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Estate 2021, i turisti stranieri tornano in Italia

Fra giugno e settembre 2021 sono oltre 25 milioni i pernottamenti stimati dei turisti provenienti da Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti in Italia. Oltre la metà di loro (55,4%) ha infatti deciso di andare in vacanza nei prossimi mesi, e il 5% ha scelto l’Italia. Per il nostro sistema ricettivo alberghiero ed extra-alberghiero questo si tradurrebbe in 7,2 milioni di arrivi e 25,1 milioni di presenze, con un incremento rispettivamente pari al 29,2% e al 15,3% rispetto all’estate del 2020. È quanto emerge da un’anticipazione dell’indagine realizzata da Demoskopika per conto del Comune di Siena sui consumi turistici degli stranieri. Che quest’estate sceglieranno di soggiornare soprattutto in cinque regioni: Trentino-Alto Adige, Toscana, Sicilia, Puglia e Lombardia.

Oltre 12 milioni scelgono l’Italia per le vacanze estive

Sono 12,3 milioni gli arrivi stimati nelle strutture ricettive italiane per i mesi estivi dell’anno in corso. In particolare, a optare per l’offerta ricettiva “tradizionale”, legata al comparto alberghiero ed extra-alberghiero, poco più di 7,2 milioni di turisti, con un incremento stimato del 29,2% rispetto allo stesso arco temporale dello scorso anno. Andamento in crescita anche per le presenze generate: 25,1 milioni di pernottamenti rispetto alle 21,8 milioni notti dell’estate dello scorso anno, con un incremento pari al 15,3%. Sul versante opposto, un più che significativo 44,6% però ha già rinunciato alle vacanze.
I motivi? Il timore di viaggiare (17,7%), l’impossibilità economica (14,6%) o l’aver già rinunciato, al di là dell’emergenza sanitaria (12,2%).

Mare, montagna e città d’arte in cima al diario di viaggio

Se circa la metà del campione opta per il mare (48,4%) o per mete esotiche (3,9%), il 15,1% sceglie la montagna, il 12,3% le città d’arte, cultura e borghi, e l’8% la “campagna, agriturismo”. 
Grandi città o vacanza al lago sono stati indicati rispettivamente dal 5,4% e dal 4,9% del campione, e chiude il diario di viaggio, la quota dei turisti che ha individuato il prodotto “terme e benessere” (1,8%). Quasi 6 turisti stranieri su 10, inoltre, concentreranno la loro villeggiatura nel mese di luglio (25,7%), e agosto (32,7%). Significativo però anche il dato di chi ha indicato i giorni di settembre (19,9%) e di giugno (12,3%).

In vacanza con i tuoi, ma 1 su 10 sarà “solitario”. 

Il 77,3% del campione fa prevalere la tradizione, e andrà in vacanza con il partner (43,8%) o con altri componenti della famiglia (33,5%), ma a villeggiare da solo sarà un 9,8%, e a partire con un gruppo di amici l’8,3%. La vacanza durerà circa 7 o 8 giorni (36,4%) o un periodo di due settimane (31,1%).
Turisti quasi divisi a metà poi sulle modalità di pernottamento durante le vacanze nel Belpaese. Se da un lato il 58% è orientato sull’offerta ricettiva alberghiera (44%) o extra-alberghiera (14%), dall’altro il 42% ha indicato soluzioni “fai da te”, o meno tradizionali, quali la “casa presa in affitto” (19,3%), o una “casa di proprietà della famiglia” (9,2%), o ancora, “ospite da parenti e amici” (7,3%).

Casa più multitasking, italiani condividono smart working con familiari

Con la pandemia, da spazio adibito al relax la casa è diventata anche un ufficio, talvolta anche con postazioni improvvisate in angoli del salotto o in cucina. Ma è diventata anche sempre più multitasking, tanto che nell’ultimo anno il 63,6% degli italiani ha condiviso con familiari o conviventi momenti di smart working. Ma com’è vivere da smart worker, oppure con chi lo fa, anche saltuariamente?
Alla domanda risponde la nuova indagine InfoJobs, che attraverso le risposte di 5.000 utenti ha svelato come l’aver affiancato involontariamente familiari o coinquilini anche nella loro sfera professionale ha contribuito a far comprendere maggiormente il loro lavoro.

Condividere lo stress da lavoro

Di fatto, dalle risposte emerge che si sono capite cose che prima proprio non si sapevano del lavoro altrui (30%) o perché prima di questa “prova” ci si immaginava una realtà professionale molto diversa da quella reale (15,4%). Di contro, per il 28,8%, la vita lavorativa è stata invece confinata senza osmosi con quella privata, complici gli spazi molto ben separati. Ma se il connubio casa-lavoro altrui c’è stato, si è rivelato molto utile soprattutto per far comprendere diversi aspetti, come le capacità professionali e il valore delle persone care nel luogo di lavoro (36%), poter rispondere finalmente alla domanda: “ma tu… alla fine, che lavoro fai?” (26,7%), o semplicemente comprendere motivi di stress da lavoro e preoccupazioni che manifesta chi vive insieme (20,5%), così come le dinamiche interne e le relazioni con i colleghi (16,8%).

La nuova normalità ha creato un terreno fertile per nuovi argomenti di confronto

Sia che si tratti di una relazione affettiva o di semplici coinquilini, aver provato la vita “smart”, ha certamente avuto un impatto sui rapporti interpersonali. Per il 31,5% ha permesso di avere più tempo da trascorrere insieme, riuscendo a conciliare le esigenze e facendo cose prima irrealizzabili, come pranzi o colazioni a prova di spot tv. La nuova normalità ha creato un terreno fertile per nuovi argomenti di confronto e scambio (21,7%), ma ha anche rafforzato la complicità (21,3%). Ovviamente in tutto questo c’è anche un lato oscuro: per il 19% la gestione degli spazi è stata resa decisamente complessa.

La difficoltà di organizzare tempi e spazi per non intralciare o intralciarsi

Complessità che si manifestano in particolare (44,4%) nella difficoltà di godere in libertà dello spazio domestico senza timore di presenziare inconsapevoli nelle videocall altrui o di disturbarle con i “rumori della vita” in sottofondo. Per il 28,9%, riporta Adnkronos, il problema maggiore è stata la necessità di organizzare tempi e spazi per non intralciare o intralciarsi. Potrebbe poi sembrare che i litigi e le discussioni lavorative impattino con più facilità la vita privata quando entrambe sono sotto lo stesso tetto, ma è di questa opinione solo il 9,6%.

Un italiano su dieci non si vaccinerà contro il Covid

Oltre un italiano su 10, l’11%, si dichiara assolutamente contrario alla vaccinazione contro il Covid-19, il 9% ritiene poco probabile che si vaccinerà, e il 28% è ancora in dubbio. In pratica, quasi metà della popolazione mostra diffidenza rispetto a un futuro scudo contro il coronavirus. Il dato del 48% di italiani “esitanti”, oltre a essere molto elevato, risulta in aumento rispetto a maggio. Infatti, nei primi giorni della fase 2 era circa il 40,5% a essere contrario o indeciso a farsi vaccinare. È quanto emerge dai risultati di una ricerca condotta dall’EngageMinds Hub dell’Università Cattolica, il centro di ricerca che si occupa di psicologia dei consumi nella salute e nell’alimentazione, su un campione di 1.000 italiani.

Tra maggio e settembre +7,5% di scettici

“È molto preoccupante che il numero di coloro che non intendono vaccinarsi contro Covid-19 sia elevato e in aumento – commenta Guendalina Graffigna, ordinario di Psicologia dei consumi e della salute all’Università Cattolica e direttore dell’EngageMinds Hub -. Tra maggio e settembre un ulteriore 7,5% della popolazione italiana è diventato scettico o contrario alla vaccinazione, quando sappiamo che la percentuale di immunizzazione necessaria a rallentare l’epidemia è stimata attorno al 70%”. L’efficacia del vaccino, infatti, dipenderà non solo dalla capacità degli scienziati che lo stanno mettendo a punto, ma anche dalla percentuale di persone che si sottoporrà alla vaccinazione riporta Adnkronos.

Aumenta la percentuale di esitanti fra i giovani

Nella ricerca non emergono differenze significative per macro-aree geografiche, anche se nel Centro-Sud si registra una tendenza leggermente più accentuata verso l’esitanza. Il 48% è infatti al Nord Ovest, il 45% al Nord Est, e il 50% al Centro, al Sud e Isole. Ciò che è cambiato in questi mesi, nei quali peraltro molto si è parlato di vaccinazione, è l’atteggiamento dei giovani. Tanto che fra gli under 35 la percentuale di esitanti è passata dal 34% di maggio al 49% di fine settembre, un aumento del 15%. Le altre due fasce sono rimaste più stabili, anche se si è rilevato un aumento nel numero degli esitanti over 55 (+9%, da 35 a 44%).

La scarsa fiducia riguarda anche vaccini tradizionali

“La crescente esitanza nei confronti del futuro vaccino può avere diverse cause – spiega Graffigna – ma probabilmente è legata a timori sulla sua sicurezza, anche per le modalità rapide del suo sviluppo e test. Circa un italiano su due, infatti, teme che il vaccino contro il Covid-19 potrebbe non essere testato in maniera adeguata, e solo il 22% parteciperebbe come volontario alla sperimentazione”.
D’altronde, la scarsa fiducia degli italiani riguarda anche vaccini ormai tradizionali, come quelli contro il morbillo o l’influenza.

“Ciò probabilmente è legato anche alle teorie ‘complottiste’ che vanno a minare la fiducia”, aggiunge Graffigna.

Italiani più cauti nella pianificazione finanziaria

Con la Fase 2 dell’emergenza sanitaria è arrivato il momento di fare progetti e di pianificare le spese future. Ma poco più di un terzo degli italiani, pensando alla situazione finanziaria della propria famiglia tra 6 mesi, si sente in ansia. Per più del 60% è importante monitorare le proprie entrate e uscite, e capire quanto si sta risparmiando e spendendo. L’Osservatorio The World After Lpckdown di Nomisma e CRIF analizza l’impatto del lockdown sulle vite dei cittadini, e restituisce i dati sulla pianificazione finanziaria delle famiglie italiane. E secondo i risultati della ricerca gli italiani mostrano grande attenzione alla gestione del budget familiare e sono pronti a ridurre o addirittura a rinunciare alle spese destinate al tempo libero e allo svago.

Definire gli obiettivi di risparmio

Per più del 50% degli italiani è importante la pianificazione delle spese e la definizione di obiettivi di risparmio. Molti hanno richiesto di poter sospendere i pagamenti dei prestiti. E se il 6% delle famiglie con un mutuo prima casa in corso ha richiesto la sospensione del pagamento delle rate dei finanziamenti un altro 15% pensa che lo farà nei prossimi mesi. Relativamente a coloro che hanno invece prestiti in corso, a cui tipicamente sono collegati importi delle rate più contenuti, il 4% dichiara di aver già richiesto la sospensione delle rate, mentre il 21% non esclude di richiederla nei prossimi mesi.

Valutare bene se chiedere finanziamenti futuri

Con il lockdown il 6% degli italiani ha deciso di rinunciare alla richiesta di un finanziamento, mentre il 9% dichiara di rimandare di qualche mese. Il 3%, invece, procederà con la stipula di un prestito come programmato. Emerge, poi, un 10% di italiani che post lockdown ha valutato di chiedere un nuovo finanziamento non pianificato in precedenza. Tra questi, il 24% pensa di richiedere l’accesso ai vantaggi legati all’Ecobonus 2020, mentre il 12% è orientato verso il Sismabonus 2020 per la messa in sicurezza antisismica.

Chi deciderà di ricorrere a un finanziamento per sostenere l’acquisto di beni e servizi lo farà principalmente per spese impreviste causate dell’emergenza sanitaria (30%), spese mediche o dentistiche (29%), manutenzione-ristrutturazione casa (26%), esigenze di maggiore liquidità (26%), l’acquisto di un’auto (17%).

Pronti a ridurre le spese

Per salvaguardare i risparmi della propria famiglia il 21% degli italiani ridimensionerebbe il budget destinato a viaggi e vacanze, mentre il 20% quello relativo a ristoranti e consumi fuori casa. I cittadini sono orientati a stringere la cinghia anche sull’acquisto di abbigliamento e scarpe (14%) e, dove possibile, di cibo e spesa alimentare (6%). Rispetto agli acquisti programmati da tempo è il settore tech a risentirne particolarmente, con 1 italiano su 4 che rimanderà l’acquisto di pc, smartphone e tablet, seguito dal 21% che sposterà l’acquisto di grandi elettrodomestici (frigorifero, lavatrice, forno ecc.). Anche arredamento e mobili, seguiti dalle auto, rientrano tra le categorie di beni il cui l’acquisto può essere rinviato (20%).

Bollette elettricità, per le Pmi riduzione di 600 milioni di euro

Le Piccole e medie imprese possono beneficiare di una riduzione sui costi dell’elettricità. Finalmente una buona notizia per le tasche degli imprenditori, la gran parte dei quali messi in difficoltà dai due mesi di lockdown. Almeno, anche se è una piccola consolazione, le bollette dell’energia elettrica saranno più leggere e terranno conto anche di chiusure o meno delle attività ed esercizi commerciali. Complessivamente, quella appena varata è un’opportunità che consente una riduzione totale di 600 milioni di euro per le bollette dell’elettricità delle utenze non domestiche connesse in bassa tensione. L’abbassamento della tariffa avviene attraverso la diminuzione delle componenti fisse delle tariffe di trasporto, distribuzione e misura e degli oneri generali.

La misura contenuta nel Decreto Rilancio

Arera – Autorità di regolazione per Energia Reti e Ambienti – rende così operativa la misura prevista dall’art. 30 del Dl Rilancio, che era stata oggetto della propria segnalazione al Governo e al Parlamento, come una delle proposte a contrasto dell’emergenza Covid-19. La misura è operativa a pochi giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Ai piccoli esercizi commerciali, artigiani, bar, ristoranti, laboratori, professionisti e servizi (i clienti in bassa tensione non domestici) con potenza superiore a 3 kW, per il trimestre maggio – giugno – luglio, viene azzerata la quota relativa alla potenza e applicata solo una quota fissa di importo ridotto (fissata convenzionalmente a quella corrispondente alla potenza impegnata di 3 kW), senza ridurre in alcun modo il servizio effettivo in termini di potenza disponibile.

Spesa totale abbattuta fino al 70%

Questa opportunità a sostegno della piccola imprenditoria si traduce in un risparmio per 3,7 milioni di clienti non domestici interessati: una riduzione che arriva a valere circa 70 euro al mese per un cliente con contratto con potenza pari a 15 kW. In particolare, la misura sarà particolarmente vantaggiosa per gli esercizi commerciali ancora costretti alla chiusura, e potrà ridurre la spesa totale fino al 70%. Per gli esercizi e le Pmi che hanno riaperto, il risparmio può collocarsi in ogni caso tra il 20% e il 30% della spesa totale della bolletta. Se alla data di entrata in vigore del provvedimento dell’Autorità, fossero già state emesse fatture relative al corrente mese di maggio, i conguagli spettanti dovranno essere effettuati entro la seconda fatturazione successiva. “Come prevede il Decreto Rilancio, l’ammontare economico necessario alla compensazione della riduzione tariffaria è a carico del Bilancio dello Stato, stanti le previsioni dello stesso art. 30 relative al trasferimento delle risorse necessarie al Conto emergenza Covid-19 costituito dall’Autorità presso la CSEA, la Cassa per i servizi energetici e ambientali” specifica una nota dell’Arera.

Dopo il coronavirus ci saluteremo “alla thailandese”

L’emergenza Covid-19 non è certo terminata, ma già si inizia a pensare a un nuovo inizio, che probabilmente, e molto gradualmente, avverrà nel corso del mese di maggio. In Italia si passerà alla cosiddetta fase 2, in cui però il distanziamento sociale rimarrà una delle regole del nostro quotidiano, e chissà per quanto tempo. Fra le tante abitudini che dovremmo “resettare” ci sarà anche quella del saluto, dato che la stretta di mano, e tantomeno baci e abbracci, per un po’ saranno “vietati”. Dovremo quindi imparare a salutarci in modo diverso, pur mantenendo le regole di buona educazione e di cordialità. Un suggerimento arriva dalla Thailandia, dove non ci si dà la mano in segno di saluto, e gli abbracci non rientrano nella tradizione.

Il wài potrebbe diventare un nuovo codice di relazione in tutto il mondo

In Thailandia ogni volta che ci si incontra, si entra in un negozio o in qualsiasi altro locale, oppure si partecipa a un incontro sociale, si fa il segno del wài. Il wài consiste nel tenere le mani giunte in segno di preghiera (wài appunto) davanti al viso, facendo un leggero inchino e un sorriso. Questo modo di salutare sintetizza la gioia per l’incontro, e potrebbe diventare un nuovo codice di relazione in tutto il mondo. Il wài è osservato quando si entra in una casa e dopo che la visita è finita, ed è anche un modo comune per esprimere gratitudine, o per scusarsi. Dagli anni ’30, epoca in cui fu coniato, rimane a tutt’oggi una parte estremamente importante del comportamento sociale tra i thailandesi, riporta Askanews, ed è un gesto utilizzato per onorare noi e gli altri.

Un gesto simbolico tipico dell’induismo e del buddhismo

Il wài, come il namaste indiano, appartiene alla famiglia dei saluti pranamasana o dei mudra anjali. Un mudra è un gesto simbolico o rituale tipico dell’induismo e del buddhismo. Alcuni mudra coinvolgono l’intero corpo, ma la maggior parte vengono eseguiti solo con le mani e le dita. Un mudra è un gesto spirituale, un sigillo di energia impiegato nell’iconografia e nella pratica spirituale delle religioni lontane. Mudra significa infatti “sigillo” o “segno”, mentre anjali è il sanscrito traducibile con “offerta divina”, “gesto di rispetto”, ma anche “benedizione”, e “saluto”.

L’unione delle palme connette gli emisferi ed è un gesto di unificazione spirituale

Il gesto del wài viene utilizzato sia per i saluti sia per gli addii, ma porta un significato più profondo di un semplice ciao o di un arrivederci. Secondo la tradizione l’unione delle palme connette gli emisferi sinistro e destro del cervello, è un gesto di unificazione, poiché collega il praticante con il divino presente in tutte le cose. Quindi, eseguire il wài vuol dire onorare sia il sé sia l’altro, e il gesto riconosce la divinità sia di chi lo pratica sia di chi lo riceve.

Donne al vertice, numeri positivi ma in rallentamento

In seguito all’attuazione della legge 120/2011 sulle quote di genere nel 2017 il numero delle donne nei board delle società quotate ha visto un forte aumento, tanto che per la prima volta è risultato maggiore di un terzo rispetto al totale dei membri. Nel 2019 però la crescita ha subito un rallentamento, con solo due unità in più rispetto al 2018. Un bilancio comunque più che positivo, con un incremento delle donne nei Cda delle società quotate alla Borsa di Milano da 170 nel 2008, il 5,9%, alle 811, il 36,3%, di oggi. Nei collegi sindacali si è passati invece dal 13,4% del 2012 al 41,6% del 2019, con 475 sindaci donne.

Le donne che occupano le posizioni più alte sono ancora “mosche bianche”

A evidenziare i dati è il primo Rapporto Cerved-Fondazione Marisa Bellisario 2020 sulle donne ai vertici delle imprese, realizzato in collaborazione con l’Inps.

“I dati dimostrano che l’applicazione delle norme ha permesso un salto in avanti nella presenza di donne nei board delle quotate e delle controllate – commenta Andrea Mignanelli, AD di Cerved – ma purtroppo non ha ancora promosso cambiamenti profondi nel nostro sistema economico”.

Sono poche, infatti, le società quotate andate oltre il minimo imposto dagli obblighi di legge, e le donne che occupano le posizioni più alte sono ancora “mosche bianche”, 14 tra gli AD (6,3%) e 24 tra i presidenti (10,7%). Nei collegi sindacali, riporta Adnkronos, 49 solo le presidente, il 22% di tutte le società quotate.

“Le quote sono solo uno strumento per raggiungere una parità reale e sostanziale”

L’analisi indica però che le quote “non sono state sufficienti a riequilibrare la presenza di donne nelle posizioni di vertice e a più alto reddito, né a ridurre i divari salariali”. prosegue Mignanelli.

Secondo la presidente della Fondazione Marisa Bellisario, Lella Golfo la legge portata all’approvazione nel 2012 “ha prodotto risultati straordinari, tanto che il Parlamento ha deciso di reiterarla alzando l’asticella al 40%. Detto questo, è certamente il momento di andare oltre e avanti – sottolinea Lella Golfo – perché le quote sono solo uno strumento, utile certamente e necessario sicuramente, per raggiungere l’obiettivo di una parità reale e sostanziale a tutti i livelli”.

Un primato europeo da estendere anche su fronti su cui l’Italia mostra ritardi consistenti

Il Rapporto promosso con Cerved, in collaborazione con l’Inps, ha quindi il merito di indicare quali sono gli ambiti di intervento per fare in modo che il primato europeo sul fronte delle donne ai vertici, raggiunto grazie alla legge, “possa estendersi anche a fronti su cui l’Italia continua a mostrare ritardi consistenti, come l’occupazione femminile e le politiche di welfare – aggiunge Lella Golfo -. E una delle prime e più importanti evidenze è che servono più donne nei ruoli esecutivi, in grado di incidere realmente sulle politiche e sulle strategie aziendali, ma anche di creare role model e di dirigere il cambiamento verso condizioni di parità e quindi sostenibilità del sistema Italia”.

Rapporto Ocse: gli alunni italiani peggiorano in lettura

Le competenze degli studenti italiani nella lettura stanno peggiorando. Dal Rapporto nazionale Ocse Pisa 2018, risulta infatti che gli alunni italiani ottengono un punteggio pari a 476, inferiore quindi al punteggio medio di 487, collocandosi tra il 23° e il 29° posto della classifica. Alla prova PISA, acronimo di Programme for International Student Assessment, hanno partecipato 11.785 studenti quindicenni italiani, divisi in 550 scuole totali. Alla rilevazione PISA, l’indagine internazionale promossa dall’Ocse dal 2000 con cadenza triennale, hanno partecipato 79 Paesi, di cui 37 Paesi Ocse.

Diminuisce il livello delle competenze in tutte le tipologie di istruzione

Stando al Rapporto, in tutte le tipologie di istruzione, a eccezione della Formazione professionale, si osserva un decremento delle competenze degli studenti italiani in lettura rispetto al ciclo del 2000 (in media -26 punti) e rispetto al 2009 (in media -20). Il nostro punteggio medio è risultato simile a quello di Portogallo, Australia, Federazione Russa, Repubblica Slovacca, Lussemburgo, Spagna, Georgia, Ungheria e Stati Uniti, mentre le province cinesi di Beijing, Shanghai, Jiangsu, Zhejiang e Singapore ottengono un punteggio medio superiore a quello di tutti i Paesi che hanno partecipato all’indagine.

Uno su 4 è low performer nelle materie scientifiche

Dal Rapporto emerge inoltre che uno studente su 4 non raggiunge il livello base di competenza in matematica sia in Italia sia nei Paesi Ocse. Sono low performer in matematica il 15% degli studenti del Nord Italia e oltre il 30% al Sud. Gli studenti liceali (522 punti) ottengono risultati superiori a quelli degli studenti degli Istituti tecnici (482), degli Istituti professionali (405) e della Formazione professionale (423). Ma anche in Scienze 1 su 4 non è sufficiente. Uno studente su 4 in Italia non raggiunge il livello base di competenze scientifiche, nei Paesi Ocse è di 1 su 5. Sono low performer in scienze il 15-20% di studenti del Nord Italia e oltre il 35% di quelli del Sud.

L’andamento dei risultati in scienze per l’Italia però è in linea con il dato internazionale: la media dei risultati in scienze nel 2018 è significativamente inferiore a quella osservata nel periodo 2009-15.

Le ragazze superano i ragazzi in lettura, ma i maschi sono più bravi in matematica

Nei Paesi Ocse, riporta Ansa, le ragazze hanno ottenuto risultati leggermente superiori a quelli dei ragazzi (2 punti in più). In Italia invece non ci sono differenze di genere rispetto al punteggio medio, anche se tra gli studenti più bravi i maschi superano le femmine di 11 punti. In ogni caso, in Italia, in lettura le ragazze superano i ragazzi di 25 punti, mentre in matematica i ragazzi ottengono un punteggio superiore alle ragazze di 16 punti. Una differenza più che doppia rispetto quella rilevata in media nei Paesi Ocse.

Fmi, nel 2019 crescita zero per l’Italia

Nuovo taglio al ribasso per le previsioni sulla crescita dell’economia italiana. E questa volta a fare la “sforbiciata” alle stime è il Fondo Monetario Internazionale, che nel World Economic Outlook fissa a +0,0% l’andamento del Pil italiano nel 2019. Un taglio, quindi, di 0,1 punti rispetto alla già bassa previsione formulata a fine luglio. Ma ancora più forte, ovvero di 0,3 punti, è il ribasso sulla stima per il 2020, per un Pil che non dovrebbe crescere più dello 0,5%. Alla base delle revisioni, spiega il Fondo, sono l’andamento dei consumi privati, uno stimolo fiscale ridotto, e uno scenario internazionale più debole.

Traiettoria preoccupante per i conti pubblici italiani

Per i conti pubblici italiani la traiettoria risulta preoccupante, con un deficit che secondo la stima del Fmi quest’anno dovrebbe essere pari al 2,0% del Pil, per poi risalire il prossimo anno al 2,5%, e al 2,6% nel 2021. Dal World Economic Outlook emerge poi una corrispondente crescita del rapporto debito/Pil, che quest’anno dovrebbe confermarsi al valore del 2018, ovvero pari al 132,2%, per poi salire al 133,7% nel 2020, e toccare il massimo del 134% nel 2021.

Ricostruire gradualmente buffer fiscali e tutelare gli investimenti

Secondo il Fmi i Paesi con un debito pubblico elevato, come Francia, Italia e Spagna, dovrebbero ricostruire gradualmente buffer fiscali, tutelando al tempo stesso gli investimenti. “Un impegno credibile in un percorso di riduzione del debito nel medio termine è particolarmente cruciale per l’Italia, con un debito e un fabbisogno di finanziamento elevato”, scrive il fondo Monetario Internazionale, segnalando che se la crescita dovesse indebolirsi in modo significativo, i Paesi con spazio fiscale dovrebbero usarlo più attivamente.

“Parallelamente – aggiunge il Fmi – il risanamento di bilancio potrebbe essere temporaneamente modificato nei Paesi in cui lo spazio fiscale è minore, a condizione che le loro condizioni di finanziamento rimangano favorevoli, e la sostenibilità del debito non sia compromessa”.

Nel biennio la disoccupazione è destinata a rimanere sopra quota 10%

Nonostante un trend in calo, nel 2019 e nel 2020 la disoccupazione in Italia è destinata comunque a rimanere sopra quota 10%. Il Fondo Monetario Internazionale, dopo il 10,6% del 2018, fissa quindi il tasso di disoccupazione per l’Italia al 10,3% sia nel 2019 sia nel 2020. Trend di riduzione più forte invece in Spagna, che dal 15,3% del 2018 scenderà al 13,2% nel 2020,  e in Grecia, che dal 19,3% nel 2018 passerà al 16,8% nel 2020. Nell’Eurozona invece,  riferisce Adnkronos, il tasso dei senza lavoro scenderà dal 7,1% del 2018 al 6,7% quest’anno, e al 6,6% il prossimo.

Ceto medio alla riscossa, nel 2019 torna a “irrobustirsi”

Aumenta il numero di chi è soddisfatto del proprio reddito e il numero di coloro che riescono a risparmiare. Negli ultimi tre anni i bilanci delle famiglie hanno riacquistato parte della prosperità perduta durante la crisi, e il saldo tra coloro che ritengono sufficiente il reddito per sostenere il tenore di vita corrente sale nel 2019 al 69%. Il massimo storico del decennio. Inoltre, sale al 57,5% la percentuale di chi percepisce un reddito compreso tra 1.500 e 3.000 euro al mese, rispetto al 51,7% di tre anni prima. Nel 2019, poi, la percentuale di reddito risparmiata raggiunge il 12,6%, contro il 12% nel 2018 e 9% nel 2011.

La percentuale dei risparmiatori torna a superare quella dei non risparmiatori

È quanto emerge dall’indagine sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani 2019, giunta alla nona edizione, e realizzata da Intesa Sanpaolo e dal Centro Luigi Einaudi su un campione di 1032 persone. In particolare, il rapporto evidenzia che la percentuale dei risparmiatori, il 52%, torna a superare quella dei non risparmiatori, pari al 48%, dopo aver toccato il minimo storico del 39% nel 2013. Dall’indagine, emerge, poi, che la ricchezza complessiva per intervistato è di 270 mila euro, che sale a 384 mila per laureati, professionisti e imprenditori.

“L’Italia ha gli anticorpi per riportarsi su un sentiero di crescita più sostenuto – osserva Gregorio De Felice, chief economist di Intesa Sanpaolo – capacità imprenditoriali, un buon sistema di welfare, un basso livello del debito privato, grande e diffuso spirito di iniziativa, una elevata, e meno diseguale che altrove, accumulazione di risparmio familiare”.

Il primo obiettivo degli investimenti resta la sicurezza

Il rapporto, riferisce Adnkronos, evidenzia che per gli intervistati il primo obiettivo degli investimenti resta la sicurezza, mentre la liquidità è stabile al secondo posto, seguita dal rendimento di lungo termine.

L’avversione al rischio si conferma, dunque, anche nel 2019. Anche a costo di sacrificare il rendimento. Il risparmio gestito cresce e raggiunge il 15,3% degli intervistati, e oltre l’80% si dichiara molto o abbastanza soddisfatto dell’investimento. Risalgono, invece, le aspettative pensionistiche, e aumenta il numero delle assicurazioni per i rischi della salute e della longevità.

“Occorrono anche interventi incisivi diretti a correggere le criticità strutturali”

‘La vivacità delle imprese, la loro propensione a innovare e fare rete, e il coraggio delle famiglie di investire sul futuro, rappresentano quindi segnali di adattabilità e reattività. “Ed è su questi elementi che deve basarsi il rilancio dell’economia italiana”, aggiunge De Felice.

Occorrono però anche interventi incisivi diretti a correggere le criticità strutturali che da tempo frenano lo sviluppo del Paese. “Occorre creare un ambiente finalmente favorevole al rilancio degli investimenti – puntualizza il chief economist di Intesa Sanpaolo – condizione indispensabile per migliorare le prospettive dell’occupazione e del reddito delle famiglie italiane”.