Categoria: Marketing

Il Covid cambia il mercato beauty, meglio prodotti più sicuri che naturali

Cosa vogliono le donne da cosmetici e trattamenti di bellezza dopo la pandemia? Soprattutto sicurezza ed efficacia. Se prima dell’emergenza Covid-19 i consumatori chiedevano prodotti naturali, bio e privi di conservanti ora la scelta si orienta verso prodotti garantiti, a prova di batteri e virus, e con una scadenza certa.  Si torna quindi sui propri passi, anche a costo di utilizzare prodotti che contengono sostanze chimiche, se assicurano totale stabilità e assenza di contaminazione. I nuovi bisogni riflettono quindi l’angoscia da coronavirus, e sono stati analizzati in un focus di Mintel, l’agenzia di marketing intelligence mondiale.

Il 50% delle donne scelgie la sicurezza

“Il Covid-19 sta impattando con le scelte dei consumatori – spiega Clare Hennigan, senior beauty analist Mintel -. Sin dall’inizio dell’emergenza, alla richiesta di prodotti clean, cioè privi di ingredienti ritenuti tossici per la salute si è affiancato il bisogno di scegliere prodotti sicuri, trasparenti, anche nelle pratiche di approvvigionamento e di fabbricazione. Adesso – continua Hennigan – circa il 50% delle donne concordano sul fatto che sia divenuto importante l’aspetto della sicurezza. Prima di Covid-19, i consumatori ‘clean’ evitavano ingredienti come conservanti e ingredienti artificiali nei loro prodotti di bellezza, a causa dei rischi per la salute percepiti. Ora sono disposti ad accettarli, purché i marchi forniscano prove di efficacia e sicurezza, sia dal punto di vista della salute sia dell’ambiente”.

Allarme contaminazione: il “naturale” non è sempre migliore

D’altronde, i continui allarmi sulla contaminazione dei prodotti di bellezza sono precedenti al coronarvirus. Come quello lanciato da Forbes nel dicembre scorso, e riferito a un’indagine eseguita dall’Università di Aston. In pratica, su 500 prodotti analizzati fra rossetti, eyeliner, mascara, gloss per labbra e applicatori da trucco, dal 79% al 90% risultavano contaminati da batteri e funghi. E nonostante le contaminazioni dipendessero soprattutto dalla scarsa igiene nell’applicarli l’allarme ha fatto salire il livello di attenzione. L’arrivo del nuovo coronavirus ha rinforzato tali paure, e secondo il focus di Mintel convincerà definitivamente le donne che il “naturale” non è sempre migliore.

Più ingredienti sintetici e niente acqua nelle formule

Più di un adulto su 10, inoltre, concorda sul fatto che i cosmetici scadano troppo rapidamente. Il futuro delle formulazioni di ingredienti puliti si baserà perciò su ingredienti sintetici sicuri, che possano migliorare la durata di conservazione, riporta Ansa. Aumentano anche i prodotti beauty senza acqua nelle formule, per ridurre a zero la contaminazione dovuta anche a errori di utilizzo, e a sprechi ambientali.

Nascono così nuovi prodotti in polvere, da miscelare con acqua al momento dell’utilizzo.

“Avremo creme in spray o in stick anche per lo skincare del viso – continua Hennigan -. E vedremo più prodotti ‘touchless’ sugli scaffali dei supermercati e in vendita sulle piattaforme online”.

I social come strumento di business? O no?

Inauguriamo il nostro nuovo blog parlando di un argomento sicuramente stra-inflazionato, ma probabilmente non ancora chiaro a molte aziende e professionisti che, puntando sulla popolarità di piattaforma quali Instagram (che ha ormai superato tutti), Facebook o Twitter, pensano di poter acquisire centinaia di nuovi clienti semplicemente postando i propri prodotti.

Cominciamo con il dire che la gente sui social “cazzeggia”: eufemismo particolarmente azzeccato per rappresentare ciò che realmente le persone fanno sui social network: perdono tempo, o meglio passano il tempo, in modo spensierato, cercando spunti e argomenti ironici, curiosità o notizie di loro interesse. Ma sicuramente sono poco propensi a spendere dei soldi, o a essere tartassati da annunci pubblicitari. Una bella immagine su Instagram, o una breve citazione d’impatto su Facebook, possono servire a far ricordare che li ha postate, non certo a far acquistare un prodotto…

Ok quindi ai post di coinvolgimento, che provochino condivisioni, like e commenti, che in qualche modo facciano parlare del post stesso e, a lungo andare, di chi lo ha pubblicato: no invece a messaggi marchettari che chiedono subito all’utente un’azione specifica. Non chiediamo niente a chi ci legge, lasciamo che siano loro a decidere spontaneamente. Quello che in molti chiamano “inbound marketing” è proprio questo: forse serviranno mesi di post ben scritti, ideati e creativi, ma ad un certo punto è possibile che il nostro nome suoni più “familiare” nel momento in cui l’utente dovrà, per necessità, effettuare l’acquisto di uno dei nostri prodotti.

In altre parole, social media marketing = brand awareness… In termini tecnici, nel web marketing la brand awareness è la reputazione del nostro marchio, l’autorità, la riconoscibilità e, quindi, la popolarità. Incrementare tale consapevolezza è indispensabile nel lungo termine, ed è un’attività ben diversa dalla ricerca della conversione, che rappresenta invece il contatto o l’acquisto nel caso di un e-commerce.

Dimenticate Facebook o Instagram come canale di vendita, vivetelo e sfruttatelo invece per far conoscere il vostro nome senza chiedere nulla in cambio, stimolando invece l’utente ad informarvi su di voi e a diffondere il vostro marchio: ecco il modo di utilizzare con successo i social network, lasciando a Google o ad altri canali di marketing il compito di intercettare i potenziali clienti e convincerli ad acquistare da voi.