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Nel 2025 si indebolisce il sostegno pubblico nei confronti dei rifugiati

Secondo il sondaggio di Ipsos, condotto in 29 Paesi in occasione della World Refugee Day 2025 che si celebra il 20 giugno, il sostegno all’offerta di rifugio a coloro che fuggono da guerre o persecuzioni, nonostante meno sentito rispetto agli anni scorsi, rimane forte, con il 67% a favore.
Sebbene l’opinione pubblica pensi che i governi più ricchi debbano fare di più, questo sentimento nei Paesi del G7è oggi più debole.

Svezia, Argentina e Paesi Bassi mostrano un forte sostegno al diritto di cercare rifugio e in Italia è d’accordo il 71%. Al contrario, in Ungheria, Indonesia e Corea del Sud circa due quinti della popolazione è in disaccordo con questo diritto.
E con l’aumento degli sfollati, e le istituzioni tradizionali di supporto sotto pressione, l’indebolimento del sostegno pubblico è una sfida significativa.

Ansie sulla sicurezza delle frontiere

Tuttavia, il sostegno è temperato dallo scetticismo. Preoccupazione primaria è la diffusa convinzione (54% in Italia) che molti richiedenti asilo siano principalmente migranti economici.
Questa percezione alimenta ansie sulla sicurezza delle frontiere e sull’integrazione dei rifugiati, portando in media il 49% a sostenere la chiusura completa delle frontiere. (Italia 40%).

Le preoccupazioni pratiche includono dubbi sulla capacità dei rifugiati di integrarsi nella società (43% Italia) e apportare contributi positivi (45% Italia).
Tra i fattori che contribuiscono a queste preoccupazioni, l’impatto negativo percepito sul mercato del lavoro, la cultura, lo stile di vita, l’economia nazionale, i servizi pubblici e la sicurezza nazionale.

In calo l’impegno personale

Nonostante le preoccupazioni, tre persone su dieci (38% nel 2024) continuano a sostenere attivamente i rifugiati, principalmente attraverso donazioni (11%) o impegno sui social media (10%).
Quote simili si registrano anche in Italia, dove la maggioranza (74%) afferma di non aver intrapreso azioni negli ultimi 12 mesi. 

Il calo nell’azione personale è diffuso, con tassi particolarmente elevati, in Giappone, Corea del Sud e Ungheria. Questo declino può essere attribuito al cambiamento delle priorità pubbliche, in particolare alle preoccupazioni economiche, oppure ai conflitti geopolitici in corso. 
Sebbene l’azione personale per sostenere i rifugiati sia diminuita emerge un chiaro consenso riguardo alla responsabilità delle nazioni più ricche: il 62% ritiene che abbiano l’obbligo morale di fornire assistenza finanziaria, quota che in Italia aumenta al 67%.

Dovere morale versus benefici attesi dall’aiuto

Questo senso di dovere morale non si traduce sempre in una convinzione di reciproco beneficio, con opinioni divise sul fatto che le nazioni più ricche traggano effettivamente vantaggio dall’aiutare i rifugiati nel lungo termine (52% d’accordo, 32% in disaccordo).
In Italia il 53% afferma di essere in accordo contro il 28% in disaccordo. 

Le persone vorrebbero vedere maggiori contributi finanziari da parte delle organizzazioni internazionali, come ONU e Banca Mondiale (42% Italia), proprio mentre gli aiuti all’ONU vengono drasticamente ridotti dai governi di altre nazioni più ricche (36% in Italia).
Ma una persona su sei (16%) vuole che il proprio governo faccia di più (18% Italia).

Bio sì, ma con poca consapevolezza: quanto ne sanno davvero gli italiani?

Un italiano su due compra biologico, ma pochi conoscono davvero il significato del termine. Lo rivelano i dati di un’indagine presentata da Carrefour Italia e realizzata in collaborazione con l’istituto di ricerca Human Highway. Obiettivo: comprendere quanto ne sappiano davvero i nostri connazionali sui prodotti biologici.

Il dato più evidente? Nonostante il 57,5% degli italiani dichiari di acquistare prodotti biologici almeno due o tre volte al mese, la maggior parte lo fa senza avere una chiara conoscenza di cosa distingue realmente un alimento biologico da uno convenzionale.

Conoscenze a metà e false certezze

Solo l’11,6% degli intervistati dimostra di sapere con precisione quali criteri, secondo la normativa europea (Regolamento UE 2018/848), definiscano un prodotto come “biologico”. La restante parte della popolazione si divide tra chi è parzialmente informato ma incerto (30,9%), chi è fortemente confuso (33%) e chi ammette apertamente di non saperne nulla (24,5%).

Le nuove generazioni sembrano essere le più esposte ai luoghi comuni: la Generazione Z, in particolare, fatica a distinguere i dati concreti dalle semplificazioni spesso veicolate online.

Manca una vera cultura sul tema 

Molti italiani ritengono, erroneamente, che nei prodotti biologici sia vietato qualsiasi tipo di pesticida o fertilizzante: lo pensa circa l’80% degli intervistati. In realtà, la normativa consente l’uso di alcune sostanze naturali e approvate. Allo stesso modo, il 79,1% crede che negli allevamenti bio non sia consentito somministrare farmaci agli animali, neanche se necessario, quando invece è previsto un utilizzo limitato sotto controllo veterinario.

C’è anche chi collega automaticamente il bio al chilometro zero o lo associa esclusivamente alle piccole realtà agricole. Inoltre, circa la metà degli italiani crede che il cibo biologico sia sempre più nutriente, nonostante le evidenze scientifiche siano meno univoche.

Le scelte d’acquisto: freschi al top

Nonostante la confusione, l’interesse per il bio resta alto. Frutta e verdura sono in cima alla lista degli acquisti settimanali (63%), seguite da uova (56%) e latticini (45%). Il 60% dei consumatori riconosce i prodotti certificati grazie all’etichettatura, mentre il logo europeo dell’“eurofoglia” è identificato dal 28,7%.

Il prezzo resta l’ostacolo principale

Il costo più elevato rappresenta ancora la barriera più forte all’acquisto di prodotti biologici. Il 70% dei consumatori che li evitano lo fa per motivi economici.
A questo si aggiunge la difficoltà di accedere a informazioni chiare sui processi di certificazione, alimentando dubbi e scetticismo. Un segnale importante: il bio piace, ma ha bisogno di essere raccontato meglio.

Deepfake: cresce la preoccupazione di cittadini e imprese a livello globale

Lo sviluppo delle tecnologie digitali, e in particolare dell’intelligenza artificiale, sta aprendo nuove frontiere in un’infinità di ambiti della vita. Però, accanto alle innegabili potenzialità, sorgono anche potenziali rischi che fanno paura. Uno dei più discussi è il fenomeno dei deepfake: contenuti video o audio manipolati con tecniche AI, capaci di simulare volti e voci in modo quasi indistinguibile dalla realtà.

Questa tecnologia, se non adeguatamente regolata, può causare danni gravi a persone, aziende e istituzioni, sfruttando in modo illecito l’immagine e la reputazione di individui o brand.

La consapevolezza è ancora limitata

Secondo uno studio condotto da Ipsos in collaborazione con Studio Previti Associazione Professionale, presentato il 6 maggio 2025 a Milano durante l’evento “Deepfake. Tra realtà e illusione”, la conoscenza del fenomeno è ancora frammentaria in Italia.

Il 38% degli intervistati dichiara di non sapere cosa siano i deepfake, mentre il 21% ne ha solo sentito parlare senza comprenderne a fondo le implicazioni. Solo il 41% mostra una conoscenza chiara del problema.

Le aziende sono più attente, ma ancora vulnerabili

Nel mondo delle imprese, la consapevolezza risulta più elevata: il 64% dei rappresentanti aziendali ha familiarità con il fenomeno, anche se il 26% ne ha solo una vaga idea. Solo una minoranza (10%) non ne ha mai sentito parlare.

Nonostante questo, ben 3 aziende globali su 4 temono che le fake news e i deepfake rappresentino un rischio serio per la loro reputazione e il loro business.

Chi è più esposto al rischio

L’indagine Ipsos evidenzia che i soggetti più vulnerabili sono gli anziani, i giovani e le persone con un basso livello di istruzione o scarsa alfabetizzazione digitale. Questi gruppi, meno preparati a riconoscere contenuti manipolati, sono le vittime ideali di truffe e campagne di disinformazione.

Soluzioni cercasi: tecnologia, regole, formazione

Per contrastare i deepfake, le soluzioni invocate da cittadini e imprese sono simili. Al primo posto ci sono i software di rilevamento delle manipolazioni (indicati dal 64% delle aziende e dal 47% dei cittadini), seguiti dalla richiesta di normative più chiare (42%) e sanzioni più severe contro truffe e furti d’identità (36%).

Nel frattempo, molte aziende si stanno attrezzando con team interni, tecnologie di monitoraggio e il supporto di consulenti legali specializzati. Solo una piccola percentuale (10%) non ha ancora adottato misure preventive.

Climate Change: italiani più consapevoli ma scettici sull’efficacia delle azioni

Nonostante una crescente consapevolezza e attenzione verso le questioni ambientali, l’opinione pubblica mondiale resta divisa su chi debba davvero farsi carico del cambiamento. Se da un lato aumentano le persone che riconoscono l’impegno di aziende e governi, dall’altro permane un diffuso scetticismo sulle reali motivazioni e sull’efficacia delle loro azioni.

Emerge dalla Worldviews Survey sul Climate Change di WIN (Worldwide Independent Network of Market Research).
I dati per l’Italia, raccolti da BVA Doxa, raccontano che la sostenibilità resta un tema sentito, ma anche attraversato da forti contraddizioni.

Un mondo non privo di dubbi

A livello globale, si evidenzia una crescente attenzione verso l’ambiente e la sostenibilità. Il 66% delle persone riconosce che le aziende stiano agendo in materia di sostenibilità, in crescita rispetto al 58% degli anni precedenti. Anche la fiducia nei governi è in aumento: il 52% degli intervistati ritiene che le istituzioni pubbliche stiano mettendo in atto azioni concrete per affrontare le sfide ambientali (erano il 44% nel 2021).
Sul fronte personale, l’82% crede che le proprie azioni possano avere un impatto positivo sull’ambiente.

Tuttavia, accanto a questi segnali positivi, permangono ampi margini di scetticismo. Il 44% degli intervistati pensa che le aziende si impegnino per convenienza, mentre il 48% non è convinto dell’efficacia delle politiche ambientali dei governi. 

Il caso Italia: diffidenza e disillusione

Il quadro che emerge per l’Italia si discosta sensibilmente dalle tendenze globali, con livelli di fiducia notevolmente più bassi.
Sul fronte individuale, solo 1 italiano su 3 (34%) ritiene che le proprie azioni possano avere un impatto positivo sull’ambiente, con un andamento crescente all’aumentare dell’età: dal 27-30% nelle fasce più giovani fino al 48% tra gli over 64.

Particolarmente allarmante il dato relativo agli under25, tra i quali il 26% non crede affatto nella possibilità di incidere positivamente attraverso i propri comportamenti quotidiani.
Ancora più marcata la sfiducia verso il governo: appena il 5% degli italiani crede che le istituzioni stiano adottando misure adeguate alla tutela ambientale. Un dato uniforme su tutto il territorio nazionale e trasversale alle diverse fasce d’età.

Un segnale per istituzioni e imprese

Anche nei confronti delle aziende, il sentimento dominante è la diffidenza: solo l’11% degli italiani ritiene che la maggior parte delle imprese operi tenendo seriamente in considerazione i principi della Responsabilità Sociale d’Impresa e della sostenibilità. La percentuale sale leggermente tra i 35-44enni (15%) e nelle regioni del Sud e Isole (16%).

Tuttavia, il 50% degli italiani pensa che le aziende si impegnino solo per apparenza e un ulteriore 28% è convinto che agiscano esclusivamente in funzione del profitto.
I dati emersi sottolineano l’urgenza, soprattutto in Italia, di ricostruire una relazione di fiducia tra cittadini, imprese e istituzioni. L’impegno verso la sostenibilità deve essere accompagnato da maggiore trasparenza, coerenza e capacità di coinvolgere realmente le persone.

Economia e consumi: l’impatto dei dazi americani sul commercio europeo

Il dibattito sui possibili dazi imposti dagli Stati Uniti all’Europa sta monopolizzando l’attenzione pubblica. I numeri, però, mostrano un quadro più complesso: nel 2023, l’export europeo verso gli USA ha raggiunto i 504 miliardi di euro, mentre le importazioni dall’America si sono fermate a 347 miliardi di euro, con un saldo positivo di 157 miliardi per l’Europa.

Sul fronte dei servizi, invece, la situazione si inverte: l’export europeo vale 319 miliardi di euro, mentre l’import dagli USA supera i 427 miliardi, con un vantaggio di 108 miliardi per gli Stati Uniti. Il bilancio complessivo dell’interscambio risulta quindi in leggero favore agli USA, ridimensionando le minacce tariffarie americane.

Indicatori economici: segnali di stabilità

L’analisi dei primi mesi del 2025 mostra un’economia italiana che, pur tra le incertezze, non registra contrazioni. Gli indicatori di Confcommercio (ICC) segnalano una crescita destagionalizzata dello 0,2% a gennaio e dello 0,1% a febbraio.

A sostenere i consumi sono soprattutto il turismo e il tempo libero: settori come alberghi, ristoranti, trasporti e telecomunicazioni segnano decisi aumenti. Al contrario, beni di consumo come alimentari, mobili ed elettrodomestici risultano in calo, segno di un cambiamento nelle abitudini di spesa.

Inflazione sotto controllo

Sul fronte dei prezzi, le previsioni per febbraio indicavano un tasso del 2%, ma il dato effettivo si è fermato all’1,6%. A marzo si stima un lieve aumento all’1,7%, comunque un valore contenuto rispetto alle incertezze degli ultimi anni.

L’energia resta un nodo da sciogliere, ma non ci sono soluzioni a breve termine. L’Italia continua a essere vulnerabile agli shock esterni, con margini di intervento limitati.

Crescita e occupazione: segnali contrastanti

L’occupazione tiene, mentre la produzione industriale mostra segni di ripresa. Il turismo continua a essere un settore trainante, con presenze in aumento dell’8% rispetto al 2024 e del 18,2% rispetto al 2019. Nonostante i dati positivi per raggiungere l’obiettivo di crescita dello 0,8% nel 2025, sarà necessario un ulteriore slancio.

Un fattore chiave potrebbe essere una spinta fiscale a favore del ceto produttivo. Il peso delle imposte ha toccato il 42,6% nel 2024, rendendo urgente una riduzione delle aliquote per favorire i consumi e gli investimenti.

Consumi: settori in crescita e settori in crisi

L’ICC di febbraio mostra una contrazione dello 0,9% rispetto al 2024, con una riduzione della spesa per i beni (-1,7%) e un aumento dei servizi (+0,7%). I settori in maggiore espansione sono comunicazioni (+5,3%) e ristorazione (+1,3%), mentre mobilità (-5,9%) e beni per la casa (-1,3%) appaiono in difficoltà. Particolarmente colpito il settore automotive (-11,2%), mentre i trasporti aerei crescono del 7,1%.

Inflazione e prospettive future

Per marzo si prevede un’inflazione stabile, con una crescita dello 0,2% su base mensile e dell’1,7% su base annua. La stabilizzazione dei prezzi potrebbe restituire fiducia ai consumatori, incentivando una ripresa della domanda interna.

Per garantire una crescita sostenibile, sarà fondamentale rafforzare il legame tra redditi e consumi, evitando ulteriori freni all’economia italiana.

Banche: allo sportello gli imprenditori preferiscono l’autofinanziamento 

Lo sostiene l’Ufficio studi della CGIA: negli ultimi 15 anni non sono state le banche ad avere chiuso i rubinetti del credito alle aziende, sono gli imprenditori che hanno deciso di non rivolgersi più agli istituti di credito facendo ricorso all’autofinanziamento.
La diminuzione della domanda di credito da parte delle imprese conferma questa ipotesi.

Nonostante i buoni risultati economici, molte attività rimaste sul mercato hanno aumentato i risparmi utilizzandoli per far fronte a spese correnti e investimenti.
Questa tendenza macroeconomica ovviamente non coinvolge tutte le realtà produttive/commerciali. Per molte microimprese, alla contrazione dei prestiti è seguito un progressivo deterioramento economico/finanziario, che spesso le ha fatte scivolare verso l’insolvenza o il credito illegale.

In 14 anni contrazione del credito del -33%

A fine dicembre 2011 i prestiti bancari alle imprese ammontavano a 995 miliardi di euro, verso la fine del 2024 la quota è scesa a 666 (-329 miliardi, -33%).
Di contro, i depositi bancari delle aziende sono passati da 219 miliardi a 519 (+300 miliardi, +137%).

La contrazione del credito alle attività economiche è riconducibile alla combinazione di più fattori, non ultimi, i parametri molto più stringenti nella valutazione del merito/rischio credito imposti dalla BCE.
Gli istituti bancari sono stati costretti ad aumentare il livello di patrimonializzazione, con misure che inducono il sistema creditizio a razionalizzare i prestiti alle imprese meno insolventi.

Il mercato delle cartolarizzazioni

In questo modo, i crediti deteriorati sono stati ridotti grazie alla vendita delle sofferenze (mercato delle cartolarizzazioni). 
Dal 2011 al 2024 sono molte le fasi in cui il credito alle imprese è sceso. Dal 2012 al 2015, nel 2019, nella prima parte del 2020, e a partire dal 2023 a oggi.

La fase di crescita molto sostenuta tra la metà del 2020 fino al 2022 è stata ottenuta a seguito delle misure introdotte per fronteggiare la crisi pandemica.
Il governo Conte 2 e quello Draghi hanno approvato alcuni provvedimenti a sostegno del credito, compresa la garanzia statale al 100% sui prestiti, che ha consentito di incrementare i prestiti alle società non finanziarie corretti per cartolarizzazioni e altre cessioni. 

Risparmi cresciuti soprattutto nel Nord-Est

Tra novembre 2011 e lo stesso mese del 2024 la maggiore contrazione delle consistenze si è verificata al Centro (-42,6%) e al Sud (-42,4%). In termini assoluti, la riduzione più importante ha interessato proprio quest’ultima ripartizione geografica (-118,1 miliardi).
A livello provinciale, le flessioni più significative si sono verificate a Siena (-59,1%).
Uniche province che hanno ottenuto un risultato anticipato dal segno più, Trieste (+1,4%) e Bolzano (+1,5%). Il dato medio nazionale è stato del -34,9%. 

I risparmi sono invece cresciuti soprattutto a Nord-Est, che ha subito l’incremento più importante (+178%), mentre la provincia con le imprese che hanno accumulato più depositi è Cremona (+298,3%), seguita da Bolzano (+281,6%) ed Enna (+278,9%).
Siena è l’unica provincia d’Italia che ha visto diminuire i risparmi (-20,1%). 

Bollette: per le PMI +39% di rincari per la “materia energia”

Prima ancora di assistere agli effetti di possibili dazi Usa, gli italiani stanno facendo i conti con l’aumento del prezzo dell’energia.
Se per una famiglia media di consumatori questo potrebbe tradursi in un aggravio di circa 350 euro l’anno, la stangata per le microimprese sarà maggiore.

Considerando la sola componente materia energia che grava in bolletta, Facile.it ha stimato che l’aumento per una piccola attività commerciale potrebbe arrivare fino al 39%. Ad esempio, per un negozio di alimentari con contratto di fornitura a prezzo indicizzato nel mercato libero, e consumi annui pari a 75.000 kWh per l’elettricità e 2.000 Smc per il gas, l’aumento per la sola componente materia energia potrebbe superare 4.500 euro annui. La bolletta passerebbe da poco più di 12.000 euro del 2024 a oltre 16.600 nel 2025.

Indici PSV e PUN

Insomma, i rincari di luce e gas previsti per il 2025 non colpiranno solo le famiglie, ma anche le microimprese.
L’analisi è stata realizzata da Facile.it prendendo in considerazione l’andamento dell’indice PSV, il punto di riferimento per determinare il prezzo del gas naturale all’ingrosso in Italia, e il PUN (l’indicatore del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica) nel 2024 e le previsioni elaborate dall’European Energy Exchange (EEX) per il 2025.

Secondo le previsioni il PUN passerà da una media di 0,1035 euro/kWh a una media di 0,1511 euro/kWh (+46%). Mentre il PSV, da una media di 0,375 euro/Smc a una media di 0,5372 euro/Smc (+43%).

Imprenditori in difficoltà per l’aumento dell’energia

In pratica, il rincaro più corposo riguarderà la bolletta della luce, la cui componente materia energia potrebbe passare da 10.976 euro del 2024 a 15.232 euro del 2025. Per il gas, invece, il costo salirebbe da 1.112 euro a 1.425 euro.

“In un periodo di grandi incertezze come quello attuale, con l’incognita dazi americani che spaventa l’Europa, gli imprenditori italiani si trovano a dover fare i conti con l’aumento del prezzo dell’energia – spiegano gli esperti di Facile.it -. Le bollette possono incidere negativamente e in modo significativo sul fatturato di piccole e medie imprese”.

Scegliere con consapevolezza il fornitore giusto

“Proprio in vista di questi rincari – continuano gli esperti – scegliere il fornitore migliore diventa più importante che mai. Ancora una volta, conoscere le proprie esigenze e consumi rappresenta un passo fondamentale per scegliere con consapevolezza”.

La stima per il 2025 del negozio alimentare considerato dall’analisi è stata elaborata tenendo in considerazione le previsioni sull’andamento di PSV e PUN da gennaio a dicembre 2025, elaborate dall’European Energy Exchange (EEX) e applicando le seguenti condizioni economiche: PUN Index GME1,1+0,03481 euro/kWh e 155,88 euro/anno per la luce e PSV-DA + 0,097 euro/Smc e 155,88 euro/anno per il gas.

2025: aumentano le opportunità professionali nel settore It

Il 2025 si preannuncia un anno d’oro per il settore tecnologico. Secondo un’analisi di Hunters Group, specializzata nella selezione di personale qualificato, si prevede un incremento del 10% nella domanda di esperti in intelligenza artificiale, analisi dei dati e sicurezza informatica.

Luca Balbo, executive manager della divisione Ict & Digital di Hunters Group, sottolinea che l’espansione delle tecnologie digitali sta trasformando il mercato del lavoro, creando nuove opportunità in un contesto altamente competitivo. Balbo evidenzia come le aziende stiano puntando su professionisti in grado di gestire tecnologie avanzate, favorendo una crescita interessante sia in termini di retribuzione che di sviluppo di carriera, anche in un mercato del lavoro generale ancora incerto.

I profili più richiesti

Nel panorama lavorativo del 2025, i ruoli di maggior rilievo saranno quelli legati all’intelligenza artificiale, all’analisi dei dati e alla sicurezza informatica. Ecco una panoramica delle competenze e delle prospettive per ciascuna tipologia di posizione.

Ingegneri in intelligenza artificiale e machine learning

Gli esperti in intelligenza artificiale e machine learning sviluppano algoritmi avanzati per consentire alle macchine di apprendere dai dati e affrontare problemi complessi in modo autonomo. Le loro attività spaziano dalla creazione di modelli predittivi all’implementazione di reti neurali e processi automatizzati.

In Italia, la retribuzione annua per i neolaureati oscilla tra i 40.000 e i 50.000 euro, raggiungendo i 70.000 euro per i professionisti con maggiore esperienza.

Data analyst e data scientist

Questi professionisti sono il fulcro della trasformazione digitale. I data analyst si concentrano sull’interpretazione dei dati per supportare le decisioni aziendali, mentre i data scientist sviluppano algoritmi complessi e modelli statistici per individuare tendenze e risolvere problemi.

In Italia, il reddito annuo lordo (RAL) varia tra i 40.000 e i 65.000 euro, a seconda dell’esperienza.

Analisti di cybersecurity

Gli analisti di sicurezza informatica si occupano di proteggere i sistemi aziendali da attacchi esterni e minacce interne. Tra le loro mansioni figurano il monitoraggio delle attività sospette, l’analisi delle vulnerabilità e l’attuazione di misure preventive.

Le retribuzioni iniziano da 28.000 euro lordi all’anno per i neofiti, salendo a circa 37.000 euro con l’esperienza.

Prospettive al top 

Con l’evoluzione del panorama tecnologico, il 2025 offrirà opportunità uniche per i professionisti del settore It, confermandosi come un anno chiave per chi è pronto a cogliere le sfide dell’innovazione.

Allarme casa: serve una transizione abitativa

È quanto emerge dal 3° Rapporto Federproprietà – Censis, dal titolo ‘Agenda 2024-2030. La transizione abitativa: la casa possibile’. La proprietà della casa è sotto pressione e cala il valore delle abitazioni. Tra il 2° trimestre 2014 e il 2° trimestre 2024 il valore delle abitazioni è diminuito in termini reali del 16,8%. 
Inoltre, il 78,9% degli italiani è convinto che in passato fosse più facile acquistare una casa e l’82,2% dei proprietari di casa pensa che i costi di gestione e manutenzione siano diventati eccessivi.

Quanto al Social Housing, è una buona soluzione ma ancora troppo poco conosciuta. Il 28,6% sa cos’è, e il 5,7% lo conosce in modo preciso. Tra coloro che sanno cosa sia, lo ritengono una valida soluzione abitativa il 74,4% in via temporanea e il 43,7% in modo permanente.

Legge Salva Casa: più favorevoli che contrari ma tanti indecisi

Se il 69,3% degli italiani teme tasse più alte sulla casa, compresa una patrimoniale, il 44,5% esprime un giudizio positivo sulla Legge 105/2024, detta Salva Casa, il 31,3% un giudizio negativo e il 24,2% non ha un’opinione al riguardo.

E se il 37,9% degli italiani è convinto che questa legge sia utile per l’economia e la società italiana, il 32,4% non è convinto e il 29,7% non si esprime. Tuttavia, il 26,7% dichiara esplicitamente di aver realizzato piccole migliorie in casa che potrebbero beneficiare della semplificazione di sanatoria prevista da questo provvedimento. 

Sì alla casa green ma…

Il 67,6% degli italiani pensa che rendere la propria casa meno energivora (con cappotto termico, caldaie a basso impatto, ecc.) sia una necessità e non più una scelta, e l’81,7% pensa che farlo ne può incrementare il valore.

Il 44,7% dei proprietari di casa è pronto a spendere per interventi di efficientamento energetico, mentre il 37,3% non lo è, e il 18,0% è indeciso. L’84,0% degli italiani però teme che gli interventi di efficientamento energetico possano costare troppo. Un timore condiviso dall’88,3% di chi ha redditi bassi e dall’81,3% dei più alti. L’88,2% degli italiani, inoltre, è convinto che le famiglie debbano avere supporto pubblico nel fronteggiare le spese per migliorare la sostenibilità della propria abitazione.

Gli effetti delle locazioni per turisti: affitti più alti e comuni meno vivibili

Il 37,2% degli italiani ritiene che le locazioni turistiche, comunemente definite ‘affitti brevi per turisti’, abbiano un impatto negativo sulla vita sociale ed economica dei comuni italiani, il 37,6% non condivide questa opinione, il 25,2% è indeciso.

Il 46,8% ritiene che le locazioni turistiche stiano trasformando in peggio i luoghi che frequenta, il 27,3% non concorda con questa valutazione e il 25,9% è indeciso.
Inoltre, il 44,4% ha notato un aumento del valore delle locazioni, che attribuisce alla tendenza a usare le case per il mercato delle locazioni per turisti.

Perchè l’audio entertainment ha tanto successo in Italia? 

L’audio entertainment continua a conquistare consensi in Italia, come conferma l’Audible Compass 2024, uno studio condotto da Verian per Audible. I dati evidenziano che nel 2024 ben il 76% degli italiani ha ascoltato almeno un audiolibro, un podcast o una serie audio, con un aumento del 6% rispetto al 2023 e dell’11% rispetto al 2022. La ricerca evidenzia con chiarezza che questo formato registra una diffusione sempre maggiore nel panorama culturale italiano.

Audiolibri e lettura: un binomio che funziona 

Lo studio mette in luce una relazione significativa tra l’ascolto di audiolibri e la lettura tradizionale. L’84% degli ascoltatori di audiolibri afferma di leggere più libri grazie a questo formato, mentre il 74% rileva un aumento complessivo delle proprie attività di lettura, sia cartacea sia digitale. I dati dimostrano come audiolibri e libri non siano in competizione, bensì complementari, offrendo un’esperienza di fruizione più ampia e flessibile.

La classifica degli audiolibri più ascoltati

Anche quest’anno, Audible.it propone una classifica variegata dei titoli più apprezzati. Al vertice troviamo un capolavoro della letteratura fantastica, La compagnia dell’Anello di J.R.R. Tolkien, letto da Massimo Popolizio. Seguono Cuore nero di Silvia Avallone, narrato da Chiara Francese, e L’età fragile di Donatella Pietrantonio, con la voce di Elena Lietti. Tra gli altri successi spiccano L’orizzonte della notte di Gianrico Carofiglio, narrato dall’autore stesso, e L’educazione delle farfalle di Donato Carrisi, interpretato da Angela Brusa e Alberto Angrisano. Non mancano contributi internazionali come Un animale selvaggio di Joel Dicker, letto da Paolo Buglioni.

Quanto conta la “voce” del narratore

La letteratura e la narrativa, insieme al thriller, dominano le preferenze degli ascoltatori, conquistando ciascuna il 48% delle preferenze. Seguono i generi storia, fantascienza e fantasy (37%) e la categoria salute e benessere (36%). Un elemento chiave nella scelta degli audiolibri è la voce del narratore: il 78% degli utenti considera questo aspetto determinante e il 64% cerca attivamente opere lette da narratori che già apprezza.

In sintesi, l’audio entertainment non solo si consolida come forma di intrattenimento sempre più popolare, ma arricchisce anche l’esperienza culturale e narrativa degli italiani.