gli sms.

Una dashboard dove organizzare i contenuti condivisi all’interno del gruppo

Inoltre, per ogni chat si avrà a disposizione una dashboard dove organizzare tutti i contenuti condivisi all’interno del gruppo, dalle foto ai file, dai link fino ad arrivare ai task condivisi e agli eventi imminenti. Un’ulteriore funzione presto disponibile è quella del sondaggio, modalità per tener traccia delle scelte condivise, come ad esempio dove andare a cena, oppure, in quale giorno fissare la festa di compleanno per un membro della famiglia. Una volta completato, qualsiasi partecipante all’interno della chat di gruppo può intervenire sulla base dei risultati ottenuti, sia che si tratti di creare un gruppo per l’evento da organizzare sia che si tratti di assegnare un task, riferisce TheDigitalClub.

Supermercati, l’Italian food vale 8 miliardi di euro

Alla persone piace sempre di più il cibo italiano, e la conferma è il fatto che le vendite continuano a crescere. Lo ribadisce l’Osservatorio Immagino di GS1 Italia, che monitora l’andamento degli alimenti confezionati nei supermercati e negli ipermercati. Tutte le etichette citano riferimenti all’Italia o alle regioni: in totale, si tratta di 21.000 prodotti alimentari sui banchi della grande distribuzione. L’importo delle vendite supera gli 8,1 miliardi di euro (+ 6,3 % rispetto ai 12 mesi precedenti), pari al 25,6% dell’approvvigionamento alimentare totale in supermercati e ipermercati. Si tratta di un paniere molto ampio, che abbraccia diverse categorie alimentari, in cui l’Osservatorio di Immagino ha confermato sette claim, bollini e indicazioni geografiche europee: crescono le vendite di tutti gli articoli (escluso il “prodotto in Italia”), in particolare dei Prodotti DOP (+12,3%) e utenti che si dichiarano “100% italiani” (+9,4%).

A livello regionale vince il Made in Trentino Alto Adige

Se un quarto dei prodotti alimentari menziona chiaramente le sue caratteristiche italiane sulla confezione, un altro decimo evidenzia più chiaramente la sua origine regionale: si tratta di prodotti di oltre 8.600 provenienze regionali, e le vendite di questi prodotti superano i 24 miliardi di euro, un aumento del 5% in un anno. Quali regioni italiane hanno conquistato i carrelli della spesa italiani? Si conferma primo il Trentino-Alto Adige, seguito da Sicilia, Piemonte ed Emilia-Romagna. Tuttavia, nelle classifiche regionali stilate dall’Osservatorio Immagino, spiccano anche le performance dei prodotti made in Molise (+ 28,7%), Liguria (+ 15,6%) e Calabria (+ 13,1%).

Spesa in tempi di pandemia

“La pandemia ha certamente influito, amplificando atteggiamenti di consumo legati al bisogno di rassicurazione e fiducia su quello che si sta acquistando” ha commentato Marco Cuppini, research and communication director GS1 Italy. “Ma si tratta comunque di un fenomeno ormai strutturale che prescinde da quello che è successo nell’ultimo anno. Difficilmente si tornerà indietro. Tanto più che stanno emergendo sia nell’offerta che nella domanda nuovi aspetti legati alle filiere e ai processi produttivi. I consumatori sono sempre più esperti e critici, è aumentata la cultura alimentare e l’attenzione alla tradizione, soprattutto tra chi ha maggiore capacità di spesa, dato che si tratta di prodotti mediamente più costosi”. Tra i prodotti a cui i consumatori prestano particolare attenzione, verificando ingredienti e la loro provenienza, spicca – e non sorprende – la pasta, da sempre simbolo di italianità.

Come riconoscere, e difendersi, dal nuovo ransomware LockTheSystem

Una nuova minaccia sta prendendo di mira le email italiane, LockTheSystem, un ransomware in grado di prendere in ostaggio il pc rendendolo inutilizzabile. Molti utenti stanno infatti segnalando la ricezione di mail in cui viene notificata la mancata consegna di un pacco, ma dietro si cela una trappola. Se truffe di questo tipo si stanno moltiplicando negli ultimi mesi, in questo caso si tratta di un virus introdotto nei dispositivi degli utenti sotto forma di ransomware, un malware informatico che prende “in ostaggio” il computer o lo smartphone, chiedendo un riscatto monetario per poter rendere di nuovo utilizzabile all’utente il proprio device. È il caso di LockTheSystem, il protagonista di una nuova campagna di malware nel nostro Paese.

In allegato alla mail un file .rar indicato con un codice di quattro cifre

Da qualche giorno molte persone stanno segnalando la ricezione di alcune strane email, in cui viene suggerito di ritirare alcuni pacchi la cui consegna non è andata a buon fine. In allegato alla mail è presente un file .rar (un file compresso da aprire con un determinato codice), chiamato PIN nel testo della mail e indicato con un codice di quattro cifre. Scaricando e aprendo il file compresso con il PIN indicato in realtà si sta spalancando la porta al ransomware LockTheSystem. All’interno del file in allegato alla mail truffaldina è presente uno script JS, che una volta scaricato nel pc avvia un eseguibile da remoto con il quale i cybercriminali possono agire indisturbati.

Il dispositivo viene bloccato finché non si paga un riscatto

Tra le azioni compiute dal virus vi è una scansione completa e cifratura dei file nell’hard disk, la cessazione di molti processi attivi con la conseguente impossibilità di prendere possesso del dispositivo, e l’illustrazione di una nota di riscatto cui si può porre rimedio soltanto contattando su Telegram l’account @Lockthesystem, pagando ovviamente il denaro richiesto. L’aspetto curioso di questa vicenda è che la mail è scritta in italiano perfetto. Nulla di simile dunque a tutte le email di phishing finora viste, che si sono sempre contraddistinte per un italiano alquanto ballerino e pieno di errori grammaticali e di sintassi. In questo caso il testo è scritto alla perfezione e, in quanto tale, potrebbe essere stato creato proprio da hacker del nostro Paese.

Come difendersi?

Il Cert-AgID, struttura del governo che si occupa di cybersicurezza, ha consigliato di diffidare da queste email in cui viene elaborata una generica richiesta per un pacco mai consegnato, soprattutto per il fatto che non viene mai richiesto di aprire un file compresso con password per poter avere accesso alla spedizione, o a qualsiasi altro documento. Inoltre è consigliato aggiornare costantemente il proprio antivirus, così come app e programmi installati, ed effettuare un backup di tutti i propri dati all’interno di qualche supporto esterno, come cloud oppure hard disk esterni scollegati dal pc.

Google ferma il tracciamento personale per scopi pubblicitari

Navigare sul web in modo più libero, senza avere gli occhi di Google puntati sui siti che si stanno visitando allo scopo di sapere quale tipo di pubblicità mostrarci. Il gigante di Mountain View ha annunciato che dal prossimo anno cesserà la vendita delle inserzioni pubblicitarie basate sulle abitudini di navigazione dei singoli utenti. Una svolta non da poco, dato che la maggior parte degli introiti generati dalla pubblicità digitale si ottengono proprio grazie a questo sistema. Ma allora, perché lo fa? Semplice, la Grande G, scrive laleggepertutti.it, vuole ottenere un ritorno d’immagine per dimostrare l’intenzione di fare da apripista a ulteriori passi avanti verso il totale rispetto della privacy degli utenti.

Stop ai cookie di terze parti

Già da qualche mese Google ha annunciato che dal prossimo anno non avrebbe più utilizzato la tecnologia di tracking più usata al mondo, cioè i cookie di terze parti. Ora fa un’ulteriore mossa in questa direzione, e annuncia lo stop allo sviluppo di qualsiasi sistema in grado di seguire un utente nella navigazione per creare un profilo sulla base del quale vendere la pubblicità agli inserzionisti. Oggi Google controlla più della metà del mercato pubblicitario digitale in tutto il mondo, un mercato che nel 2020 si è avvicinato a 300 miliardi di dollari. Numeri ai quali hanno contribuito anche le tecniche di ‘pedinamento’ degli utenti che, guarda caso, molto spesso trovavano banner pubblicitari o inserzioni perfettamente in sintonia con quello che pochi minuti prima avevano cercato sul motore di ricerca.

Sul web incombe l’ombra dei garanti della privacy e dell’Antitrust

Ora però è arrivato il momento di cambiare. “Mantenere Internet libero e aperto richiede a tutti noi di fare di più per proteggere la privacy”, ammette il responsabile di Product Management, Ads Privacy and Trust di Mountain View, David Temkin. Possibile quindi che Google verrà seguito da altri colossi del web, come l’impero Facebook, già nel mirino per altre questioni legate a contenuti non sempre affidabili. Su tutto il settore incombe infatti l’ombra dei garanti della privacy e dell’Antitrust, che impongono di schiacciare il freno su alcune strategie di mercato per garantire un maggior rispetto dei diritti degli utenti.  In ogni caso, ciò non significa smettere di investire sulla raccolta pubblicitaria. Google continuerà a puntare su nuove tecnologie per fornire comunque inserzioni mirate, ma senza dover tenere d’occhio gli utenti ogni volta che aprono la finestra del web.

Ricavi dei settori regolati, -7,1% nel primo semestre 2020

Nei primi sei mesi del 2020 la flessione dei ricavi nei mercati di riferimento dell’Agcom risulta meno accentuata rispetto al quadro macroeconomico complessivo del Paese. Secondo gli approfondimenti effettuati da Agcom, che dalla scorsa primavera ha avviato un monitoraggio periodico riguardo l’impatto economico della pandemia sui comparti regolati, se il Pil italiano nel primo semestre è diminuito del 10,6% i ricavi complessivi dell’ecosistema rappresentato da comunicazioni elettroniche, radiotelevisione, editoria, internet e servizi postali sono stimati in flessione del 7,1%.

Tlc, flessione dei ricavi media del -5,7%

In particolare, nel settore delle telecomunicazioni la flessione dei ricavi, che in media è stata pari al 5,7%, è risultata relativamente più intensa per la rete fissa (-6,5%) rispetto a quella mobile (-4,7%). Nonostante i mesi estivi abbiano prodotto un’attenuazione nei consumi rispetto ai primi mesi dell’anno, nei primi nove mesi del 2020 una più intensa fruizione domestica di contenuti video in streaming, telelavoro e didattica a distanza hanno prodotto una forte crescita del traffico nella rete fissa (aumentato giornalmente del 44,4%) e in quella mobile (56,4%). Relativamente ai consumi unitari, si stima che nei primi nove mesi il traffico per linea broadband nella rete fissa abbia raggiunto i 5,77 Gb giornalieri, con una crescita del 40,2% rispetto al corrispondente valore del 2019. Nella rete mobile il traffico dati giornaliero per sim human (ovvero escludendo le M2M) è valutabile in circa 0,27 Gb giornalieri.

Comparto dei media, -10,1% nel secondo trimestre

A seguito della forte flessione delle risorse pubblicitarie, il secondo trimestre dell’anno nel comparto dei media registra risultati considerevolmente peggiori rispetto ai dati dei tre mesi precedenti (-16,8 vs -3%), ed evidenzia nel complesso una flessione del 10,1% rispetto al primo semestre del 2019.

Il settore che maggiormente soffre è quello dell’editoria quotidiana e periodica, in cui si osserva una flessione degli introiti del 19%, mentre quello radiotelevisivo scende del 10,7%, un dato assai peggiore senza l’aumento degli introiti dei contenuti in streaming. L’unico segmento a crescere è quello della pubblicità online (+1,9%), grazie principalmente ai risultati derivati dalle piattaforme (+6,7%).

Settore postale, -5,8%

Le risorse del settore postale nella prima metà dell’anno hanno subito una riduzione del 5,8%, con dati sostanzialmente equivalenti nei singoli trimestri gennaio-marzo e aprile-giugno.La ripresa registrata nel bimestre luglio-agosto, pari a +3,9% su base annua, ha consentito al settore di contenere le perdite da inizio anno al 3,6% rispetto ai primi otto mesi del 2019. Allo stesso tempo, nel periodo gennaio-agosto 2020 i volumi dei servizi di corrispondenza si sono ridotti del 22,7%, mentre il numero di pacchi consegnati è cresciuto del 27%.

Il Covid cambia il mercato beauty, meglio prodotti più sicuri che naturali

Cosa vogliono le donne da cosmetici e trattamenti di bellezza dopo la pandemia? Soprattutto sicurezza ed efficacia. Se prima dell’emergenza Covid-19 i consumatori chiedevano prodotti naturali, bio e privi di conservanti ora la scelta si orienta verso prodotti garantiti, a prova di batteri e virus, e con una scadenza certa.  Si torna quindi sui propri passi, anche a costo di utilizzare prodotti che contengono sostanze chimiche, se assicurano totale stabilità e assenza di contaminazione. I nuovi bisogni riflettono quindi l’angoscia da coronavirus, e sono stati analizzati in un focus di Mintel, l’agenzia di marketing intelligence mondiale.

Il 50% delle donne scelgie la sicurezza

“Il Covid-19 sta impattando con le scelte dei consumatori – spiega Clare Hennigan, senior beauty analist Mintel -. Sin dall’inizio dell’emergenza, alla richiesta di prodotti clean, cioè privi di ingredienti ritenuti tossici per la salute si è affiancato il bisogno di scegliere prodotti sicuri, trasparenti, anche nelle pratiche di approvvigionamento e di fabbricazione. Adesso – continua Hennigan – circa il 50% delle donne concordano sul fatto che sia divenuto importante l’aspetto della sicurezza. Prima di Covid-19, i consumatori ‘clean’ evitavano ingredienti come conservanti e ingredienti artificiali nei loro prodotti di bellezza, a causa dei rischi per la salute percepiti. Ora sono disposti ad accettarli, purché i marchi forniscano prove di efficacia e sicurezza, sia dal punto di vista della salute sia dell’ambiente”.

Allarme contaminazione: il “naturale” non è sempre migliore

D’altronde, i continui allarmi sulla contaminazione dei prodotti di bellezza sono precedenti al coronarvirus. Come quello lanciato da Forbes nel dicembre scorso, e riferito a un’indagine eseguita dall’Università di Aston. In pratica, su 500 prodotti analizzati fra rossetti, eyeliner, mascara, gloss per labbra e applicatori da trucco, dal 79% al 90% risultavano contaminati da batteri e funghi. E nonostante le contaminazioni dipendessero soprattutto dalla scarsa igiene nell’applicarli l’allarme ha fatto salire il livello di attenzione. L’arrivo del nuovo coronavirus ha rinforzato tali paure, e secondo il focus di Mintel convincerà definitivamente le donne che il “naturale” non è sempre migliore.

Più ingredienti sintetici e niente acqua nelle formule

Più di un adulto su 10, inoltre, concorda sul fatto che i cosmetici scadano troppo rapidamente. Il futuro delle formulazioni di ingredienti puliti si baserà perciò su ingredienti sintetici sicuri, che possano migliorare la durata di conservazione, riporta Ansa. Aumentano anche i prodotti beauty senza acqua nelle formule, per ridurre a zero la contaminazione dovuta anche a errori di utilizzo, e a sprechi ambientali.

Nascono così nuovi prodotti in polvere, da miscelare con acqua al momento dell’utilizzo.

“Avremo creme in spray o in stick anche per lo skincare del viso – continua Hennigan -. E vedremo più prodotti ‘touchless’ sugli scaffali dei supermercati e in vendita sulle piattaforme online”.

I social come strumento di business? O no?

Inauguriamo il nostro nuovo blog parlando di un argomento sicuramente stra-inflazionato, ma probabilmente non ancora chiaro a molte aziende e professionisti che, puntando sulla popolarità di piattaforma quali Instagram (che ha ormai superato tutti), Facebook o Twitter, pensano di poter acquisire centinaia di nuovi clienti semplicemente postando i propri prodotti.

Cominciamo con il dire che la gente sui social “cazzeggia”: eufemismo particolarmente azzeccato per rappresentare ciò che realmente le persone fanno sui social network: perdono tempo, o meglio passano il tempo, in modo spensierato, cercando spunti e argomenti ironici, curiosità o notizie di loro interesse. Ma sicuramente sono poco propensi a spendere dei soldi, o a essere tartassati da annunci pubblicitari. Una bella immagine su Instagram, o una breve citazione d’impatto su Facebook, possono servire a far ricordare che li ha postate, non certo a far acquistare un prodotto…

Ok quindi ai post di coinvolgimento, che provochino condivisioni, like e commenti, che in qualche modo facciano parlare del post stesso e, a lungo andare, di chi lo ha pubblicato: no invece a messaggi marchettari che chiedono subito all’utente un’azione specifica. Non chiediamo niente a chi ci legge, lasciamo che siano loro a decidere spontaneamente. Quello che in molti chiamano “inbound marketing” è proprio questo: forse serviranno mesi di post ben scritti, ideati e creativi, ma ad un certo punto è possibile che il nostro nome suoni più “familiare” nel momento in cui l’utente dovrà, per necessità, effettuare l’acquisto di uno dei nostri prodotti.

In altre parole, social media marketing = brand awareness… In termini tecnici, nel web marketing la brand awareness è la reputazione del nostro marchio, l’autorità, la riconoscibilità e, quindi, la popolarità. Incrementare tale consapevolezza è indispensabile nel lungo termine, ed è un’attività ben diversa dalla ricerca della conversione, che rappresenta invece il contatto o l’acquisto nel caso di un e-commerce.

Dimenticate Facebook o Instagram come canale di vendita, vivetelo e sfruttatelo invece per far conoscere il vostro nome senza chiedere nulla in cambio, stimolando invece l’utente ad informarvi su di voi e a diffondere il vostro marchio: ecco il modo di utilizzare con successo i social network, lasciando a Google o ad altri canali di marketing il compito di intercettare i potenziali clienti e convincerli ad acquistare da voi.