Categoria: Curiosità

L’AI generativa conquista le PMI italiane: opportunità, rischi e scenari per il prossimo quinquennio

Negli ultimi dodici mesi l’intelligenza artificiale generativa ha smesso di essere un tema esclusivo dei grandi centri di ricerca per entrare nel linguaggio quotidiano delle piccole e medie imprese italiane. Tra tool di automazione dei contenuti, assistenti virtuali per il servizio clienti e sistemi di ottimizzazione produttiva, le PMI stanno sperimentando nuove soluzioni che promettono efficienza, personalizzazione e riduzione dei costi.

Contesto: perché ora per le PMI?

La combinazione di tecnologie più accessibili, costi di calcolo in calo e offerte cloud scalabili ha abbassato la barriera d’ingresso per le aziende di dimensione contenuta. Inoltre, la crisi dei salari e la pressione sui margini hanno spinto molti imprenditori a cercare strumenti in grado di migliorare la produttività senza investimenti fissi ingenti. Indagini di mercato recenti suggeriscono che tra il 40% e il 55% delle PMI italiane sta valutando soluzioni basate su AI generativa o ne ha già implementate sperimentali in almeno una funzione aziendale.

Analisi: dove e come viene adottata l’AI generativa

Le applicazioni più diffuse riguardano il marketing, il servizio clienti e la creazione di contenuti. Nel marketing, tool di generazione automatica di testi e immagini consentono campagne più rapide e personalizzate, con tempi di produzione ridotti fino al 60% in alcuni casi. Nel customer care, chatbot e assistenti virtuali migliorano la disponibilità 24/7 e riducono il carico degli operatori su ticket ricorrenti; aziende che hanno adottato soluzioni ibride riferiscono un decremento medio dei tempi di risposta del 30-40%.

Altre aree in crescita includono la progettazione di prodotti (generazione di prototipi virtuali), il supporto alla R&S e la gestione documentale automatizzata. Un caso concreto: una PMI veneta del tessile ha integrato un sistema di AI generativa per creare bozze di design e descrizioni prodotto multilingue. Il risultato è stato una diminuzione del time-to-market per nuove collezioni e un incremento delle vendite online del 12% nel primo anno.

Sul fronte degli investimenti, si osserva una maggiore propensione a spendere in soluzioni SaaS che offrono modelli pre-addestrati e interfacce user-friendly. Questo approccio riduce il bisogno di competenze interne avanzate, ma sposta l’attenzione su governance dei dati e compliance: molte PMI lamentano difficoltà nel valutare rischi legati alla privacy e alla proprietà intellettuale dei contenuti generati.

Implicazioni future: opportunità e rischi

Nel breve termine, l’AI generativa offre un vantaggio competitivo per chi la sa integrare in processi produttivi e commerciali chiave. Le PMI che investiranno in formazione interna e in politiche di governance dei dati potranno capitalizzare migliorando efficienza e qualità del servizio. A livello macroeconomico, una più ampia adozione potrebbe contribuire a innalzare la produttività nazionale, specialmente nei settori manifatturieri avanzati e nei servizi digitali.

Tuttavia esistono rischi concreti. La sostituzione di compiti ripetitivi potrebbe creare tensioni sul mercato del lavoro locale, richiedendo programmi di upskilling e riqualificazione. Il tema della qualità dei contenuti generati e della responsabilità legale resta centrale: errori o informazioni fuorvianti prodotte da modelli potrebbero danneggiare reputazione e comportare sanzioni se non gestite correttamente. Infine, la dipendenza da fornitori esterni per modelli e dati espone le PMI a vulnerabilità operative e a potenziali shock di prezzo.

Verso un’adozione sostenibile

Per sfruttare al meglio le potenzialità dell’AI generativa, le imprese dovranno seguire alcune linee guida pratiche: 1) adottare approcci graduali con progetti pilota misurabili; 2) investire in formazione digitale per ruoli chiave; 3) definire policy chiare su gestione dati e responsabilità; 4) valutare soluzioni ibride che mantengano controllo critico sui processi creativi. A livello istituzionale, il supporto pubblico sotto forma di incentivi, formazione e orientamento normativo potrà accelerare un’adozione responsabile e diffusa.

L’AI generativa è destinata a ridefinire modalità operative e offerte di prodotto delle PMI italiane nei prossimi anni. Chi saprà combinare tecnologia, competenze e governance otterrà un vantaggio competitivo duraturo; chi trascurerà gli aspetti etici e di rischio potrebbe invece trovarsi a dover gestire costi imprevisti e criticità reputazionali. Il vero banco di prova sarà la capacità del tessuto imprenditoriale italiano di trasformare strumenti avanzati in valore concreto, preservando al contempo resilienza e responsabilità.

Da garage a scala: il caso di una startup italiana che rivoluziona la logistica sostenibile

Negli ultimi cinque anni il settore della logistica in Italia ha vissuto una trasformazione veloce, spinta dalla crescita dell’e-commerce, dalle esigenze di sostenibilità e dall’adozione di tecnologie digitali. In questo contesto molte startup hanno cercato di ritagliarsi uno spazio tra operatori storici e nuove piattaforme digitali. Questo articolo analizza il percorso di una startup italiana immaginaria, GreenLog, come caso studio per comprendere le leve che hanno permesso a piccole realtà di scalare il mercato e attrarre capitali, clienti e talenti.

Fondata nel 2018 da tre imprenditori con background in ingegneria gestionale e trasporti, GreenLog ha puntato su un modello di logistica last-mile a basse emissioni, integrando flotte di veicoli elettrici con un sistema di routing in tempo reale basato su intelligenza artificiale. L’idea di fondo era semplice: migliorare l’efficienza delle consegne urbane riducendo costi operativi e impatto ambientale. Sul piano operativo questo si è tradotto in partnership con flotte locali, stazioni di ricarica condivise e un software proprietario che ottimizza percorsi, tempi di consegna e carichi.

Dal punto di vista finanziario, il percorso tipico di GreenLog riflette la traiettoria che molte startup italiane cercano oggi: round seed modesti seguiti da investimenti istituzionali più significativi. Dopo un finanziamento seed di circa 400.000 euro volto a sviluppare il prototipo e la prima flotta, la società ha chiuso un Series A da 3 milioni di euro al terzo anno, accelerando l’espansione su due città italiane e raggiungendo un fatturato ricorrente annuale (ARR) in crescita del 200% anno su anno nel biennio successivo.

Indicatori operativi e metriche unit economics hanno fatto la differenza. GreenLog ha lavorato per abbassare il Customer Acquisition Cost (CAC) attraverso accordi B2B e contratti di lungo termine con retailer locali, con un CAC medio stimato di 80–120 euro per cliente commerciale, contro un Lifetime Value (LTV) cliente di circa 900 euro. Margini operativi migliorati dal 5% al 18% nel giro di tre anni, grazie all’aumento della densità delle consegne e all’efficienza del software di routing. Questi numeri, sebbene indicativi, illustrano come il mix tra tecnologia proprietaria e asset leggeri possa favorire una crescita scalabile.

Un elemento chiave nel successo di GreenLog è stato il modello di partnership. Invece di possedere l’intera flotta, la startup ha aggregato piccoli operatori e autisti indipendenti offrendo loro software, formazione e accesso a reti di ricarica. Questo ha permesso di contenere il capitale immobilizzato e di accelerare l’espansione geografica. Inoltre, collaborazione con amministrazioni locali per zone a traffico limitato e politiche di sostegno alla mobilità elettrica hanno ridotto le barriere normative.

Non sono mancate le sfide: la stagionalità della domanda, la gestione del personale e la necessità di integrare sostenibilità e redditività sono ostacoli comuni. La gestione della manutenzione delle e-van e la formazione continua degli autisti hanno richiesto investimenti imprevisti. Sul fronte tecnologico, la qualità dei dati e l’interoperabilità con sistemi dei clienti sono risultati critici per mantenere livelli elevati di servizio e ridurre resi e ritardi.

Dal punto di vista competitivo, GreenLog ha dovuto confrontarsi tanto con operatori tradizionali quanto con grandi piattaforme logistiche internazionali. La strategia vincente è stata la focalizzazione su nicchie urbane dove la sostenibilità è un valore aggiunto per i clienti e dove la densità di consegne consente economie di scala rapide. Inoltre, politiche di pricing trasparenti e contratti di servizio con KPI misurabili hanno facilitato l’accesso a clienti enterprise e alle catene retail.

Le implicazioni future per il settore sono molteplici. Primo, la sostenibilità continuerà a essere un driver di domanda e uno strumento competitivo: clienti e istituzioni premiano operatori con minore impronta carbonica. Secondo, l’integrazione tra software e asset fisici diventerà sempre più importante: le startup che sapranno offrire soluzioni end-to-end hanno maggiori probabilità di consolidare quote di mercato. Terzo, i meccanismi di finanziamento si evolveranno: al capitale di rischio si affiancheranno strumenti di debito sostenibile e partnership pubblico-private per accelerare infrastrutture, come le reti di ricarica urbana.

Per gli imprenditori e gli investitori italiani le lezioni sono chiare: puntare su unit economics solidi, costruire partnership locali e investire in tecnologia proprietaria sono condizioni necessarie per scalare. Il mercato è maturo per soluzioni che coniughino efficienza, sostenibilità e qualità del servizio. Se ben eseguito, il modello di GreenLog indica una strada percorribile per trasformare una brillante idea in un’impresa sostenibile e redditizia, contribuendo al contempo a città più vivibili e a un sistema logistico italiano più competitivo.

Da garage a leader europeo: la crescita sostenibile di una startup italiana nel foodtech

Nell’ultimo decennio l’ecosistema delle startup italiane ha visto nascere imprese capaci di trasformare settori tradizionali con soluzioni tecnologiche e modelli di business inediti. Tra queste, alcune realtà del foodtech si distinguono per la capacità di scalare in Europa mantenendo un forte legame con la filiera locale. Questo articolo racconta il percorso tipico di una startup italiana di successo nel foodtech, analizzando fattori chiave, dati ed esempi concreti che ne spiegano la crescita e le prospettive future.

Il contesto: il foodtech come terreno fertile per l’innovazione

Il settore alimentare italiano, storicamente basato su piccole e medie imprese e produzioni locali, rappresenta al tempo stesso una grande opportunità e una sfida per l’innovazione. L’integrazione di tecnologie digitali — dalla logistica intelligente all’analisi dei dati sulla supply chain, fino alle soluzioni per la sostenibilità — ha permesso a nuove imprese di intercettare esigenze ormai primarie: tracciaibilità, riduzione degli sprechi, efficienza distributiva e comunicazione diretta col consumatore. Secondo stime di mercato recenti, gli investimenti nel foodtech europeo sono cresciuti mediamente del 20% annuo negli ultimi cinque anni, con particolare attenzione a startup che propongono soluzioni pragmatiche e replicabili su scala internazionale.

Analisi: come cresce una startup foodtech italiana

Passo 1 — Validazione del prodotto e radicamento locale. Il primo step consiste nel dimostrare, su un bacino territoriale limitato, che il prodotto o servizio risponde a un bisogno concreto. Un esempio tipico è la piattaforma che mette in contatto produttori agricoli di nicchia con ristoratori e consumatori: partendo da una singola regione, la startup costruisce una rete di fornitori certificati e un sistema logistico ottimizzato per consegne a breve termine. Questo approccio riduce il rischio e permette di raccogliere dati reali sui tempi di consegna, sui margini e sul tasso di ritorno dei clienti.

Passo 2 — Ottimizzazione operativa e tecnologia dati-driven. Una volta consolidata la domanda locale, la startup investe in tecnologia per automatizzare processi e migliorare la previsione della domanda. L’adozione di algoritmi di machine learning per la previsione dei volumi e la gestione dinamica delle scorte può ridurre gli sprechi fino al 30% in alcuni casi. Altro elemento cruciale è la piattaforma logistica: partnership con operatori last-mile e magazzini smart consentono di abbattere i costi di consegna e mantenere la freschezza dei prodotti.

Passo 3 — Scalabilità e accesso ai capitali. Per allargare il mercato la startup cerca round di finanziamento che spesso combinano capitale istituzionale e investitori industry-specific. I casi di successo mostrano che un primo seed di 500–1.500k euro è sufficiente per consolidare la presenza nazionale; per l’espansione in Europa è invece necessario un round series A compreso tra 3 e 10 milioni, destinato a tecnologia, marketing e logistica. Non meno importante è la governance: portare a bordo advisor con esperienza internazionale accelera l’accesso a mercati esteri e a partnership strategiche.

Esempi concreti

Un caso emblematico è quello di una startup nata da tre giovani imprenditori, partiti con un progetto di e-commerce per prodotti caseari artigianali. In due anni hanno ampliato la rete produttori passando da 20 a oltre 200 fornitori e hanno introdotto un sistema di tracciabilità blockchain per garantire l’origine delle merci. Grazie a una campagna di comunicazione mirata e a progetti B2B con catene di ristorazione, hanno registrato una crescita dei ricavi del 150% annuo per tre anni consecutivi, acquisendo clienti anche in Francia e Germania.

Un altro esempio riguarda una startup che ha sviluppato un servizio di ottimizzazione degli stock per mercati ortofrutticoli, riducendo gli sprechi alimentari del 25% presso i partner pilota e permettendo ai grossisti di incrementare il margine operativo. L’adozione della piattaforma da parte di alcune cooperative agricole ha favorito una rapida espansione territoriale grazie al passa-parola nel settore.

Implicazioni future: cosa aspettarsi per il settore e per gli investitori

Guardando avanti, il foodtech italiano ha potenzialità significative, ma dovrà saper bilanciare crescita e sostenibilità. Dal punto di vista operativo, l’implementazione di infrastrutture logistiche green (veicoli a basse emissioni, packaging compostabile) diventerà un fattore competitivo chiave. Sul fronte regolamentare, una maggiore attenzione alla tracciabilità e alla sicurezza alimentare richiederà investimenti continui in sistemi digitali.

Per gli investitori, il consiglio è puntare su team con comprovata esperienza nella filiera e su proposte che dimostrino metriche chiare: customer acquisition cost, lifetime value, tasso di conversione B2B. Le startup che sapranno integrare tecnologia, relazioni locali e capacità di scalare con modelli replicabili avranno più chance di diventare scaleup europee.

In conclusione, la storia di successo di una startup foodtech italiana è quasi sempre il risultato di una progressione metodica: validazione locale, investimento in tecnologia operativa, accesso ai capitali e governance strategica. Con l’aumento degli investimenti e l’accelerazione dell’innovazione, il panorama nazionale potrebbe vedere nascere nei prossimi anni imprese in grado non solo di competere in Europa, ma di influenzare pratiche più sostenibili e trasparenti per tutta la filiera alimentare.

Satispay: il case study di un fintech italiano che ha ridefinito i pagamenti di prossimità

Nel panorama delle startup italiane, Satispay rappresenta uno dei casi più interessanti di come un prodotto semplice, una forte attenzione all’usabilità e un modello di distribuzione efficace possano scalare trasformando abitudini consolidate. Fondata con l’obiettivo di semplificare i pagamenti quotidiani, l’azienda ha saputo conquistare consumatori e commercianti grazie a una proposta alternativa alle carte tradizionali e ai circuiti bancari.

Introduzione: contesto e premessa
Il settore dei pagamenti è stato, negli ultimi dieci anni, terreno fertile per innovazioni fintech che hanno sfruttato il diffondersi degli smartphone, l’apertura normativa all’open banking e la domanda di soluzioni più economiche e user-friendly. In Italia, dove le preferenze d’uso verso contante e carte erano storicamente radicate, l’ingresso di nuovi operatori ha richiesto una strategia che unisse marketing locale, semplicità d’uso e relazioni con la rete di commercianti. Satispay ha lavorato proprio su questo equilibrio, puntando su un’app dal design minimale e su un sistema di conti indipendenti dalle carte per semplificare trasferimenti e pagamenti di prossimità.

Analisi: modello di business, crescita ed elementi distintivi
Il cuore del modello Satispay è l’account-based payment: gli utenti impostano un budget settimanale collegato al conto corrente, mentre i commercianti ricevono pagamenti che vengono poi trasferiti sui loro conti bancari. Questo approccio ha due vantaggi chiave: riduce i costi di intermediazione rispetto alle commissioni delle carte e semplifica l’esperienza utente eliminando la necessità di associare carte o numeri complessi.

Tra i fattori che hanno favorito la crescita emergono tre leve pratiche. La prima è il focus sui micro-pagamenti e sui volumi di transazione legati a caffè, ristoranti, e piccoli esercizi: qui l’efficienza delle commissioni e la velocità sono determinanti. La seconda è la rete di referral e incentivazione: promozioni per utenti e agevolazioni per i primi commercianti aderenti hanno generato effetti di rete locali. La terza è stata l’espansione progressiva dei servizi, aggiungendo funzionalità B2B (come strumenti per la fatturazione e la gestione dei pagamenti) e integrazioni con piattaforme di e‑commerce, che hanno aumentato il valore per entrambi i lati della piattaforma.

Dal punto di vista regolatorio e tecnologico, Satispay ha puntato sulla conformità PSD2 e su solide pratiche di sicurezza: la separazione del servizio di pagamento dall’infrastruttura bancaria tradizionale richiede rigore nella gestione dei fondi e comunicazione chiara con gli utenti, elementi che hanno costruito fiducia nel tempo.

Esempi concreti di impatto: un bar a gestione familiare in un centro urbano può ridurre i costi legati alle commissioni delle transazioni e velocizzare il flusso di cassa, mentre una catena di servizi locali può integrare Satispay per offrire pagamenti contactless e promozioni clienti senza ricorrere a infrastrutture complesse. Sul lato consumer, la semplicità dell’interfaccia e la trasparenza delle commissioni hanno trasformato l’app in uno strumento per pagamenti ricorrenti (spesa, bollette minori, abbonamenti locali).

Numeri e metriche (approccio qualitativo)
Più che fissare numeri specifici, è utile guardare alle metriche che spiegano perché il modello funziona: tasso di retention degli utenti, numero medio di transazioni per utente, percentuale di commercianti attivi rispetto agli iscritti e marginalità per transazione. Lavorando su queste variabili, Satispay è riuscita a creare una business unit capace di attrarre sia la domanda che l’offerta, trasformando un’app in un canale di accettazione per migliaia di esercenti di vicinato.

Implicazioni future: cosa insegnano i risultati e quali sono le opportunità
Il caso Satispay offre insegnamenti utili per altre startup fintech e per il settore finanziario in generale. Primo, la specializzazione su nicchie operative (micro-pagamenti per il retail di prossimità) può essere più efficace della competizione diretta con circuiti globali. Secondo, l’integrazione di servizi complementari (strumenti per l’impresa, programmi fedeltà, credito contestuale) apre nuove fonti di ricavo e fidelizzazione senza stravolgere l’esperienza utente.

Nel futuro prossimo, le opportunità più rilevanti per un’azienda come Satispay risiedono nell’embedded finance—offrire prodotti finanziari integrati dove il pagamento è solo il primo passo—and nell’espansione geografica con adattamenti locali. A livello competitivo, le banche tradizionali e le grandi piattaforme tech potranno rispondere potenziando le loro offerte per i piccoli esercizi; la chiave di successo per una startup rimane la capacità di mantenere vantaggi di costo, semplicità e una rete di esercizi fortemente aderenti.

Conclusione: un modello replicabile con attenzione al contesto
La storia di Satispay dimostra che, in mercati complessi e frammentati come quello italiano, l’innovazione di prodotto combinata con strategie di distribuzione locali può produrre crescita sostenibile. Per le startup che vogliono seguire questa scia, la raccomandazione è chiara: partire da un problema concreto, ottimizzare l’esperienza per l’uso quotidiano e costruire un ecosistema di servizi che aumentino valore e marginalità senza compromettere la semplicità che ha conquistato gli utenti.

Marketing in evoluzione: come AI, dati proprietari e short video riscrivono le regole

Nel giro di pochi anni il marketing è passato da campagne basate su reach e brand awareness a un mix sofisticato di automazione, personalizzazione in tempo reale e contenuti video brevi. Questa trasformazione non è soltanto tecnologica: sta ridefinendo budget, competenze e metriche aziendali. In questo articolo esaminiamo i fattori che stanno guidando il cambiamento, offriamo esempi pratici e mettiamo in luce le implicazioni future per brand e professionisti.

Contesto: il contesto competitivo è cambiato drasticamente. La progressiva scomparsa di cookie di terze parti, l’emergere di normative sulla privacy più stringenti e la diffusione di strumenti di intelligenza artificiale generativa hanno imposto nuovi paradigmi. Allo stesso tempo, i consumatori — soprattutto i più giovani — passano più tempo su format brevi (Reels, TikTok, YouTube Shorts) e chiedono esperienze pertinenti e immediate. Per molte aziende, la conseguenza è stata una transizione rapida verso strategie data-driven basate su dati proprietari e misurazioni di conversione più sofisticate.

Analisi con dati ed esempi: tre tendenze chiave guidano oggi il marketing:

1) Prima i dati proprietari. Con l’ecosistema cookieless, il valore dei dati di proprietà (CRM, interazioni in-app, iscrizioni newsletter, transazioni) è aumentato sensibilmente. I brand che investono in Customer Data Platform (CDP) e programmi di loyalty raccolgono insight che permettono segmentazioni più precise e campagne personalizzate. Un esempio pratico: un e‑commerce di abbigliamento italiano ha ridotto il costo per acquisizione del 20% adottando campagne basate su segmenti comportamentali estratti dal proprio CRM e attivando messaggi dinamici via email e push.

2) Intelligenza artificiale e automazione creativa. L’AI viene usata sia per automazione operativa (ottimizzazione bid, audience expansion) sia per generazione creativa (copy, varianti di visual, A/B test a scala). Aziende come piattaforme di streaming o retailer applicano modelli di raccomandazione per aumentare il valore medio dell’ordine e la retention. In parallelo, tool di generative AI consentono a PMI e marketer di produrre rapidamente decine di varianti creative per testare cosa funziona su diversi target.

3) Dominio dei contenuti video brevi e UGC. I formati brevi hanno mostrato tassi di engagement molto più elevati rispetto ai contenuti tradizionali. Brand che integrano contenuti user-generated e micro-influencer vedono spesso migliori performance in termini di autenticità e conversione rispetto a campagne mass media più costose. Un caso comune: una catena di ristorazione ha lanciato una serie di clip da 15 secondi con ricette rapide e recensioni di clienti locali, incrementando le visite in locale nel fine settimana.

Queste tendenze portano con sé nuove sfide misurabili: come attribuire correttamente il valore delle impression nella customer journey o come mantenere la coerenza del brand quando la produzione creativa è decentralizzata. Soluzioni emergenti includono test di incrementality, modelli di media-mix aggiornati e l’adozione di metriche di valore a lungo termine (LTV, retention) invece del semplice CPA.

Implicazioni future: cosa devono fare oggi i professionisti del marketing?

– Riorganizzare stack e competenze. Investire in tecnologie per la gestione dei dati di prima parte, piattaforme di AI etiche e strumenti di misurazione avanzata. Allo stesso tempo, sviluppare competenze creative che sappiano sfruttare l’AI senza perdere il controllo editoriale.

– Cambiare modello di spesa. Spostare parte del budget da media tradizionale a short video, creator marketing e soluzioni che favoriscano la fidelizzazione. Allocare fondi per test continui e per misurazioni incrementali.

– Puntare sulla trasparenza e sulla fiducia. Con normative come il GDPR e una crescente sensibilità del pubblico verso la privacy, i brand devono comunicare chiaramente come usano i dati e offrire valore in cambio dell’opt-in.

– Ripensare l’organizzazione creativa. I team marketing dovranno essere più agili, con cicli di produzione ridotti e capacità di sperimentazione continua. L’integrazione con creator esterni e micro-influencer diventerà routine.

Conclusione: il marketing contemporaneo è un ecosistema in evoluzione dove tecnologia, dati e creatività si intrecciano. Le aziende che sapranno combinare una solida strategia sui dati proprietari, strumenti di AI responsabili e contenuti video autentici saranno quelle in grado di ottenere vantaggi competitivi sostenibili. Per i marketer, la sfida non è solo adottare nuovi strumenti, ma ripensare processi, metriche e relazioni con il consumatore per costruire esperienze rilevanti e misurabili nel lungo periodo.

Lavoro: l’80% di chi sta cercando un’occupazione non si sente preparato

In mezzo alla crescente pressione per scoprire candidati ‘nascosti’, molti reclutatori si stanno rivolgendo all’Intelligenza artificiale. Tanto che il 59% di loro afferma che l’AI sta già aiutando a trovare candidati provvisti di competenze che altrimenti non sarebbero riusciti a trovare.

Oggi, nonostante siano in molti a pensare che nell’ultimo anno la ricerca di lavoro sia diventata più difficile, a livello globale oltre la metà delle persone (52%) è alla ricerca di un nuovo ruolo nel 2026. E tutte le generazioni, dai Baby Boomer alla Generazione Z, condividono la stessa difficoltà: non sanno come distinguersi nei nuovi processi di assunzione basati sull’AI.
Eppure, la maggior parte prevede di utilizzare proprio gli strumenti di Intelligenza artificiale nella ricerca di una nuova occupazione. Lo ha scoperto una ricerca di Linkedin.

È un mercato sempre più competitivo

In un mondo in continuo cambiamento e in forte competizione, la ricerca di LinkedIn mostra un divario sempre più ampio tra chi cerca lavoro e fatica a distinguersi e i reclutatori, secondo i quali è più difficile trovare talenti qualificati.

I dati della piattaforma mostrano che i candidati statunitensi per posizione aperta sono raddoppiati dalla primavera del 2022.
Quasi due terzi (65%) delle persone affermano poi che trovare lavoro è diventato più difficile, citando la concorrenza come ostacolo principale, seguita dall’incertezza sulla propria idoneità a ricoprire un ruolo e dalle lacune nelle competenze.

HR: in difficoltà a trovare talenti qualificati

I reclutatori quindi si trovano ad avere meno posizioni aperte da ricoprire e devono affrontare rischi maggiori.
Secondo due terzi (66%) dei reclutatori nell’ultimo anno è diventato più difficile trovare talenti qualificati, poiché si deve affrontare una pressione crescente per ricoprire le posizioni più velocemente (42%) e scoprire candidati ‘nascosti’ (39%).

Per questo, il 93% dei reclutatori afferma di voler incrementare l’uso dell’AI nel 2026. Due terzi di loro (66%) prevedono di aumentarne l’uso per i colloqui di preselezione, mentre il 70% ritiene che ciò aiuterà ad avere conversazioni più utili con i candidati.

L’AI aumenta la sicurezza durante il colloquio

Per quanto riguarda chi è in cerca di un’occupazione, l’81% sostiene di avere utilizzato o di voler utilizzare l’Intelligenza artificiale nella ricerca di lavoro, e quasi la metà (48%) dichiara che gli strumenti di Intelligenza artificiale aumentano la loro sicurezza nei colloqui.  

Dal canto suo, LinkedIn aiuta sia chi cerca lavoro sia chi seleziona le risorse umane a ‘cogliere il momento’, grazie a una rete che aiuta a prendere decisioni in modo rapido e sicuro e tramite strumenti di AI che stanno già producendo risultati concreti. 

Truffe digitali: il phishing punta sugli sconti (e sugli utenti distratti)

Ogni anno ci diciamo che “stavolta starò più attento”, soprattutto quando arrivano sconti e promozioni. Eppure, anche nel 2025, il mondo digitale ha mostrato quanto sia facile cadere nelle trappole costruite ad arte dai criminali informatici.

Le analisi di Kaspersky (fonte: Securelist) raccontano un panorama tutt’altro che rassicurante: truffe che imitano negozi online, attacchi alle piattaforme di gaming e campagne che si infilano nei periodi di shopping come l’acqua nelle crepe.

Sei milioni di tentativi di phishing

Tra gennaio e ottobre, la rete ha visto circolare un numero impressionante di tentativi di phishing: oltre 6,3 milioni bloccati dai sistemi Kaspersky. Quasi la metà puntava direttamente agli acquirenti online.
La strategia è semplice e terribilmente efficace: email che sembrano comunicazioni di banche, marketplace o servizi di pagamento, grafica convincente, toni rassicuranti… e un link che porta dritto nella trappola.

I gamer sotto attacco 

Ma non è solo lo shopping a far gola. Il 2025 è stato un anno di assalti anche al mondo del gaming, che ormai raccoglie milioni di utenti attivi ogni giorno. Più di 20 milioni i tentativi di attacco, con Discord che da solo ha “incassato” circa 18,5 milioni di rilevamenti. Numeri che fanno capire quanto i criminali cerchino di sfruttare luoghi percepiti come sicuri e conviviali.

A ciò si sommano oltre due milioni di tentativi di phishing basati su piattaforme note come Steam e PlayStation. Insomma, nessun gamer può sentirsi davvero al riparo.

Le offerte false sono sempre… di moda 

Novembre, si sa, è il mese in cui tutti cercano l’affare. Ed è il mese in cui i truffatori si sfregano le mani. Solo nelle prime due settimane Kaspersky ha individuato quasi 147 mila email di spam legate ai saldi, molte delle quali imitavano giganti come Amazon o Alibaba.
Anche servizi di streaming, come Netflix e Spotify, sono finiti nel mirino con centinaia di migliaia di tentativi di phishing.

I cybercriminali seguono le loro prede

Come ricorda Olga Altukhova, analista Kaspersky, oggi gli attaccanti si muovono esattamente dove noi trascorriamo le nostre giornate digitali: tra acquisti, chat, streaming e giochi. E il confine tra vero e falso è sempre più sottile.

Proteggersi è possibile (e anche facile)

Niente magie: basta controllare sempre mittenti e link, leggere le recensioni dei negozi sconosciuti, verificare gli addebiti in banca e non abbassare la guardia quando ci sembra di aver trovato “l’affare del secolo”.

Riscaldamenti accesi: come affrontare l’inverno senza salassi

Con l’accensione dei riscaldamenti in molte zone del Paese, torna anche il solito pensiero: quanto ci costerà quest’inverno? Le temperature scendono e i termosifoni si rimettono in moto, ma le bollette, purtroppo, non si scaldano da sole.

Secondo le stime di Facile.it, con le tariffe attuali del mercato libero una famiglia italiana può arrivare a spendere in media oltre mille euro per il solo gas: 1.024 euro, per la precisione. Una cifra che può far sudare anche nei mesi freddi. La buona notizia è che, con un po’ di attenzione, qualcosa si può fare.

La regola d’oro: non servono temperature bollenti

Partiamo da un principio semplice: non occorre trasformare casa nostra in un mini Sahara. Spesso ci abituiamo a tenere il termostato più alto del necessario, quasi senza pensarci. Eppure basta abbassarlo di un solo grado per risparmiare fino a un centinaio di euro in un anno. Non male, per una mossa che non costa nulla.

Anche ridurre il tempo di accensione aiuta: togliere un’ora al giorno ai termosifoni porta già a un taglio di una trentina di euro. E se si montano valvole termostatiche, la gestione diventa molto più intelligente: si scalda dove serve davvero, evitando di buttare via calore e denaro.

Caldaia efficiente e piccoli accorgimenti

La caldaia è un po’ il cuore del sistema, e un cuore controllato regolarmente funziona meglio. Anche se la revisione dei fumi segue tempi precisi stabiliti per legge, un controllo annuale prima dell’inverno è quasi sempre una buona idea. Una caldaia che lavora male consuma di più e, oltre a pesare sulla bolletta, può essere un rischio.

Poi ci sono quei gesti quotidiani che spesso dimentichiamo: non lasciare le finestre spalancate mentre il riscaldamento è acceso, non coprire i caloriferi, abbassare tapparelle e persiane quando arriva la sera. Piccole abitudini che sommate fanno una grande differenza.

Un buon isolamento è amico del risparmio

Chi ha la possibilità può considerare interventi di isolamento: cappotto termico, nuovi infissi, controsoffitti. Un lavoro ben fatto può ridurre i consumi fino al 20%. Sono investimenti importanti, certo, ma nel 2025 resta il Bonus ristrutturazione, che aiuta ad ammortizzare la spesa.

La tecnologia che evita sprechi

Anche la tecnologia può dare una mano concreta. Un termostato intelligente permette di gestire la temperatura in base alla vita reale di chi abita la casa, e anche da remoto. Le centraline automatiche, poi, regolano l’impianto in modo ancora più preciso, evitando picchi inutili.

Scegliere il fornitore giusto

Ultimo, ma decisivo: la scelta del fornitore. Facile.it calcola che tra l’offerta migliore e la peggiore possono ballare fino al 34%.

In pratica, scegliere male può significare pagare 300 euro in più. E cambiare contratto è gratuito, senza interruzioni: basta farlo con un po’ di anticipo.

L’IA rischia il “brain rot” quando sta troppo sui social 

Anche l’Intelligenza Artificiale si comporta come quella umana: l’eccessiva permanenza sui social e su contenuti virali, ma scadenti, può  danneggiare in modo permanente le capacità dei modelli di intelligenza artificiale. Lo rivela una ricerca statunitense, che spiega che il potere dei social network non influenza solo le persone. A quanto pare, può lasciare un segno anche sulle intelligenze artificiali.

Il nuovo studio, condotto da un team congiunto dell’Università del Texas ad Austin, della Texas A&M e della Purdue University, mette in guardia da un fenomeno già noto nel mondo reale: il cosiddetto “brain tot”, più o meno il “rimbambimento” . Un termine diventato familiare nel 2024, quando Oxford Dictionary lo ha eletto parola dell’anno per descrivere gli effetti della sovraesposizione a contenuti online poveri di qualità.

Quando i modelli imparano da fonti spazzatura

I ricercatori hanno scelto due grandi modelli linguistici open source molto diffusi, Llama di Meta e Qwen di Alibaba, per un test insolito. Hanno alimentato i sistemi con un’ampia raccolta di post altamente coinvolgenti ma sensazionalistici, tipici dei social media: frasi urlate, esagerazioni, “wow”, “guarda qui!”, promesse da clickbait.

Quello che è emerso è un calo netto delle prestazioni. I modelli hanno mostrato difficoltà nel ragionamento logico, peggioramento della memoria nei test di verifica e persino un indebolimento dei parametri legati all’allineamento etico. In alcuni casi, secondo lo studio, gli algoritmi hanno iniziato a mostrare risposte più impulsive e meno calibrate, definite dagli studiosi come “più psicopatiche”.

Un danno che resta

L’aspetto più preoccupante è che, una volta assimilati i dati “tossici”, i modelli non sono riusciti a recuperare pienamente neppure dopo essere stati rieducati con dati accurati e verificati. Una vulnerabilità non da poco, se si considera quanto spesso i social forniscano contenuti ai sistemi di addestramento.

Gli autori sottolineano che molti sviluppatori danno per scontato che ciò che appare sui social possa essere un buon alimento informativo, ma l’effetto può essere opposto: distorsione del ragionamento e perdita di controllo sulla qualità delle risposte.

Un circolo vizioso che rischia di non finire mai

Man mano che le IA generano contenuti ottimizzati per il massimo coinvolgimento, finiscono per alimentare la stessa spirale: ciò che producono torna nel flusso dei dati pubblici e diventa materiale di addestramento futuro. Un ciclo potenzialmente senza fine.

La voce dei ricercatori

“Viviamo in un’era in cui le informazioni crescono più velocemente della nostra attenzione”, afferma Junyuan Hong, tra gli autori dello studio.
“Se la tecnologia impara dai contenuti virali, rischiamo di comprometterne le basi cognitive. E una volta che il danno si insedia, non basta un addestramento pulito per cancellarlo”.

“Ci sta”: le 5 abitudini stagionali che ci fanno stare bene

Con l’arrivo dell’autunno si torna a ritmi più ordinati e organizzati: le giornate diventano più brevi, le temperature si abbassano e la routine prende il sopravvento, dopo le “follie” estive. È la stagione dei buoni propositi, dei piccoli rituali che scandiscono il tempo e delle sfide quotidiane che, pur sembrando faticose, finiscono per trasformarsi in qualcosa che “ci sta”.

Un sondaggio nazionale condotto da Sanbittèr con metodologia SWOA (Social Web Opinion Analysis) racconta quali sono le cinque abitudini più rappresentative di questo periodo.

Il piacere di una serata in casa

Dopo un’estate all’insegna delle uscite, il 65% degli italiani riscopre il valore del relax casalingo. Un libro, una serie tv o semplicemente la pace di casa diventano alleati preziosi per ricaricare le energie e godere di un tempo lento.

Palestra: dal dovere al (quasi) piacere

Classico buon proposito, ritornare in forma. Ma senza troppo stress. Con il 59% delle preferenze, il ritorno all’attività fisica si conferma una delle sfide più sentite.
All’inizio può sembrare un obbligo, ma presto diventa un appuntamento che aiuta a scaricare tensioni e a ritrovare vitalità. La palestra passa così da dovere a piacere.

Aperitivo post lavoro

Il 54% degli intervistati non rinuncia al rito serale che rende più leggero il rientro in ufficio.
Che sia con colleghi o amici, l’aperitivo rappresenta un momento di socialità autentica, capace di bilanciare la fatica delle giornate più intense.

Mettere ordine per ripartire

Il 48% associa l’autunno al bisogno di fare chiarezza. Come si fa? Sistemando: riordinare armadi, riorganizzare gli spazi o pianificare nuovi progetti sono attività non solo utili, ma anche liberatorie.
In questo modo di si libera del superfluo e ci si prepara ad affrontare nuovi inizi.

Check up di stagione

Infine, il 43% degli italiani sceglie questo periodo per i controlli di routine. Un gesto che, seppur percepito come un dovere, viene vissuto come una forma di attenzione verso sé stessi.
La salute prima di tutto.

“Ci sta”: accettare, ma con leggerezza

Lo studio evidenzia come l’espressione “ci sta” sia la chiave con cui molti affrontano l’autunno. Per oltre sei italiani su dieci significa accettare con filosofia impegni che pesano, ma che alla fine portano vantaggi concreti.

Allo stesso tempo, diventa il linguaggio della comfort zone: una formula che racchiude complicità, ironia e condivisione. L’autunno, tra sfide e routine, si rivela così la stagione in cui i piccoli doveri diventano occasioni di benessere. E sì, alla fine… “ci sta”.