Autore: giuliax56

e-commerce: in dieci anni le imprese italiane sono più che triplicate, +225,6%. Napoli guida la rivoluzione digitale

Secondo un’analisi condotta da InfoCamere – Unioncamere su dati di Movimprese alla fine del 2024 le aziende italiane di commercio online iscritte al Registro delle imprese delle Camere di Commercio erano 43.379. Rispetto al 2014 l’incremento registrato è di 30.058 unità. Si tratta di una variazione che in soli dieci anni è pari al +225,6%. E con oltre 4.000 imprese è Napoli a guidare questa rivoluzione digitale.

La rivoluzione portata dal commercio elettronico nelle abitudini degli italiani non ha solo cambiato la nostra società, ma ha prodotto trasformazioni visibili nel tessuto produttivo dei diversi territori del Paese. Anche in quelli tradizionalmente meno digitalizzati.

Sul podio per numero di unità Lombardia, Campania e Lazio

Alla fine del 2024 tra le regioni con il maggior numero di imprese operanti nel settore del commercio al dettaglio di qualsiasi prodotto effettuato via Internet al primo posto si posiziona la Lombardia, con 8.545 imprese, il 19,7% del totale.

Dopo la Lombardia si posiziona la Campania, con 6.484 imprese, il 14,9% del totale, e terza regione nella classifica è il Lazio, con 5.088 aziende di e-commerce, l’11,7% del totale.
Alle stesse tre regioni va anche il podio della crescita in valore assoluto nel decennio considerato. Sono infatti 6.014 imprese in più in Lombardia, + 5.170 quelle in Campania e + 3.499 quelle operanti nel Lazio. 

Campania, Calabria, Molise le regioni dal tasso di crescita più alto

A livello relativo, invece, la Campania guida la classifica delle regioni con il più alto tasso di crescita percentuale nel decennio, pari al +393,5%, seguita dalla Calabria (+294,2%) e dal Molise (+251,1%).

Si tratta di numeri che testimoniano una diffusione trasversale e ormai radicata di queste attività in tutti i territori italiani.
Nel confronto tra le province, è Napoli a conquistare il primato assoluto con 4.120 imprese di commercio online alla fine del 2024, per una quota che rappresenta il 9,5% del totale nazionale.

Napoli è la capitale della vendita online

Al capoluogo campano fa seguito Roma, con 3.999 imprese, pari al 9,2% del totale nazionale, e Milano, con 3.895, per una quota pari al 9%.
Ma Napoli si distingue anche per il maggior saldo assoluto di unità nel periodo considerato, pari a +3.418 imprese, e per la crescita percentuale più marcata, addirittura il +486,9%.

Il dato partenopeo evidenzia come la rivoluzione digitale non sia una prerogativa delle capitali economiche del Paese, ma un fenomeno distribuito, capillare, e con potenzialità forti anche in contesti tradizionalmente meno digitalizzati.

Nel 2025 si indebolisce il sostegno pubblico nei confronti dei rifugiati

Secondo il sondaggio di Ipsos, condotto in 29 Paesi in occasione della World Refugee Day 2025 che si celebra il 20 giugno, il sostegno all’offerta di rifugio a coloro che fuggono da guerre o persecuzioni, nonostante meno sentito rispetto agli anni scorsi, rimane forte, con il 67% a favore.
Sebbene l’opinione pubblica pensi che i governi più ricchi debbano fare di più, questo sentimento nei Paesi del G7è oggi più debole.

Svezia, Argentina e Paesi Bassi mostrano un forte sostegno al diritto di cercare rifugio e in Italia è d’accordo il 71%. Al contrario, in Ungheria, Indonesia e Corea del Sud circa due quinti della popolazione è in disaccordo con questo diritto.
E con l’aumento degli sfollati, e le istituzioni tradizionali di supporto sotto pressione, l’indebolimento del sostegno pubblico è una sfida significativa.

Ansie sulla sicurezza delle frontiere

Tuttavia, il sostegno è temperato dallo scetticismo. Preoccupazione primaria è la diffusa convinzione (54% in Italia) che molti richiedenti asilo siano principalmente migranti economici.
Questa percezione alimenta ansie sulla sicurezza delle frontiere e sull’integrazione dei rifugiati, portando in media il 49% a sostenere la chiusura completa delle frontiere. (Italia 40%).

Le preoccupazioni pratiche includono dubbi sulla capacità dei rifugiati di integrarsi nella società (43% Italia) e apportare contributi positivi (45% Italia).
Tra i fattori che contribuiscono a queste preoccupazioni, l’impatto negativo percepito sul mercato del lavoro, la cultura, lo stile di vita, l’economia nazionale, i servizi pubblici e la sicurezza nazionale.

In calo l’impegno personale

Nonostante le preoccupazioni, tre persone su dieci (38% nel 2024) continuano a sostenere attivamente i rifugiati, principalmente attraverso donazioni (11%) o impegno sui social media (10%).
Quote simili si registrano anche in Italia, dove la maggioranza (74%) afferma di non aver intrapreso azioni negli ultimi 12 mesi. 

Il calo nell’azione personale è diffuso, con tassi particolarmente elevati, in Giappone, Corea del Sud e Ungheria. Questo declino può essere attribuito al cambiamento delle priorità pubbliche, in particolare alle preoccupazioni economiche, oppure ai conflitti geopolitici in corso. 
Sebbene l’azione personale per sostenere i rifugiati sia diminuita emerge un chiaro consenso riguardo alla responsabilità delle nazioni più ricche: il 62% ritiene che abbiano l’obbligo morale di fornire assistenza finanziaria, quota che in Italia aumenta al 67%.

Dovere morale versus benefici attesi dall’aiuto

Questo senso di dovere morale non si traduce sempre in una convinzione di reciproco beneficio, con opinioni divise sul fatto che le nazioni più ricche traggano effettivamente vantaggio dall’aiutare i rifugiati nel lungo termine (52% d’accordo, 32% in disaccordo).
In Italia il 53% afferma di essere in accordo contro il 28% in disaccordo. 

Le persone vorrebbero vedere maggiori contributi finanziari da parte delle organizzazioni internazionali, come ONU e Banca Mondiale (42% Italia), proprio mentre gli aiuti all’ONU vengono drasticamente ridotti dai governi di altre nazioni più ricche (36% in Italia).
Ma una persona su sei (16%) vuole che il proprio governo faccia di più (18% Italia).

ChatGPT e sostenibilità: quanta energia e acqua consuma davvero l’IA?

L’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale torna sotto i riflettori. In un recente intervento sul blog ufficiale di OpenAI, il CEO Sam Altman ha reso pubblici alcuni dati relativi al consumo energetico e idrico dei modelli linguistici come ChatGPT, sollevando dubbi e domande sul futuro sostenibile di queste tecnologie.

Una richiesta a ChatGPT “beve” un quindicesimo di cucchiaino

Altman, come riferisce Adnkronos, ha stimato che ogni singola interazione con ChatGPT comporta un consumo medio di circa 0,000085 galloni d’acqua, equivalente a poco più di un quindicesimo di cucchiaino.

Per quanto la cifra possa sembrare trascurabile, su scala globale, l’uso massiccio di modelli linguistici potrebbe generare un impatto non indifferente sulle risorse idriche, soprattutto in aree soggette a stress climatico.

Energia: pochi secondi per noi, molto per l’ambiente

Sul fronte energetico, Altman ha indicato che ogni richiesta a ChatGPT consuma in media 0,34 wattora, paragonabile all’energia usata da un forno per circa un secondo o da una lampadina LED accesa per alcuni minuti. Sebbene il dato sembri contenuto, l’utilizzo quotidiano e crescente dell’IA – milioni di richieste al giorno – ne moltiplica l’effetto in modo esponenziale.

Il problema nascosto dei data center

OpenAI non ha fornito dettagli sulla metodologia adottata per arrivare a queste cifre, lasciando aperte molte domande, in particolare sulla variabilità dei consumi a seconda della posizione e dell’efficienza dei data center.

Diversi studi indipendenti, tra cui uno citato dal Washington Post, hanno mostrato come la produzione di contenuti con modelli di linguaggio avanzati possa richiedere risorse paragonabili a quelle utilizzate per generare una bottiglietta d’acqua, anche per un semplice testo di 100 parole.

L’intelligenza artificiale insegue la sostenibilità

Mentre la comunità scientifica avverte che entro il prossimo anno l’IA potrebbe superare il settore del mining di criptovalute in termini di consumo energetico, la richiesta di maggiore trasparenza e responsabilità ambientale si fa sempre più forte.

Secondo Altman, nel lungo periodo, l’efficienza dei sistemi IA dovrà aumentare al punto da rendere il loro costo “quasi equivalente” a quello dell’elettricità necessaria per alimentarli. La sfida è dunque aperta: riuscirà l’intelligenza artificiale a essere anche sostenibile?

Bio sì, ma con poca consapevolezza: quanto ne sanno davvero gli italiani?

Un italiano su due compra biologico, ma pochi conoscono davvero il significato del termine. Lo rivelano i dati di un’indagine presentata da Carrefour Italia e realizzata in collaborazione con l’istituto di ricerca Human Highway. Obiettivo: comprendere quanto ne sappiano davvero i nostri connazionali sui prodotti biologici.

Il dato più evidente? Nonostante il 57,5% degli italiani dichiari di acquistare prodotti biologici almeno due o tre volte al mese, la maggior parte lo fa senza avere una chiara conoscenza di cosa distingue realmente un alimento biologico da uno convenzionale.

Conoscenze a metà e false certezze

Solo l’11,6% degli intervistati dimostra di sapere con precisione quali criteri, secondo la normativa europea (Regolamento UE 2018/848), definiscano un prodotto come “biologico”. La restante parte della popolazione si divide tra chi è parzialmente informato ma incerto (30,9%), chi è fortemente confuso (33%) e chi ammette apertamente di non saperne nulla (24,5%).

Le nuove generazioni sembrano essere le più esposte ai luoghi comuni: la Generazione Z, in particolare, fatica a distinguere i dati concreti dalle semplificazioni spesso veicolate online.

Manca una vera cultura sul tema 

Molti italiani ritengono, erroneamente, che nei prodotti biologici sia vietato qualsiasi tipo di pesticida o fertilizzante: lo pensa circa l’80% degli intervistati. In realtà, la normativa consente l’uso di alcune sostanze naturali e approvate. Allo stesso modo, il 79,1% crede che negli allevamenti bio non sia consentito somministrare farmaci agli animali, neanche se necessario, quando invece è previsto un utilizzo limitato sotto controllo veterinario.

C’è anche chi collega automaticamente il bio al chilometro zero o lo associa esclusivamente alle piccole realtà agricole. Inoltre, circa la metà degli italiani crede che il cibo biologico sia sempre più nutriente, nonostante le evidenze scientifiche siano meno univoche.

Le scelte d’acquisto: freschi al top

Nonostante la confusione, l’interesse per il bio resta alto. Frutta e verdura sono in cima alla lista degli acquisti settimanali (63%), seguite da uova (56%) e latticini (45%). Il 60% dei consumatori riconosce i prodotti certificati grazie all’etichettatura, mentre il logo europeo dell’“eurofoglia” è identificato dal 28,7%.

Il prezzo resta l’ostacolo principale

Il costo più elevato rappresenta ancora la barriera più forte all’acquisto di prodotti biologici. Il 70% dei consumatori che li evitano lo fa per motivi economici.
A questo si aggiunge la difficoltà di accedere a informazioni chiare sui processi di certificazione, alimentando dubbi e scetticismo. Un segnale importante: il bio piace, ma ha bisogno di essere raccontato meglio.

Giovani italiani, addio sogni da influencer: meglio medici, prof ed esperti digitali

Chi l’avrebbe mai detto che le preferenze delle giovani generazioni sarebbero cambiate così in fretta? Eppure parlano i numeri: le scelte professionali under 30 si basano oggi su una scala di valori importante e molto concreta.

Lontani dai riflettori dei social, i giovani italiani sembrano sempre più orientati verso carriere solide, utili e in linea con le sfide del presente. È quanto emerge da un’indagine condotta da Spot and Web, che ha intervistato 650 ragazzi tra i 19 e i 28 anni, stilando la classifica delle professioni più desiderate. Il risultato? L’influencer non è più il sogno numero uno.

Voglia di concretezza: medicina e insegnamento al top delle scelte

A dominare le preferenze è la figura del medico, indicata dal 19% degli intervistati. Complici probabilmente le recenti modifiche legislative che rendono più accessibile l’ingresso alla facoltà di Medicina, la sanità torna ad affascinare i più giovani.

Segue a breve distanza l’insegnante, scelto dal 17%. Nonostante i noti limiti retributivi, l’idea del “posto sicuro” e l’impatto formativo su nuove generazioni confermano l’appeal della scuola.

Sicurezza informatica: cresce il fascino dello “007 del digitale”

In terza posizione troviamo una figura sempre più strategica: lo specialista in cybersecurity, con il 15% delle preferenze. L’interesse è alimentato da un mercato del lavoro in forte crescita: una azienda italiana su quattro cerca esperti in protezione dei dati, secondo uno studio Aipsa – Ambrosetti.

Matteo Adjimi, presidente di Argo, azienda attiva nell’intelligence digitale, sottolinea: “L’informatica non è più solo supporto, ma un fronte strategico per aziende e istituzioni. E i giovani lo hanno capito. La domanda è in forte espansione e le retribuzioni partono da 40.000 euro l’anno”.

Il mondo social perde appeal: creator solo quarti

La figura dell’influencer o content creator si colloca al quarto posto (13%). Nonostante la visibilità e i guadagni potenziali, questa carriera inizia a perdere fascino, soprattutto rispetto a ruoli percepiti come più stabili o rilevanti socialmente.

Segue al quinto posto il professionista dell’Intelligenza Artificiale (11%), nuova frontiera per gli appassionati di tecnologia. A chiudere la top ten: consulente di viaggio (8%), tecnico del fotovoltaico (7%), retail manager (4%), comunicatore e marketer (2%) e autista di mezzi pubblici (1%).

Tra stabilità e innovazione: così cambiano i sogni professionali

I giovani italiani sembrano riscrivere le regole dell’ambizione, puntando su carriere che uniscono impatto sociale, sicurezza economica e tecnologia. L’epoca del “diventare famosi online” lascia spazio al desiderio di utilità, competenze e futuro solido.

Deepfake: cresce la preoccupazione di cittadini e imprese a livello globale

Lo sviluppo delle tecnologie digitali, e in particolare dell’intelligenza artificiale, sta aprendo nuove frontiere in un’infinità di ambiti della vita. Però, accanto alle innegabili potenzialità, sorgono anche potenziali rischi che fanno paura. Uno dei più discussi è il fenomeno dei deepfake: contenuti video o audio manipolati con tecniche AI, capaci di simulare volti e voci in modo quasi indistinguibile dalla realtà.

Questa tecnologia, se non adeguatamente regolata, può causare danni gravi a persone, aziende e istituzioni, sfruttando in modo illecito l’immagine e la reputazione di individui o brand.

La consapevolezza è ancora limitata

Secondo uno studio condotto da Ipsos in collaborazione con Studio Previti Associazione Professionale, presentato il 6 maggio 2025 a Milano durante l’evento “Deepfake. Tra realtà e illusione”, la conoscenza del fenomeno è ancora frammentaria in Italia.

Il 38% degli intervistati dichiara di non sapere cosa siano i deepfake, mentre il 21% ne ha solo sentito parlare senza comprenderne a fondo le implicazioni. Solo il 41% mostra una conoscenza chiara del problema.

Le aziende sono più attente, ma ancora vulnerabili

Nel mondo delle imprese, la consapevolezza risulta più elevata: il 64% dei rappresentanti aziendali ha familiarità con il fenomeno, anche se il 26% ne ha solo una vaga idea. Solo una minoranza (10%) non ne ha mai sentito parlare.

Nonostante questo, ben 3 aziende globali su 4 temono che le fake news e i deepfake rappresentino un rischio serio per la loro reputazione e il loro business.

Chi è più esposto al rischio

L’indagine Ipsos evidenzia che i soggetti più vulnerabili sono gli anziani, i giovani e le persone con un basso livello di istruzione o scarsa alfabetizzazione digitale. Questi gruppi, meno preparati a riconoscere contenuti manipolati, sono le vittime ideali di truffe e campagne di disinformazione.

Soluzioni cercasi: tecnologia, regole, formazione

Per contrastare i deepfake, le soluzioni invocate da cittadini e imprese sono simili. Al primo posto ci sono i software di rilevamento delle manipolazioni (indicati dal 64% delle aziende e dal 47% dei cittadini), seguiti dalla richiesta di normative più chiare (42%) e sanzioni più severe contro truffe e furti d’identità (36%).

Nel frattempo, molte aziende si stanno attrezzando con team interni, tecnologie di monitoraggio e il supporto di consulenti legali specializzati. Solo una piccola percentuale (10%) non ha ancora adottato misure preventive.

Cosmetici e giocattoli: boom di segnalazioni in Ue 

I cosmetici si confermano anche quest’anno i prodotti più frequentemente segnalati in Europa per rischi sulla salute, secondo il report diffuso dalla Commissione europea.
Nel 2024, più di un allarme su tre (36%) ha riguardato prodotti cosmetici, seguiti dai giocattoli, che hanno rappresentato il 15% delle segnalazioni. Insieme, queste due categorie coprono oltre la metà delle notifiche totali.

Al terzo posto si collocano i dispositivi elettrici (10%), seguiti da motori per veicoli (9%) e prodotti chimici industriali (6%).

Sostanze vietate sotto osservazione

Secondo quanto riportato dalla Commissione, riferisce Askanews, la maggior parte degli allarmi è legata alla presenza di sostanze chimiche vietate o pericolose. Si parla, ad esempio, di cadmio, nichel e piombo in gioielli, aromi allergenici negli oli per il corpo e agenti chimici sintetici usati per ammorbidire la plastica, riscontrati in alcuni capi d’abbigliamento.

Molti di questi prodotti risultano importati principalmente dall’Asia o acquistati attraverso piattaforme di e-commerce, canali che aumentano il rischio di immissione sul mercato europeo di articoli non conformi alle normative di sicurezza.

Nel caso dei cosmetici, la problematica più diffusa riguarda la presenza del Bmhca, un aroma sintetico vietato nell’Unione europea perché potenzialmente irritante per la pelle e dannoso per il sistema riproduttivo.

Safety Gate: un meccanismo sempre più efficace

Il bilancio 2024 si basa sulle notifiche raccolte tramite il Safety Gate, il meccanismo europeo di allerta rapida sui prodotti pericolosi. Quest’anno sono stati registrati ben 4.137 allarmi, il numero più alto mai raggiunto da quando la piattaforma è operativa (dal 2003).

L’incremento delle segnalazioni viene interpretato dalla Commissione come un segnale positivo: significa che le autorità di vigilanza stanno utilizzando il sistema in maniera più efficiente e tempestiva per tutelare la sicurezza dei consumatori.

In arrivo maggiori controlli sul commercio online

Guardando al futuro, Bruxelles ha annunciato un piano per intensificare i controlli sulla sicurezza dei prodotti venduti via Internet.
In collaborazione con le autorità nazionali, è in preparazione la prima indagine a tappeto sui portali di e-commerce, che prevede una serie di verifiche simultanee per scovare violazioni delle norme europee a tutela dei consumatori.

Pet Economy: raddoppiano i servizi di wellness per gli amici a quattro zampe

Il futuro della Pet Economy mette sempre più al centro il benessere e la qualità della vita degli amici a quattro zampe. Oggi gli italiani non vogliono solo dar da mangiare al proprio cane o gatto, ma garantirgli una vita sana e felice.

I dati 2024 sulle quasi 27.000 imprese italiane del pet care rivelano infatti un forte spostamento dell’attenzione degli operatori da produzione e commercio verso i servizi.
In pratica, meno imprese sul lato dell’offerta di cuccioli e mangimi, più spazio per veterinari e servizi di benessere. Tanto che in dieci anni le imprese dei servizi di cura sono quasi raddoppiate.

In cinque anni +39,4% di veterinari

Secondo l’analisi condotta da Unioncamere e InfoCamere sui dati del Registro delle Imprese delle Camere di commercio, negli ultimi cinque anni il numero di imprese che operano nei servizi di cura per animali sono cresciute del 32%, con quasi 1.400 nuove attività.
Anche i servizi veterinari registrano un forte aumento (+39,4%), segno che gli italiani considerano i propri animali come membri della famiglia.

Nel decennio 2014-2024 il settore nel suo complesso è rimasto stabile (+0,05% variazione numero imprese), dimostrando una notevole capacità di adattamento alle trasformazioni indotte dalla crisi finanziaria e poi dall’arrivo della pandemia.
In questo duplice passaggio, la vera rivoluzione si è concretizzata nella redistribuzione delle attività. Dal 2014 le imprese dei servizi di cura sono quasi raddoppiate (+90,1%), mentre quelle nel commercio di animali sono diminuite del 17,5%.

Calano le attività di vendita di cuccioli

In 10 anni calano le imprese della vendita di animali (-10,6%) e di prodotti per animali (-10,6%). In forte calo quelle di allevamento di conigli (-21,6%) e ancor più, quelle attive nel commercio all’ingrosso di mangimi (-34,3%).

Il settore produttivo in maggiore crescita è quello degli alimenti per animali domestici (+28%), con cibi sempre più personalizzati e di alta qualità.
Interessanti anche le tendenze territoriali emerse dai dati. A livello complessivo, la Lombardia guida la classifica del comparto, con 3.860 imprese, seguita da Campania (2.871) e Lazio (2.770). Il Veneto è la regione con più allevamenti di conigli, mentre ancora la Lombardia primeggia nei servizi di cura con oltre 1.000 attività.

Non solo una trasformazione di mercato, ma un’evoluzione sociale

Il Sud Italia mostra una forte presenza nel commercio al dettaglio, con la Campania (1.612 imprese) e la Sicilia (1.083) in testa per negozi di piccoli animali.
Significativo il caso della Sicilia, che nonostante la contrazione generale del settore, mantiene una posizione di rilievo con 2.191 imprese complessive. 

Questi numeri raccontano una storia che va oltre le statistiche economiche, riflettendo un profondo cambiamento culturale nel rapporto tra italiani e animali domestici.
Non si tratta solo di una trasformazione di mercato, ma di un’evoluzione sociale che sta creando nuove opportunità di business e occupazione.

Climate Change: italiani più consapevoli ma scettici sull’efficacia delle azioni

Nonostante una crescente consapevolezza e attenzione verso le questioni ambientali, l’opinione pubblica mondiale resta divisa su chi debba davvero farsi carico del cambiamento. Se da un lato aumentano le persone che riconoscono l’impegno di aziende e governi, dall’altro permane un diffuso scetticismo sulle reali motivazioni e sull’efficacia delle loro azioni.

Emerge dalla Worldviews Survey sul Climate Change di WIN (Worldwide Independent Network of Market Research).
I dati per l’Italia, raccolti da BVA Doxa, raccontano che la sostenibilità resta un tema sentito, ma anche attraversato da forti contraddizioni.

Un mondo non privo di dubbi

A livello globale, si evidenzia una crescente attenzione verso l’ambiente e la sostenibilità. Il 66% delle persone riconosce che le aziende stiano agendo in materia di sostenibilità, in crescita rispetto al 58% degli anni precedenti. Anche la fiducia nei governi è in aumento: il 52% degli intervistati ritiene che le istituzioni pubbliche stiano mettendo in atto azioni concrete per affrontare le sfide ambientali (erano il 44% nel 2021).
Sul fronte personale, l’82% crede che le proprie azioni possano avere un impatto positivo sull’ambiente.

Tuttavia, accanto a questi segnali positivi, permangono ampi margini di scetticismo. Il 44% degli intervistati pensa che le aziende si impegnino per convenienza, mentre il 48% non è convinto dell’efficacia delle politiche ambientali dei governi. 

Il caso Italia: diffidenza e disillusione

Il quadro che emerge per l’Italia si discosta sensibilmente dalle tendenze globali, con livelli di fiducia notevolmente più bassi.
Sul fronte individuale, solo 1 italiano su 3 (34%) ritiene che le proprie azioni possano avere un impatto positivo sull’ambiente, con un andamento crescente all’aumentare dell’età: dal 27-30% nelle fasce più giovani fino al 48% tra gli over 64.

Particolarmente allarmante il dato relativo agli under25, tra i quali il 26% non crede affatto nella possibilità di incidere positivamente attraverso i propri comportamenti quotidiani.
Ancora più marcata la sfiducia verso il governo: appena il 5% degli italiani crede che le istituzioni stiano adottando misure adeguate alla tutela ambientale. Un dato uniforme su tutto il territorio nazionale e trasversale alle diverse fasce d’età.

Un segnale per istituzioni e imprese

Anche nei confronti delle aziende, il sentimento dominante è la diffidenza: solo l’11% degli italiani ritiene che la maggior parte delle imprese operi tenendo seriamente in considerazione i principi della Responsabilità Sociale d’Impresa e della sostenibilità. La percentuale sale leggermente tra i 35-44enni (15%) e nelle regioni del Sud e Isole (16%).

Tuttavia, il 50% degli italiani pensa che le aziende si impegnino solo per apparenza e un ulteriore 28% è convinto che agiscano esclusivamente in funzione del profitto.
I dati emersi sottolineano l’urgenza, soprattutto in Italia, di ricostruire una relazione di fiducia tra cittadini, imprese e istituzioni. L’impegno verso la sostenibilità deve essere accompagnato da maggiore trasparenza, coerenza e capacità di coinvolgere realmente le persone.

Economia e consumi: l’impatto dei dazi americani sul commercio europeo

Il dibattito sui possibili dazi imposti dagli Stati Uniti all’Europa sta monopolizzando l’attenzione pubblica. I numeri, però, mostrano un quadro più complesso: nel 2023, l’export europeo verso gli USA ha raggiunto i 504 miliardi di euro, mentre le importazioni dall’America si sono fermate a 347 miliardi di euro, con un saldo positivo di 157 miliardi per l’Europa.

Sul fronte dei servizi, invece, la situazione si inverte: l’export europeo vale 319 miliardi di euro, mentre l’import dagli USA supera i 427 miliardi, con un vantaggio di 108 miliardi per gli Stati Uniti. Il bilancio complessivo dell’interscambio risulta quindi in leggero favore agli USA, ridimensionando le minacce tariffarie americane.

Indicatori economici: segnali di stabilità

L’analisi dei primi mesi del 2025 mostra un’economia italiana che, pur tra le incertezze, non registra contrazioni. Gli indicatori di Confcommercio (ICC) segnalano una crescita destagionalizzata dello 0,2% a gennaio e dello 0,1% a febbraio.

A sostenere i consumi sono soprattutto il turismo e il tempo libero: settori come alberghi, ristoranti, trasporti e telecomunicazioni segnano decisi aumenti. Al contrario, beni di consumo come alimentari, mobili ed elettrodomestici risultano in calo, segno di un cambiamento nelle abitudini di spesa.

Inflazione sotto controllo

Sul fronte dei prezzi, le previsioni per febbraio indicavano un tasso del 2%, ma il dato effettivo si è fermato all’1,6%. A marzo si stima un lieve aumento all’1,7%, comunque un valore contenuto rispetto alle incertezze degli ultimi anni.

L’energia resta un nodo da sciogliere, ma non ci sono soluzioni a breve termine. L’Italia continua a essere vulnerabile agli shock esterni, con margini di intervento limitati.

Crescita e occupazione: segnali contrastanti

L’occupazione tiene, mentre la produzione industriale mostra segni di ripresa. Il turismo continua a essere un settore trainante, con presenze in aumento dell’8% rispetto al 2024 e del 18,2% rispetto al 2019. Nonostante i dati positivi per raggiungere l’obiettivo di crescita dello 0,8% nel 2025, sarà necessario un ulteriore slancio.

Un fattore chiave potrebbe essere una spinta fiscale a favore del ceto produttivo. Il peso delle imposte ha toccato il 42,6% nel 2024, rendendo urgente una riduzione delle aliquote per favorire i consumi e gli investimenti.

Consumi: settori in crescita e settori in crisi

L’ICC di febbraio mostra una contrazione dello 0,9% rispetto al 2024, con una riduzione della spesa per i beni (-1,7%) e un aumento dei servizi (+0,7%). I settori in maggiore espansione sono comunicazioni (+5,3%) e ristorazione (+1,3%), mentre mobilità (-5,9%) e beni per la casa (-1,3%) appaiono in difficoltà. Particolarmente colpito il settore automotive (-11,2%), mentre i trasporti aerei crescono del 7,1%.

Inflazione e prospettive future

Per marzo si prevede un’inflazione stabile, con una crescita dello 0,2% su base mensile e dell’1,7% su base annua. La stabilizzazione dei prezzi potrebbe restituire fiducia ai consumatori, incentivando una ripresa della domanda interna.

Per garantire una crescita sostenibile, sarà fondamentale rafforzare il legame tra redditi e consumi, evitando ulteriori freni all’economia italiana.