Autore: Alessio Raimondi

Scuole e sicurezza: nove su dieci senza certificazioni obbligatorie

Sono 3.588, il 9 % del totale, gli edifici scolastici italiani sprovvisti delle certificazioni obbligatorie in tema sicurezza e agibilità.
In pratica, nove edifici scolastici su dieci, dove si calcola che studino e lavorino circa 700 mila tra studenti e personale della scuola, non dispongono di una o più certificazioni obbligatorie relative alla sicurezza.

Al Lazio spetta invece il primato del minor numero di edifici con attestato di agibilità.
È il quadro che emerge dal dossier di Tuttoscuola, basato sui dati contenuti nella sezione Open Data dell’Anagrafe Nazionale dell’Edilizia scolastica. 

Zone a rischio sismico: meno della metà degli edifici risultano collaudati

Nelle zone ad alto rischio sismico il certificato di collaudo statico è posseduto da meno della metà degli edifici. Dei 40 mila edifici scolastici statali presenti sul territorio nazionale circa 36 mila non si possono definire a norma.

Secondo i dati di Tuttoscuola è il Lazio ad avere primato delle scuole non a norma. Secondo i dati diffusi dal dossier la regione conta infatti il minor numero di edifici scolastici dotati di certificato di agibilità. Su 3.203 edifici, solo 407, pari al 12,7%, hanno la certificazione.

Maglia nera alla Sardegna: solo il 14,2% in regola

Analizzando la situazione per aree geografiche, con 971 edifici su 5.149 con agibilità, pari al 18,9% del totale, sono le Isole il fanalino di coda.
Maglia nera tra le Isole la Sardegna, con solo il 14,2% in regola. Al contrario, il primo posto per sicurezza degli edifici scolastici va alla Valle d’Aosta, dove su 139 plessi 122 hanno il certificato di agibilità, l’87,8% del totale.

Seguono Piemonte (53,4%), Veneto (52,7%) e Friuli Venezia Giulia (52%), con il Nord che in generale si attesta intorno al 50%.
E poi ancora, tra le altre regioni, il Molise (47,8%), preceduto da Lombardia e Marche, è intorno al 50% mentre la Liguria p ferma al 31.1%. A quota 30% circa Abruzzo e Campania, insieme al resto del Sud, mentre il Centro si attesta al 29,7%.

“La responsabilità degli interventi antisismici è degli Enti locali”

I dati di Tuttoscuola, fanno notare fonti del ministero dell’Istruzione interpellate dall’ANSA, sono estrapolati dall’anagrafe dell’edilizia scolastica e fanno riferimento al biennio 2023 2024. Non tengono quindi conto dell’enorme lavoro in atto su oltre 10 mila edifici scolastici, grazie ai fondi Pnrr a cui sono stati aggiunti importanti fondi ministeriali (circa 1/3 del totale degli interventi di messa in sicurezza) per il più grande piano di intervento mai fatto per la scuola italiana.

In sostanza, riferisce Ansa, sono state avviate opere sul 22% del patrimonio edilizio scolastico per recuperare un’incuria che dura da 60 anni. I risultati saranno misurabili solo tra qualche anno. Inoltre le fonti ministeriali ricordano che la responsabilità degli interventi antisismici sulle scuole è degli Enti locali.

Coupon, il mercato cresce: 182 milioni di euro nei primi sei mesi del 2025

Il mercato dei coupon in Italia continua a correre. Nei primi sei mesi del 2025 sono stati distribuiti 115,2 milioni di buoni sconto, con un incremento del 6,8% rispetto allo stesso periodo del 2024. A crescere non è solo la quantità, ma anche il valore complessivo dei coupon, che ha raggiunto i 182 milioni di euro (+12% su base annua). L’importo medio si è attestato a 1,58 euro, in aumento del 5,3% rispetto all’anno precedente.

I dati arrivano dall’“Osservatorio sul mercato del couponing” di Savi, società specializzata nei servizi di gestione e analisi dei buoni sconto, che ha coinvolto oltre 40.000 aziende partner tra grande distribuzione, farmacie, drugstore e negozi specializzati.

Aumenta l’utilizzo dei digital coupon

La crescita del settore è trainata soprattutto dai buoni digitali. Oggi rappresentano il 18% del transato in cassa, contro il 17% registrato nello stesso periodo del 2024. L’uso dei coupon dematerializzati si sta imponendo come leva strategica di retail media: strumenti non solo utili per attivare i consumatori, ma anche per misurare le performance delle campagne e tracciare l’intero percorso d’acquisto.

Non a caso, il 70% delle aziende partner di Savi ha già adottato i digital coupon come integrazione alle promozioni tradizionali, sfruttandoli per stimolare l’interesse dei clienti e monitorare in maniera indipendente i tassi di conversione.

Le performance dei vari canali

I buoni distribuiti con modalità tradizionali restano comunque molto efficaci. I cosiddetti “instant on pack”, applicati direttamente sulla confezione del prodotto, hanno registrato una redemption media del 78%, in crescita rispetto al 72% del 2024. Un risultato che conferma come la convergenza tra supporto promozionale e prodotto resti un meccanismo vincente.

Anche i coupon digitali, diffusi attraverso siti web, email, newsletter, social network o collegati alle carte fedeltà, mostrano risultati positivi: la redemption media ha raggiunto il 23%, leggermente più alta rispetto al 22% dell’anno scorso.

Un settore in trasformazione

“Il mercato dei coupon sta evolvendo verso soluzioni sempre più digitali, misurabili e integrate con il retail media”, ha dichiarato Angelo Tosoni, Managing Director di Savi Italia. Secondo Tosoni, i buoni sconto non sono solo strumenti promozionali, ma veri e propri alleati delle famiglie italiane, soprattutto in un periodo segnato da pressioni inflazionistiche.

L’obiettivo, spiega, è rendere i coupon più accessibili e sicuri, offrendo alle aziende la possibilità di calibrare le strategie in tempo reale e ai consumatori un aiuto concreto nella spesa quotidiana.

Non solo grandi aziende: il manuale HACCP è importante anche per le piccole imprese

Il sistema HACCP (Hazard Analysis and Critical Control Points) non è importante soltanto per le grandi catene di ristorazione o le aziende multinazionali del settore alimentare.

Infatti anche le piccole imprese del settore alimentare, dai ristoranti a conduzione familiare alle pasticcerie artigianali, devono seguire questo sistema di sicurezza alimentare.

La normativa comunitaria e italiana prevede infatti che il manuale HACCP debba essere adottato da tutte le imprese che manipolano, trasformano, distribuiscono o vendono alimenti, indipendentemente dalle loro dimensioni.

L’obiettivo è quello di tutelare la sicurezza dei consumatori e prevenire le tossinfezioni alimentari, che possono avere conseguenze non solo drammatiche per la salute, ma anche per l’attività stessa.

Cos’è il manuale HACCP e perché è obbligatorio per tutti

Il manuale HACCP è il documento tecnico che individua i pericoli che possono presentarsi nella filiera alimentare e definisce le azioni da intraprendere per eliminarli o ridurli al minimo.

La normativa italiana di riferimento, che recepisce le direttive europee in materia di sicurezza alimentare, prevede che ogni operatore del settore alimentare si debba dotare di un manuale per HACCP conforme alla propria attività.

Non esistono dunque esenzioni per le piccole imprese: un bar che prepara e serve panini, una gelateria artigianale o un’avviata pizzeria hanno gli stessi obblighi di una grande industria alimentare, sebbene le modalità di applicazione siano differenti e adeguate alle loro dimensioni.

I rischi specifici delle piccole attività alimentari

Le piccole attività del settore alimentare presentano caratteristiche operative che possono incrementare alcuni rischi specifici per la sicurezza alimentare.

La gestione spesso familiare o con pochi dipendenti può portare a una sovrapposizione di ruoli e responsabilità, dove la stessa persona si occupa contemporaneamente di diverse fasi del processo produttivo, aumentando le possibilità di contaminazione crociata.

Anche lo spazio ridotto tipico delle piccole attività può creare difficoltà nella separazione fisica delle diverse operazioni.

Non di rado la promiscuità degli ambienti può favorire il contatto tra alimenti crudi e cotti, tra prodotti destinati alla vendita e rifiuti, o tra superfici pulite e sporche.

Questi fattori, se non adeguatamente controllati, possono trasformarsi in punti critici di controllo che richiedono particolare attenzione.

Vantaggi economici dell’implementazione del sistema HACCP

L’adozione del sistema HACCP nelle piccole attività comporta benefici economici significativi che vanno oltre il semplice rispetto degli obblighi normativi.

Ad esempio la riduzione degli sprechi alimentari costituisce uno dei vantaggi più immediati e tangibili. Un controllo sistematico delle temperature di conservazione, delle date di scadenza e delle condizioni di stoccaggio permette di minimizzare le perdite dovute al deterioramento dei prodotti.

Inoltre anche un singolo episodio di intossicazione può comportare costi legali, risarcimenti e danni reputazionali che per una piccola impresa possono risultare devastanti.

Il sistema HACCP, documentando le procedure adottate e i controlli effettuati, fornisce una protezione legale importante in caso di controlli o contestazioni.

Inoltre la tracciabilità dei prodotti e delle operazioni facilita la gestione degli approvvigionamenti e permette di ottimizzare i costi di acquisto attraverso una migliore rotazione delle scorte.

Come adattare l’HACCP alle dimensioni ridotte

L’implementazione del sistema HACCP nelle piccole attività richiede un approccio pragmatico che tenga conto delle specifiche caratteristiche operative e organizzative.

La semplificazione documentale risulta essenziale per rendere il sistema sostenibile e applicabile quotidianamente. Le procedure possono infatti essere descritte in modo sintetico ma completo, utilizzando schede operative facilmente consultabili e moduli di registrazione semplificati.

Ad esempio una piccola pizzeria dovrà focalizzarsi principalmente sul controllo delle temperature di conservazione degli ingredienti, sulla cottura della pizza e sulla gestione degli avanzi, senza dover implementare controlli complessi tipici di una grande industria alimentare.

Una buona idea è quella di organizzare la formazione del personale attraverso sessioni brevi ma frequenti, integrate nella routine lavorativa quotidiana.

Anche l’utilizzo di strumenti visivi come poster, schede riassuntive e check-list può facilitare l’apprendimento e l’applicazione delle procedure.

Chiaramente il coinvolgimento diretto del titolare o del responsabile nell’implementazione del sistema garantisce maggiore efficacia e continuità nell’applicazione delle misure preventive.

Meta, più controlli per la tutela dei minori sulle piattaforme

Maggiore controllo nei messaggi privati per gli under 18. Arrivano novità da Meta per tutelare il più possibile gli utilizzatori più giovani. La società ha infatti appena annunciato l’introduzione di nuove soluzioni pensate per rendere più sicura l’esperienza online di adolescenti e bambini. Il gruppo, attraverso un aggiornamento pubblicato il 23 luglio 2025, ha evidenziato il proprio impegno nel ridurre i rischi legati all’interazione digitale, in particolare su Instagram.

Tra le principali novità spiccano soprattutto le nuove funzionalità nei direct degli account di adolescenti, che forniscono maggiori dettagli sui profili con cui si interagisce. Adesso, chi ha meno di 18 anni potrà vedere in modo chiaro da quanto tempo l’altra persona è iscritta alla piattaforma e ricevere suggerimenti su come gestire contatti sospetti.
È stata inoltre introdotta una nuova modalità che consente di bloccare e segnalare un utente contemporaneamente, velocizzando la procedura di difesa in caso di comportamenti inappropriati.

I ragazzi sono sempre più orientati a usare gli strumenti di sicurezza

Probabilmente anche grazie a campagne di informazione e a una sempre maggiore consapevolezza, i ragazzi sembrano favorevoli a utilizzare queste novità. Secondo i dati condivisi da Meta, nel solo mese di giugno, milioni di adolescenti hanno risposto agli avvisi di sicurezza attivi su Instagram: un milione di account è stato bloccato e un altro milione segnalato dopo la comparsa dei messaggi di allerta.

Anche il nuovo avviso che notifica quando si chatta con qualcuno all’estero ha avuto un impatto importante, con un milione di visualizzazioni e un tasso di interazione del 10%. L’obiettivo è contrastare fenomeni come il sextortion, che spesso coinvolgono truffatori stranieri.

Profili con minori: più restrizioni per gli adulti che li gestiscono

Ma le novità non finiscono qui, e si allargano anche ad tipologie di account. Meta ha deciso di estendere alcune protezioni pensate per gli adolescenti anche ai profili gestiti da adulti che rappresentano bambini, come genitori o tutori che condividono contenuti familiari. Questi account verranno automaticamente configurati con filtri più rigidi per impedire messaggi e commenti inappropriati.

Sarà inoltre più difficile per gli adulti già bloccati da adolescenti trovare questi account nella ricerca o nei suggerimenti. I commenti provenienti da profili considerati potenzialmente pericolosi verranno oscurati automaticamente.

Rimossi migliaia di account sia da Ig sia da FB 

Parallelamente all’aggiornamento delle impostazioni, Meta ha intensificato il contrasto agli abusi: nei primi mesi del 2025, sono stati rimossi oltre 130.000 account Instagram per comportamenti inadeguati verso bambini, e altri 500.000 account collegati sono stati eliminati da Facebook e Instagram.

Le informazioni su questi account sono state condivise anche con altre piattaforme digitali attraverso il programma Lantern, promosso dalla Tech Coalition, per rafforzare la protezione dei minori su scala globale.

Mercato immobiliare: la parola del 2025 è “prudenza”

A quanto risulta dal 2° Osservatorio sul Mercato Immobiliare 2025, realizzato da Nomisma, il trend di lenta ripresa iniziato nel 2024, e confermato nel primo semestre 2025, è frenato da un’offerta ancora piuttosto rigida.
L’incertezza del contesto geopolitico ed economico internazionale continua ad avere ripercussioni sulle condizioni economiche delle famiglie, già provate dall’impennata inflazionistica. 

Se nel primo trimestre 2025 la riduzione dei tassi di interesse ha portato a un incremento delle compravendite (+11,5%), trainato soprattutto dagli acquisti con mutuo (+32,7%), il reale potenziale di crescita è ridimensionato dalla prudenza delle banche nel concedere credito.
Di fatto, i prezzi delle abitazioni registrano variazioni semestrali comprese tra 0,8% e 1,3% e tendenziali poco superiori (1,1%-1,4%).

Ritorna la casa di proprietà

Oggi la domanda abitativa si distribuisce quasi equamente tra acquisto e locazione, con una leggera prevalenza dell’acquisto (53%).
Ma in città come Milano e Roma si osserva un ritorno alla proprietà, anche per finalità di investimento. La domanda si concentra soprattutto nelle periferie e nelle aree suburbane, al contempo, cresce l’interesse per la locazione da parte di single, giovani coppie e famiglie.

Inoltre, la riqualificazione edilizia ha preso il sopravvento sulla nuova costruzione, sostenuta da incentivi fiscali, seppur ridotti con la recente manovra. In questo scenario i costi di costruzione divengono una variabile strategica che condiziona le scelte di investimento in interventi di manutenzione straordinaria o di riqualificazione edilizia.

Locazione: rialzo dei canoni ma standard qualitativi insufficienti

Nel primo trimestre 2025 il numero complessivo di contratti di locazione registra un lieve incremento tendenziale (1,0%). 
Un risultato che appare piuttosto contenuto se confrontato con la forte pressione della domanda, la quale si scontra con un’offerta limitata, spesso caratterizzata da standard qualitativi insufficienti o da canoni troppo elevati rispetto alla capacità di spesa di molte famiglie.

In ogni caso, il mercato delle locazioni residenziali è in fase espansiva, con canoni in crescita per il terzo anno consecutivo.
Il 2025 (+3,6%) segnala una domanda ancora vivace e una pressione al rialzo sui canoni, probabilmente legata alla scarsità di offerta stabile e all’espansione degli affitti brevi.

Investimenti corporate in crescita: raggiunti 2,7 miliardi

Si tratta comunque di variazioni che per quanto significative risultano inevitabilmente condizionate dalle capacità di spesa della domanda
Da segnalare anche che da qualche anno sul mercato delle locazioni si osserva una crescita dei contratti transitori e per studenti, spinta dalla maggiore mobilità lavorativa e dalla domanda di flessibilità locativa.

Quanto al mercato degli investimenti corporate, nel primo trimestre 2025 si osserva una ripresa (raggiunti 2,7 miliardi di euro), maggiore attenzione verso asset alternativi (hotel e residenziale) e immobili direzionali di alta qualità.
In prospettiva, l’incertezza globale potrebbe portare a una più intensa selettività degli investimenti, premiando i settori capaci di garantire redditività stabile, come il Rent-to-Buy, gli studentati e le infrastrutture digitali.

e-commerce: in dieci anni le imprese italiane sono più che triplicate, +225,6%. Napoli guida la rivoluzione digitale

Secondo un’analisi condotta da InfoCamere – Unioncamere su dati di Movimprese alla fine del 2024 le aziende italiane di commercio online iscritte al Registro delle imprese delle Camere di Commercio erano 43.379. Rispetto al 2014 l’incremento registrato è di 30.058 unità. Si tratta di una variazione che in soli dieci anni è pari al +225,6%. E con oltre 4.000 imprese è Napoli a guidare questa rivoluzione digitale.

La rivoluzione portata dal commercio elettronico nelle abitudini degli italiani non ha solo cambiato la nostra società, ma ha prodotto trasformazioni visibili nel tessuto produttivo dei diversi territori del Paese. Anche in quelli tradizionalmente meno digitalizzati.

Sul podio per numero di unità Lombardia, Campania e Lazio

Alla fine del 2024 tra le regioni con il maggior numero di imprese operanti nel settore del commercio al dettaglio di qualsiasi prodotto effettuato via Internet al primo posto si posiziona la Lombardia, con 8.545 imprese, il 19,7% del totale.

Dopo la Lombardia si posiziona la Campania, con 6.484 imprese, il 14,9% del totale, e terza regione nella classifica è il Lazio, con 5.088 aziende di e-commerce, l’11,7% del totale.
Alle stesse tre regioni va anche il podio della crescita in valore assoluto nel decennio considerato. Sono infatti 6.014 imprese in più in Lombardia, + 5.170 quelle in Campania e + 3.499 quelle operanti nel Lazio. 

Campania, Calabria, Molise le regioni dal tasso di crescita più alto

A livello relativo, invece, la Campania guida la classifica delle regioni con il più alto tasso di crescita percentuale nel decennio, pari al +393,5%, seguita dalla Calabria (+294,2%) e dal Molise (+251,1%).

Si tratta di numeri che testimoniano una diffusione trasversale e ormai radicata di queste attività in tutti i territori italiani.
Nel confronto tra le province, è Napoli a conquistare il primato assoluto con 4.120 imprese di commercio online alla fine del 2024, per una quota che rappresenta il 9,5% del totale nazionale.

Napoli è la capitale della vendita online

Al capoluogo campano fa seguito Roma, con 3.999 imprese, pari al 9,2% del totale nazionale, e Milano, con 3.895, per una quota pari al 9%.
Ma Napoli si distingue anche per il maggior saldo assoluto di unità nel periodo considerato, pari a +3.418 imprese, e per la crescita percentuale più marcata, addirittura il +486,9%.

Il dato partenopeo evidenzia come la rivoluzione digitale non sia una prerogativa delle capitali economiche del Paese, ma un fenomeno distribuito, capillare, e con potenzialità forti anche in contesti tradizionalmente meno digitalizzati.

Nel 2025 si indebolisce il sostegno pubblico nei confronti dei rifugiati

Secondo il sondaggio di Ipsos, condotto in 29 Paesi in occasione della World Refugee Day 2025 che si celebra il 20 giugno, il sostegno all’offerta di rifugio a coloro che fuggono da guerre o persecuzioni, nonostante meno sentito rispetto agli anni scorsi, rimane forte, con il 67% a favore.
Sebbene l’opinione pubblica pensi che i governi più ricchi debbano fare di più, questo sentimento nei Paesi del G7è oggi più debole.

Svezia, Argentina e Paesi Bassi mostrano un forte sostegno al diritto di cercare rifugio e in Italia è d’accordo il 71%. Al contrario, in Ungheria, Indonesia e Corea del Sud circa due quinti della popolazione è in disaccordo con questo diritto.
E con l’aumento degli sfollati, e le istituzioni tradizionali di supporto sotto pressione, l’indebolimento del sostegno pubblico è una sfida significativa.

Ansie sulla sicurezza delle frontiere

Tuttavia, il sostegno è temperato dallo scetticismo. Preoccupazione primaria è la diffusa convinzione (54% in Italia) che molti richiedenti asilo siano principalmente migranti economici.
Questa percezione alimenta ansie sulla sicurezza delle frontiere e sull’integrazione dei rifugiati, portando in media il 49% a sostenere la chiusura completa delle frontiere. (Italia 40%).

Le preoccupazioni pratiche includono dubbi sulla capacità dei rifugiati di integrarsi nella società (43% Italia) e apportare contributi positivi (45% Italia).
Tra i fattori che contribuiscono a queste preoccupazioni, l’impatto negativo percepito sul mercato del lavoro, la cultura, lo stile di vita, l’economia nazionale, i servizi pubblici e la sicurezza nazionale.

In calo l’impegno personale

Nonostante le preoccupazioni, tre persone su dieci (38% nel 2024) continuano a sostenere attivamente i rifugiati, principalmente attraverso donazioni (11%) o impegno sui social media (10%).
Quote simili si registrano anche in Italia, dove la maggioranza (74%) afferma di non aver intrapreso azioni negli ultimi 12 mesi. 

Il calo nell’azione personale è diffuso, con tassi particolarmente elevati, in Giappone, Corea del Sud e Ungheria. Questo declino può essere attribuito al cambiamento delle priorità pubbliche, in particolare alle preoccupazioni economiche, oppure ai conflitti geopolitici in corso. 
Sebbene l’azione personale per sostenere i rifugiati sia diminuita emerge un chiaro consenso riguardo alla responsabilità delle nazioni più ricche: il 62% ritiene che abbiano l’obbligo morale di fornire assistenza finanziaria, quota che in Italia aumenta al 67%.

Dovere morale versus benefici attesi dall’aiuto

Questo senso di dovere morale non si traduce sempre in una convinzione di reciproco beneficio, con opinioni divise sul fatto che le nazioni più ricche traggano effettivamente vantaggio dall’aiutare i rifugiati nel lungo termine (52% d’accordo, 32% in disaccordo).
In Italia il 53% afferma di essere in accordo contro il 28% in disaccordo. 

Le persone vorrebbero vedere maggiori contributi finanziari da parte delle organizzazioni internazionali, come ONU e Banca Mondiale (42% Italia), proprio mentre gli aiuti all’ONU vengono drasticamente ridotti dai governi di altre nazioni più ricche (36% in Italia).
Ma una persona su sei (16%) vuole che il proprio governo faccia di più (18% Italia).

ChatGPT e sostenibilità: quanta energia e acqua consuma davvero l’IA?

L’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale torna sotto i riflettori. In un recente intervento sul blog ufficiale di OpenAI, il CEO Sam Altman ha reso pubblici alcuni dati relativi al consumo energetico e idrico dei modelli linguistici come ChatGPT, sollevando dubbi e domande sul futuro sostenibile di queste tecnologie.

Una richiesta a ChatGPT “beve” un quindicesimo di cucchiaino

Altman, come riferisce Adnkronos, ha stimato che ogni singola interazione con ChatGPT comporta un consumo medio di circa 0,000085 galloni d’acqua, equivalente a poco più di un quindicesimo di cucchiaino.

Per quanto la cifra possa sembrare trascurabile, su scala globale, l’uso massiccio di modelli linguistici potrebbe generare un impatto non indifferente sulle risorse idriche, soprattutto in aree soggette a stress climatico.

Energia: pochi secondi per noi, molto per l’ambiente

Sul fronte energetico, Altman ha indicato che ogni richiesta a ChatGPT consuma in media 0,34 wattora, paragonabile all’energia usata da un forno per circa un secondo o da una lampadina LED accesa per alcuni minuti. Sebbene il dato sembri contenuto, l’utilizzo quotidiano e crescente dell’IA – milioni di richieste al giorno – ne moltiplica l’effetto in modo esponenziale.

Il problema nascosto dei data center

OpenAI non ha fornito dettagli sulla metodologia adottata per arrivare a queste cifre, lasciando aperte molte domande, in particolare sulla variabilità dei consumi a seconda della posizione e dell’efficienza dei data center.

Diversi studi indipendenti, tra cui uno citato dal Washington Post, hanno mostrato come la produzione di contenuti con modelli di linguaggio avanzati possa richiedere risorse paragonabili a quelle utilizzate per generare una bottiglietta d’acqua, anche per un semplice testo di 100 parole.

L’intelligenza artificiale insegue la sostenibilità

Mentre la comunità scientifica avverte che entro il prossimo anno l’IA potrebbe superare il settore del mining di criptovalute in termini di consumo energetico, la richiesta di maggiore trasparenza e responsabilità ambientale si fa sempre più forte.

Secondo Altman, nel lungo periodo, l’efficienza dei sistemi IA dovrà aumentare al punto da rendere il loro costo “quasi equivalente” a quello dell’elettricità necessaria per alimentarli. La sfida è dunque aperta: riuscirà l’intelligenza artificiale a essere anche sostenibile?

Bio sì, ma con poca consapevolezza: quanto ne sanno davvero gli italiani?

Un italiano su due compra biologico, ma pochi conoscono davvero il significato del termine. Lo rivelano i dati di un’indagine presentata da Carrefour Italia e realizzata in collaborazione con l’istituto di ricerca Human Highway. Obiettivo: comprendere quanto ne sappiano davvero i nostri connazionali sui prodotti biologici.

Il dato più evidente? Nonostante il 57,5% degli italiani dichiari di acquistare prodotti biologici almeno due o tre volte al mese, la maggior parte lo fa senza avere una chiara conoscenza di cosa distingue realmente un alimento biologico da uno convenzionale.

Conoscenze a metà e false certezze

Solo l’11,6% degli intervistati dimostra di sapere con precisione quali criteri, secondo la normativa europea (Regolamento UE 2018/848), definiscano un prodotto come “biologico”. La restante parte della popolazione si divide tra chi è parzialmente informato ma incerto (30,9%), chi è fortemente confuso (33%) e chi ammette apertamente di non saperne nulla (24,5%).

Le nuove generazioni sembrano essere le più esposte ai luoghi comuni: la Generazione Z, in particolare, fatica a distinguere i dati concreti dalle semplificazioni spesso veicolate online.

Manca una vera cultura sul tema 

Molti italiani ritengono, erroneamente, che nei prodotti biologici sia vietato qualsiasi tipo di pesticida o fertilizzante: lo pensa circa l’80% degli intervistati. In realtà, la normativa consente l’uso di alcune sostanze naturali e approvate. Allo stesso modo, il 79,1% crede che negli allevamenti bio non sia consentito somministrare farmaci agli animali, neanche se necessario, quando invece è previsto un utilizzo limitato sotto controllo veterinario.

C’è anche chi collega automaticamente il bio al chilometro zero o lo associa esclusivamente alle piccole realtà agricole. Inoltre, circa la metà degli italiani crede che il cibo biologico sia sempre più nutriente, nonostante le evidenze scientifiche siano meno univoche.

Le scelte d’acquisto: freschi al top

Nonostante la confusione, l’interesse per il bio resta alto. Frutta e verdura sono in cima alla lista degli acquisti settimanali (63%), seguite da uova (56%) e latticini (45%). Il 60% dei consumatori riconosce i prodotti certificati grazie all’etichettatura, mentre il logo europeo dell’“eurofoglia” è identificato dal 28,7%.

Il prezzo resta l’ostacolo principale

Il costo più elevato rappresenta ancora la barriera più forte all’acquisto di prodotti biologici. Il 70% dei consumatori che li evitano lo fa per motivi economici.
A questo si aggiunge la difficoltà di accedere a informazioni chiare sui processi di certificazione, alimentando dubbi e scetticismo. Un segnale importante: il bio piace, ma ha bisogno di essere raccontato meglio.

Giovani italiani, addio sogni da influencer: meglio medici, prof ed esperti digitali

Chi l’avrebbe mai detto che le preferenze delle giovani generazioni sarebbero cambiate così in fretta? Eppure parlano i numeri: le scelte professionali under 30 si basano oggi su una scala di valori importante e molto concreta.

Lontani dai riflettori dei social, i giovani italiani sembrano sempre più orientati verso carriere solide, utili e in linea con le sfide del presente. È quanto emerge da un’indagine condotta da Spot and Web, che ha intervistato 650 ragazzi tra i 19 e i 28 anni, stilando la classifica delle professioni più desiderate. Il risultato? L’influencer non è più il sogno numero uno.

Voglia di concretezza: medicina e insegnamento al top delle scelte

A dominare le preferenze è la figura del medico, indicata dal 19% degli intervistati. Complici probabilmente le recenti modifiche legislative che rendono più accessibile l’ingresso alla facoltà di Medicina, la sanità torna ad affascinare i più giovani.

Segue a breve distanza l’insegnante, scelto dal 17%. Nonostante i noti limiti retributivi, l’idea del “posto sicuro” e l’impatto formativo su nuove generazioni confermano l’appeal della scuola.

Sicurezza informatica: cresce il fascino dello “007 del digitale”

In terza posizione troviamo una figura sempre più strategica: lo specialista in cybersecurity, con il 15% delle preferenze. L’interesse è alimentato da un mercato del lavoro in forte crescita: una azienda italiana su quattro cerca esperti in protezione dei dati, secondo uno studio Aipsa – Ambrosetti.

Matteo Adjimi, presidente di Argo, azienda attiva nell’intelligence digitale, sottolinea: “L’informatica non è più solo supporto, ma un fronte strategico per aziende e istituzioni. E i giovani lo hanno capito. La domanda è in forte espansione e le retribuzioni partono da 40.000 euro l’anno”.

Il mondo social perde appeal: creator solo quarti

La figura dell’influencer o content creator si colloca al quarto posto (13%). Nonostante la visibilità e i guadagni potenziali, questa carriera inizia a perdere fascino, soprattutto rispetto a ruoli percepiti come più stabili o rilevanti socialmente.

Segue al quinto posto il professionista dell’Intelligenza Artificiale (11%), nuova frontiera per gli appassionati di tecnologia. A chiudere la top ten: consulente di viaggio (8%), tecnico del fotovoltaico (7%), retail manager (4%), comunicatore e marketer (2%) e autista di mezzi pubblici (1%).

Tra stabilità e innovazione: così cambiano i sogni professionali

I giovani italiani sembrano riscrivere le regole dell’ambizione, puntando su carriere che uniscono impatto sociale, sicurezza economica e tecnologia. L’epoca del “diventare famosi online” lascia spazio al desiderio di utilità, competenze e futuro solido.