Autore: Alessio Raimondi

Deepfake: cresce la preoccupazione di cittadini e imprese a livello globale

Lo sviluppo delle tecnologie digitali, e in particolare dell’intelligenza artificiale, sta aprendo nuove frontiere in un’infinità di ambiti della vita. Però, accanto alle innegabili potenzialità, sorgono anche potenziali rischi che fanno paura. Uno dei più discussi è il fenomeno dei deepfake: contenuti video o audio manipolati con tecniche AI, capaci di simulare volti e voci in modo quasi indistinguibile dalla realtà.

Questa tecnologia, se non adeguatamente regolata, può causare danni gravi a persone, aziende e istituzioni, sfruttando in modo illecito l’immagine e la reputazione di individui o brand.

La consapevolezza è ancora limitata

Secondo uno studio condotto da Ipsos in collaborazione con Studio Previti Associazione Professionale, presentato il 6 maggio 2025 a Milano durante l’evento “Deepfake. Tra realtà e illusione”, la conoscenza del fenomeno è ancora frammentaria in Italia.

Il 38% degli intervistati dichiara di non sapere cosa siano i deepfake, mentre il 21% ne ha solo sentito parlare senza comprenderne a fondo le implicazioni. Solo il 41% mostra una conoscenza chiara del problema.

Le aziende sono più attente, ma ancora vulnerabili

Nel mondo delle imprese, la consapevolezza risulta più elevata: il 64% dei rappresentanti aziendali ha familiarità con il fenomeno, anche se il 26% ne ha solo una vaga idea. Solo una minoranza (10%) non ne ha mai sentito parlare.

Nonostante questo, ben 3 aziende globali su 4 temono che le fake news e i deepfake rappresentino un rischio serio per la loro reputazione e il loro business.

Chi è più esposto al rischio

L’indagine Ipsos evidenzia che i soggetti più vulnerabili sono gli anziani, i giovani e le persone con un basso livello di istruzione o scarsa alfabetizzazione digitale. Questi gruppi, meno preparati a riconoscere contenuti manipolati, sono le vittime ideali di truffe e campagne di disinformazione.

Soluzioni cercasi: tecnologia, regole, formazione

Per contrastare i deepfake, le soluzioni invocate da cittadini e imprese sono simili. Al primo posto ci sono i software di rilevamento delle manipolazioni (indicati dal 64% delle aziende e dal 47% dei cittadini), seguiti dalla richiesta di normative più chiare (42%) e sanzioni più severe contro truffe e furti d’identità (36%).

Nel frattempo, molte aziende si stanno attrezzando con team interni, tecnologie di monitoraggio e il supporto di consulenti legali specializzati. Solo una piccola percentuale (10%) non ha ancora adottato misure preventive.

Cosmetici e giocattoli: boom di segnalazioni in Ue 

I cosmetici si confermano anche quest’anno i prodotti più frequentemente segnalati in Europa per rischi sulla salute, secondo il report diffuso dalla Commissione europea.
Nel 2024, più di un allarme su tre (36%) ha riguardato prodotti cosmetici, seguiti dai giocattoli, che hanno rappresentato il 15% delle segnalazioni. Insieme, queste due categorie coprono oltre la metà delle notifiche totali.

Al terzo posto si collocano i dispositivi elettrici (10%), seguiti da motori per veicoli (9%) e prodotti chimici industriali (6%).

Sostanze vietate sotto osservazione

Secondo quanto riportato dalla Commissione, riferisce Askanews, la maggior parte degli allarmi è legata alla presenza di sostanze chimiche vietate o pericolose. Si parla, ad esempio, di cadmio, nichel e piombo in gioielli, aromi allergenici negli oli per il corpo e agenti chimici sintetici usati per ammorbidire la plastica, riscontrati in alcuni capi d’abbigliamento.

Molti di questi prodotti risultano importati principalmente dall’Asia o acquistati attraverso piattaforme di e-commerce, canali che aumentano il rischio di immissione sul mercato europeo di articoli non conformi alle normative di sicurezza.

Nel caso dei cosmetici, la problematica più diffusa riguarda la presenza del Bmhca, un aroma sintetico vietato nell’Unione europea perché potenzialmente irritante per la pelle e dannoso per il sistema riproduttivo.

Safety Gate: un meccanismo sempre più efficace

Il bilancio 2024 si basa sulle notifiche raccolte tramite il Safety Gate, il meccanismo europeo di allerta rapida sui prodotti pericolosi. Quest’anno sono stati registrati ben 4.137 allarmi, il numero più alto mai raggiunto da quando la piattaforma è operativa (dal 2003).

L’incremento delle segnalazioni viene interpretato dalla Commissione come un segnale positivo: significa che le autorità di vigilanza stanno utilizzando il sistema in maniera più efficiente e tempestiva per tutelare la sicurezza dei consumatori.

In arrivo maggiori controlli sul commercio online

Guardando al futuro, Bruxelles ha annunciato un piano per intensificare i controlli sulla sicurezza dei prodotti venduti via Internet.
In collaborazione con le autorità nazionali, è in preparazione la prima indagine a tappeto sui portali di e-commerce, che prevede una serie di verifiche simultanee per scovare violazioni delle norme europee a tutela dei consumatori.

Pet Economy: raddoppiano i servizi di wellness per gli amici a quattro zampe

Il futuro della Pet Economy mette sempre più al centro il benessere e la qualità della vita degli amici a quattro zampe. Oggi gli italiani non vogliono solo dar da mangiare al proprio cane o gatto, ma garantirgli una vita sana e felice.

I dati 2024 sulle quasi 27.000 imprese italiane del pet care rivelano infatti un forte spostamento dell’attenzione degli operatori da produzione e commercio verso i servizi.
In pratica, meno imprese sul lato dell’offerta di cuccioli e mangimi, più spazio per veterinari e servizi di benessere. Tanto che in dieci anni le imprese dei servizi di cura sono quasi raddoppiate.

In cinque anni +39,4% di veterinari

Secondo l’analisi condotta da Unioncamere e InfoCamere sui dati del Registro delle Imprese delle Camere di commercio, negli ultimi cinque anni il numero di imprese che operano nei servizi di cura per animali sono cresciute del 32%, con quasi 1.400 nuove attività.
Anche i servizi veterinari registrano un forte aumento (+39,4%), segno che gli italiani considerano i propri animali come membri della famiglia.

Nel decennio 2014-2024 il settore nel suo complesso è rimasto stabile (+0,05% variazione numero imprese), dimostrando una notevole capacità di adattamento alle trasformazioni indotte dalla crisi finanziaria e poi dall’arrivo della pandemia.
In questo duplice passaggio, la vera rivoluzione si è concretizzata nella redistribuzione delle attività. Dal 2014 le imprese dei servizi di cura sono quasi raddoppiate (+90,1%), mentre quelle nel commercio di animali sono diminuite del 17,5%.

Calano le attività di vendita di cuccioli

In 10 anni calano le imprese della vendita di animali (-10,6%) e di prodotti per animali (-10,6%). In forte calo quelle di allevamento di conigli (-21,6%) e ancor più, quelle attive nel commercio all’ingrosso di mangimi (-34,3%).

Il settore produttivo in maggiore crescita è quello degli alimenti per animali domestici (+28%), con cibi sempre più personalizzati e di alta qualità.
Interessanti anche le tendenze territoriali emerse dai dati. A livello complessivo, la Lombardia guida la classifica del comparto, con 3.860 imprese, seguita da Campania (2.871) e Lazio (2.770). Il Veneto è la regione con più allevamenti di conigli, mentre ancora la Lombardia primeggia nei servizi di cura con oltre 1.000 attività.

Non solo una trasformazione di mercato, ma un’evoluzione sociale

Il Sud Italia mostra una forte presenza nel commercio al dettaglio, con la Campania (1.612 imprese) e la Sicilia (1.083) in testa per negozi di piccoli animali.
Significativo il caso della Sicilia, che nonostante la contrazione generale del settore, mantiene una posizione di rilievo con 2.191 imprese complessive. 

Questi numeri raccontano una storia che va oltre le statistiche economiche, riflettendo un profondo cambiamento culturale nel rapporto tra italiani e animali domestici.
Non si tratta solo di una trasformazione di mercato, ma di un’evoluzione sociale che sta creando nuove opportunità di business e occupazione.

Climate Change: italiani più consapevoli ma scettici sull’efficacia delle azioni

Nonostante una crescente consapevolezza e attenzione verso le questioni ambientali, l’opinione pubblica mondiale resta divisa su chi debba davvero farsi carico del cambiamento. Se da un lato aumentano le persone che riconoscono l’impegno di aziende e governi, dall’altro permane un diffuso scetticismo sulle reali motivazioni e sull’efficacia delle loro azioni.

Emerge dalla Worldviews Survey sul Climate Change di WIN (Worldwide Independent Network of Market Research).
I dati per l’Italia, raccolti da BVA Doxa, raccontano che la sostenibilità resta un tema sentito, ma anche attraversato da forti contraddizioni.

Un mondo non privo di dubbi

A livello globale, si evidenzia una crescente attenzione verso l’ambiente e la sostenibilità. Il 66% delle persone riconosce che le aziende stiano agendo in materia di sostenibilità, in crescita rispetto al 58% degli anni precedenti. Anche la fiducia nei governi è in aumento: il 52% degli intervistati ritiene che le istituzioni pubbliche stiano mettendo in atto azioni concrete per affrontare le sfide ambientali (erano il 44% nel 2021).
Sul fronte personale, l’82% crede che le proprie azioni possano avere un impatto positivo sull’ambiente.

Tuttavia, accanto a questi segnali positivi, permangono ampi margini di scetticismo. Il 44% degli intervistati pensa che le aziende si impegnino per convenienza, mentre il 48% non è convinto dell’efficacia delle politiche ambientali dei governi. 

Il caso Italia: diffidenza e disillusione

Il quadro che emerge per l’Italia si discosta sensibilmente dalle tendenze globali, con livelli di fiducia notevolmente più bassi.
Sul fronte individuale, solo 1 italiano su 3 (34%) ritiene che le proprie azioni possano avere un impatto positivo sull’ambiente, con un andamento crescente all’aumentare dell’età: dal 27-30% nelle fasce più giovani fino al 48% tra gli over 64.

Particolarmente allarmante il dato relativo agli under25, tra i quali il 26% non crede affatto nella possibilità di incidere positivamente attraverso i propri comportamenti quotidiani.
Ancora più marcata la sfiducia verso il governo: appena il 5% degli italiani crede che le istituzioni stiano adottando misure adeguate alla tutela ambientale. Un dato uniforme su tutto il territorio nazionale e trasversale alle diverse fasce d’età.

Un segnale per istituzioni e imprese

Anche nei confronti delle aziende, il sentimento dominante è la diffidenza: solo l’11% degli italiani ritiene che la maggior parte delle imprese operi tenendo seriamente in considerazione i principi della Responsabilità Sociale d’Impresa e della sostenibilità. La percentuale sale leggermente tra i 35-44enni (15%) e nelle regioni del Sud e Isole (16%).

Tuttavia, il 50% degli italiani pensa che le aziende si impegnino solo per apparenza e un ulteriore 28% è convinto che agiscano esclusivamente in funzione del profitto.
I dati emersi sottolineano l’urgenza, soprattutto in Italia, di ricostruire una relazione di fiducia tra cittadini, imprese e istituzioni. L’impegno verso la sostenibilità deve essere accompagnato da maggiore trasparenza, coerenza e capacità di coinvolgere realmente le persone.

Economia e consumi: l’impatto dei dazi americani sul commercio europeo

Il dibattito sui possibili dazi imposti dagli Stati Uniti all’Europa sta monopolizzando l’attenzione pubblica. I numeri, però, mostrano un quadro più complesso: nel 2023, l’export europeo verso gli USA ha raggiunto i 504 miliardi di euro, mentre le importazioni dall’America si sono fermate a 347 miliardi di euro, con un saldo positivo di 157 miliardi per l’Europa.

Sul fronte dei servizi, invece, la situazione si inverte: l’export europeo vale 319 miliardi di euro, mentre l’import dagli USA supera i 427 miliardi, con un vantaggio di 108 miliardi per gli Stati Uniti. Il bilancio complessivo dell’interscambio risulta quindi in leggero favore agli USA, ridimensionando le minacce tariffarie americane.

Indicatori economici: segnali di stabilità

L’analisi dei primi mesi del 2025 mostra un’economia italiana che, pur tra le incertezze, non registra contrazioni. Gli indicatori di Confcommercio (ICC) segnalano una crescita destagionalizzata dello 0,2% a gennaio e dello 0,1% a febbraio.

A sostenere i consumi sono soprattutto il turismo e il tempo libero: settori come alberghi, ristoranti, trasporti e telecomunicazioni segnano decisi aumenti. Al contrario, beni di consumo come alimentari, mobili ed elettrodomestici risultano in calo, segno di un cambiamento nelle abitudini di spesa.

Inflazione sotto controllo

Sul fronte dei prezzi, le previsioni per febbraio indicavano un tasso del 2%, ma il dato effettivo si è fermato all’1,6%. A marzo si stima un lieve aumento all’1,7%, comunque un valore contenuto rispetto alle incertezze degli ultimi anni.

L’energia resta un nodo da sciogliere, ma non ci sono soluzioni a breve termine. L’Italia continua a essere vulnerabile agli shock esterni, con margini di intervento limitati.

Crescita e occupazione: segnali contrastanti

L’occupazione tiene, mentre la produzione industriale mostra segni di ripresa. Il turismo continua a essere un settore trainante, con presenze in aumento dell’8% rispetto al 2024 e del 18,2% rispetto al 2019. Nonostante i dati positivi per raggiungere l’obiettivo di crescita dello 0,8% nel 2025, sarà necessario un ulteriore slancio.

Un fattore chiave potrebbe essere una spinta fiscale a favore del ceto produttivo. Il peso delle imposte ha toccato il 42,6% nel 2024, rendendo urgente una riduzione delle aliquote per favorire i consumi e gli investimenti.

Consumi: settori in crescita e settori in crisi

L’ICC di febbraio mostra una contrazione dello 0,9% rispetto al 2024, con una riduzione della spesa per i beni (-1,7%) e un aumento dei servizi (+0,7%). I settori in maggiore espansione sono comunicazioni (+5,3%) e ristorazione (+1,3%), mentre mobilità (-5,9%) e beni per la casa (-1,3%) appaiono in difficoltà. Particolarmente colpito il settore automotive (-11,2%), mentre i trasporti aerei crescono del 7,1%.

Inflazione e prospettive future

Per marzo si prevede un’inflazione stabile, con una crescita dello 0,2% su base mensile e dell’1,7% su base annua. La stabilizzazione dei prezzi potrebbe restituire fiducia ai consumatori, incentivando una ripresa della domanda interna.

Per garantire una crescita sostenibile, sarà fondamentale rafforzare il legame tra redditi e consumi, evitando ulteriori freni all’economia italiana.

Lavoro: a marzo previste 456mila assunzioni

Secondo il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per il mese di marzo i contratti programmati dalle imprese superano i 456mila, con un incremento di quasi 9mila unità rispetto a marzo 2024 (+1,9%). Inoltre, sono più di 1,4 milioni quelli previsti per il trimestre marzo-maggio, circa 39mila unità in più sullo stesso trimestre 2024 (+2,8%).

In crescita le previsioni di entrata nei settori dei servizi (+3,8% nel mese, +4,8% nel trimestre), grazie in particolare agli andamenti attesi da turismo (+14,5% nel mese, +12,7% nel trimestre) e servizi operativi (+9,3% mese, +10,2% trimestre).
Positivi i flussi programmati dalle imprese delle costruzioni (+1,2% rispetto a marzo 2024) anche se in leggera flessione rispetto al corrispondente trimestre (–0,5%). 

L’industria cerca 132mila lavoratori

Indicazioni più incerte provengono dalle imprese manifatturiere: –4,2% entrate nel mese e –3,4% nel trimestre.
L’industria nel suo complesso è alla ricerca di circa 132mila lavoratori per il mese di marzo che salgono a quasi 387mila nel trimestre marzo-maggio.

Per il manifatturiero, alla ricerca di quasi 82mila lavoratori nel mese e 241mila nel trimestre, le maggiori opportunità riguardano le industrie della meccatronica (oltre 20mila lavoratori nel mese, 58mila nel trimestre), seguite dalle industrie metallurgiche (16mila, 44mila) e da quelle alimentari (quasi 13mila, 40mila).
Si mantiene elevata anche la richiesta proveniente dalle costruzioni (50mila, 146mila).

Maggiori opportunità da turismo, commercio, servizi alle persone

Per quanto riguarda il terziario, sono più di 324mila i contratti di lavoro previsti a marzo e oltre 1 milione quelli nel trimestre marzo-maggio.
A offrire le maggiori opportunità nei servizi è il turismo (oltre 93mila, quasi 337mila), seguito dal commercio (68mila, 204mila) e dai servizi alle persone (50mila, 157mila).

Si attesta poi complessivamente al 48,2% la quota di assunzioni di difficile reperimento soprattutto a causa della mancanza di candidati. A risentire maggiormente del mismatch sono le imprese dei comparti metallurgia e prodotti in metallo (63,3%), meccatronica (62,1%), costruzioni (61,3%), tessile-abbigliamento-calzature (61,1%) e legno-mobile (55,7%).

Introvabili fabbri ferrai, saldatori, meccanici artigianali

Tra i profili di più difficile reperimento, il Borsino delle professioni segnala per le professioni intellettuali gli ingegneri (63,1%) e gli analisti e specialisti nella progettazione di applicazioni (56,2%).

Tra i tecnici si registrano elevati livelli di mismatch per i tecnici della gestione dei processi produttivi (68,2%), per i tecnici in campo ingegneristico (66,2%) e per i tecnici della distribuzione commerciale (64,3%). Quasi introvabili sono i fabbri ferrai costruttori di utensili (75,7%), i fonditori e saldatori (75,6%) e i meccanici artigianali, montatori, riparatori e manutentori (73,7%).

Trend bio: il 68% degli italiani lo sceglie anche al ristorante

Per circa 9 consumatori italiani su 10 i prodotti tipici del territorio e a km 0 sono il ‘must have’ dell’away from home.
E sul podio delle preferenze riguardo ai cibi da consumare fuori casa compaiono i prodotti biologici, la cui presenza risulta fondamentale per il 68% degli italiani.

Il consumatore bio, inoltre, è più esigente e attento rispetto alla scelta del ristorante e alle caratteristiche di servizio offerte.
È quanto emerge dall’indagine realizzata da Nomisma per l’Osservatorio Sana: la ricerca di attributi salutistici è sempre più comune anche nelle occasioni di consumo fuori casa.

Orientati verso prodotti di stagione e piatti semplici e poco elaborati

Oltre a fattori quali la familiarità e i consigli di amici e parenti, i consumatori bio valutano in maniera più approfondita rispetto ai consumatori non bio la reputazione del luogo scelto per mangiare fuori (tramite recensioni, punteggi online, guide, ecc.) e l’accoglienza o l’ambiente del locale.

Rispetto al menu, invece, i bio users hanno un forte orientamento verso la ricerca di prodotti freschi e di stagione, nonché di piatti semplici e poco elaborati. Questo è vero, rispettivamente, per il 48% e per il 39% di chi consuma alimenti bio abitualmente.
Risulta poi elevata anche l’aspettativa sulla presenza di prodotti veg, così come di opzioni dedicate a specifiche esigenze, o intolleranze, alimentari.

Una corretta alimentazione anche per i figli

Detto questo, le aspettative del consumatore bio non trovano però risposte positive in quella che è l’attuale offerta di prodotti bio presso la ristorazione. Soprattutto quella collettiva.
Analizzando infatti il livello di soddisfazione rispetto alla presenza di opzioni bio nei diversi canali del mangiare ‘fuori casa’, si evidenziano ancora grandi margini di miglioramento.

Inoltre, l’indagine di Nomisma ha affrontato il tema della corretta alimentazione in relazione al rapporto con i figli. E sebbene di dieta sana si parli in oltre 9 famiglie su 10, e il bio sia un elemento onnipresente nelle tavole dei nuclei famigliari in cui sono presenti figli di tutte le età, i genitori ritengono essenziale il ruolo delle scuole nella sensibilizzazione ‘alimentare’ di bambini e ragazzi.

Mense scolastiche: occorre sensibilizzare i genitori

D’altro canto, però, oltre la metà dei genitori non conosce nel dettaglio le caratteristiche del servizio mensa nella scuola dei propri figli. E, in generale, le famiglie non sono informate rispetto alla presenza di ingredienti e prodotti bio all’interno dei pasti offerti dalla mensa scolastica.

Per accrescere il posizionamento del bio nella ristorazione scolastica risulta fondamentale, dunque, utilizzare la leva della sensibilizzazione e della comunicazione rivolta ai genitori.

Banche: allo sportello gli imprenditori preferiscono l’autofinanziamento 

Lo sostiene l’Ufficio studi della CGIA: negli ultimi 15 anni non sono state le banche ad avere chiuso i rubinetti del credito alle aziende, sono gli imprenditori che hanno deciso di non rivolgersi più agli istituti di credito facendo ricorso all’autofinanziamento.
La diminuzione della domanda di credito da parte delle imprese conferma questa ipotesi.

Nonostante i buoni risultati economici, molte attività rimaste sul mercato hanno aumentato i risparmi utilizzandoli per far fronte a spese correnti e investimenti.
Questa tendenza macroeconomica ovviamente non coinvolge tutte le realtà produttive/commerciali. Per molte microimprese, alla contrazione dei prestiti è seguito un progressivo deterioramento economico/finanziario, che spesso le ha fatte scivolare verso l’insolvenza o il credito illegale.

In 14 anni contrazione del credito del -33%

A fine dicembre 2011 i prestiti bancari alle imprese ammontavano a 995 miliardi di euro, verso la fine del 2024 la quota è scesa a 666 (-329 miliardi, -33%).
Di contro, i depositi bancari delle aziende sono passati da 219 miliardi a 519 (+300 miliardi, +137%).

La contrazione del credito alle attività economiche è riconducibile alla combinazione di più fattori, non ultimi, i parametri molto più stringenti nella valutazione del merito/rischio credito imposti dalla BCE.
Gli istituti bancari sono stati costretti ad aumentare il livello di patrimonializzazione, con misure che inducono il sistema creditizio a razionalizzare i prestiti alle imprese meno insolventi.

Il mercato delle cartolarizzazioni

In questo modo, i crediti deteriorati sono stati ridotti grazie alla vendita delle sofferenze (mercato delle cartolarizzazioni). 
Dal 2011 al 2024 sono molte le fasi in cui il credito alle imprese è sceso. Dal 2012 al 2015, nel 2019, nella prima parte del 2020, e a partire dal 2023 a oggi.

La fase di crescita molto sostenuta tra la metà del 2020 fino al 2022 è stata ottenuta a seguito delle misure introdotte per fronteggiare la crisi pandemica.
Il governo Conte 2 e quello Draghi hanno approvato alcuni provvedimenti a sostegno del credito, compresa la garanzia statale al 100% sui prestiti, che ha consentito di incrementare i prestiti alle società non finanziarie corretti per cartolarizzazioni e altre cessioni. 

Risparmi cresciuti soprattutto nel Nord-Est

Tra novembre 2011 e lo stesso mese del 2024 la maggiore contrazione delle consistenze si è verificata al Centro (-42,6%) e al Sud (-42,4%). In termini assoluti, la riduzione più importante ha interessato proprio quest’ultima ripartizione geografica (-118,1 miliardi).
A livello provinciale, le flessioni più significative si sono verificate a Siena (-59,1%).
Uniche province che hanno ottenuto un risultato anticipato dal segno più, Trieste (+1,4%) e Bolzano (+1,5%). Il dato medio nazionale è stato del -34,9%. 

I risparmi sono invece cresciuti soprattutto a Nord-Est, che ha subito l’incremento più importante (+178%), mentre la provincia con le imprese che hanno accumulato più depositi è Cremona (+298,3%), seguita da Bolzano (+281,6%) ed Enna (+278,9%).
Siena è l’unica provincia d’Italia che ha visto diminuire i risparmi (-20,1%). 

Bollette: per le PMI +39% di rincari per la “materia energia”

Prima ancora di assistere agli effetti di possibili dazi Usa, gli italiani stanno facendo i conti con l’aumento del prezzo dell’energia.
Se per una famiglia media di consumatori questo potrebbe tradursi in un aggravio di circa 350 euro l’anno, la stangata per le microimprese sarà maggiore.

Considerando la sola componente materia energia che grava in bolletta, Facile.it ha stimato che l’aumento per una piccola attività commerciale potrebbe arrivare fino al 39%. Ad esempio, per un negozio di alimentari con contratto di fornitura a prezzo indicizzato nel mercato libero, e consumi annui pari a 75.000 kWh per l’elettricità e 2.000 Smc per il gas, l’aumento per la sola componente materia energia potrebbe superare 4.500 euro annui. La bolletta passerebbe da poco più di 12.000 euro del 2024 a oltre 16.600 nel 2025.

Indici PSV e PUN

Insomma, i rincari di luce e gas previsti per il 2025 non colpiranno solo le famiglie, ma anche le microimprese.
L’analisi è stata realizzata da Facile.it prendendo in considerazione l’andamento dell’indice PSV, il punto di riferimento per determinare il prezzo del gas naturale all’ingrosso in Italia, e il PUN (l’indicatore del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica) nel 2024 e le previsioni elaborate dall’European Energy Exchange (EEX) per il 2025.

Secondo le previsioni il PUN passerà da una media di 0,1035 euro/kWh a una media di 0,1511 euro/kWh (+46%). Mentre il PSV, da una media di 0,375 euro/Smc a una media di 0,5372 euro/Smc (+43%).

Imprenditori in difficoltà per l’aumento dell’energia

In pratica, il rincaro più corposo riguarderà la bolletta della luce, la cui componente materia energia potrebbe passare da 10.976 euro del 2024 a 15.232 euro del 2025. Per il gas, invece, il costo salirebbe da 1.112 euro a 1.425 euro.

“In un periodo di grandi incertezze come quello attuale, con l’incognita dazi americani che spaventa l’Europa, gli imprenditori italiani si trovano a dover fare i conti con l’aumento del prezzo dell’energia – spiegano gli esperti di Facile.it -. Le bollette possono incidere negativamente e in modo significativo sul fatturato di piccole e medie imprese”.

Scegliere con consapevolezza il fornitore giusto

“Proprio in vista di questi rincari – continuano gli esperti – scegliere il fornitore migliore diventa più importante che mai. Ancora una volta, conoscere le proprie esigenze e consumi rappresenta un passo fondamentale per scegliere con consapevolezza”.

La stima per il 2025 del negozio alimentare considerato dall’analisi è stata elaborata tenendo in considerazione le previsioni sull’andamento di PSV e PUN da gennaio a dicembre 2025, elaborate dall’European Energy Exchange (EEX) e applicando le seguenti condizioni economiche: PUN Index GME1,1+0,03481 euro/kWh e 155,88 euro/anno per la luce e PSV-DA + 0,097 euro/Smc e 155,88 euro/anno per il gas.

Cybersecurity: come prendersi cura della propria “cyber-igiene”

Cosa significa prendersi cura della propria ‘cyber-igiene’? Il Centro Cybersecurity della Fondazione Bruno Kessler (FBK), l’istituto di ricerca specializzato nei campi della tecnologia, dell’innovazione, delle scienze umane e sociali, ha messo a fuoco pratiche e comportamenti che ogni utente dovrebbe adottare per proteggere le proprie informazioni digitali, nonché la propria identità online.

Il 28 gennaio si celebra infatti la Giornata europea della protezione dei dati, un’occasione per riflettere sulla sicurezza delle informazioni personali online e sull’importanza di adottare comportamenti adeguati per la protezione digitale. 
E il primo suggerimento agli utenti riguarda la gestione delle password. 

Il problema delle password

“Le password sono la prima linea di difesa contro gli attacchi informatici – spiega Giada Sciarretta, science ambassador di Fondazione Bruno Kessler, operativa nell’unità Security & trust ed esperta in progettazione e analisi di sicurezza di soluzioni di identità digitale -; è quindi importante evitare combinazioni prevedibili come ‘123456’ o ‘password’, preferendo soluzioni più complesse e sicure. Una buona pratica è adottare una passphrase lunga almeno 16 caratteri, contenente lettere maiuscole, minuscole, numeri e simboli speciali. Inoltre, è essenziale cambiare regolarmente la ‘parola d’ordine’ e non riutilizzarla per più account”.

Secondo una stima di NordPass, azienda che fornisce applicazioni per la gestione sicura delle password, in Italia, nel 2024, tra quelle più utilizzate si trovano ancora combinazioni di numeri, come ‘123456’ o ‘12345678’, o parole come ‘password’, ‘cambiami’ e ‘juventus’, che espongono a numerosi rischi.

L’autenticazione multifattoriale

Un’altra misura essenziale è l’autenticazione multifattoriale (Mfa), che aggiunge un ulteriore livello di sicurezza poiché per accedere a un account o a un’applicazione richiede un secondo fattore oltre alla password, come, ad esempio, un codice generato da un’app di autenticazione o l’impronta digitale. Questo riduce notevolmente il rischio di accessi non autorizzati e garantisce una maggiore protezione anche in caso di furto delle credenziali di accesso. Configurare l’Mfa per tutti gli account che lo supportano è una delle migliori strategie per proteggere i dati personali.

Alias email

Il terzo consiglio è l’utilizzo di ‘alias email’, che permette di creare alias temporanei per evitare di esporre il proprio indirizzo principale e proteggere la propria identità digitale.
Gli alias possono essere utili per iscriversi a servizi online senza compromettere l’account principale, riducendo la possibilità di ricevere spam o di essere vittime di phishing.

Le cause principali di un data breach, riporta Adnkronos, includono attacchi hacker, configurazioni errate dei sistemi, vulnerabilità software e negligenza umana. Le conseguenze possono essere gravi, con impatti finanziari e reputazionali significativi per individui e aziende. Per proteggersi, è possibile controllare regolarmente siti come ‘Have i been pwned’ se il proprio indirizzo email è stato compromesso. In tal caso, cambiare subito le password in caso di compromissione e abilitare sempre l’autenticazione multifattoriale per limitare i danni.