Autore: giuliax56

Mercato immobiliare: 300.000 famiglie escluse dalla compravendita

Nel complesso è stimato a 300.000 il numero di famiglie che, nonostante l’intenzione ad acquistare casa con mutuo, non riescono a concretizzare il proposito.
È quanto emerge dal 2° Osservatorio sul Mercato Immobiliare 2024 di Nomisma: negli ultimi 18 mesi il mercato immobiliare italiano evidenzia segnali di appannamento.

La flessione della domanda di acquisto si traduce in una riduzione tendenziale del numero di compravendite di poco inferiore all’8%. A ben guardare, sottolinea Nomisma, i riflessi sull’attività transattiva non nascono infatti da un cambiamento delle intenzioni di acquisto da parte delle famiglie, ma dalla drastica riduzione del loro potere d’acquisto, unita alla politica restrittiva di erogazione da parte degli istituti di credito.

Continua la crescita degli acquisti senza mutuo 

Il calo delle compravendite registrato nel 2023 è imputabile esclusivamente alla componente della domanda, uscita dal mercato in quanto dipendente dal credito bancario (-26%). Al contrario, gli acquisti senza mutuo continuano a crescere (+4,8%).

Nonostante l’ascesa dei valori, l’acquisto di immobili residenziali presenta ancora elementi di interesse per le famiglie che dispongono di risorse economiche sufficienti per operare senza la necessità del supporto bancario.
I prezzi delle abitazioni in ottimo e buono stato infatti sono cresciuti ancora, facendo segnare nel I semestre 2024 rispettivamente un aumento del +1,6% e del +1,4%.

… e quella dei prezzi delle abitazioni 

Si tratta di incrementi leggermente superiori a quelli registrati nel primo semestre dello scorso anno, che confermano il trend di ascesa dei prezzi delle abitazioni iniziato nel post pandemia.
Nello specifico, i prezzi delle abitazioni nuove si muovono in un range compreso tra il +0,4% semestrale di Torino e il +2,4% di Milano. Il capoluogo meneghino detiene anche il primato della variazione dei prezzi per le abitazioni usate, +2% a fronte di una crescita minima pari a +0,5% di Genova.

Se sul versante delle compravendite il rallentamento è comunque evidente, per le locazioni l’esuberanza continua a essere il tratto caratterizzante del mercato, soprattutto in relazione ai valori.

… e dei canoni di locazione

Sul mercato della locazione la crescita della domanda fa sì che nell’ultimo anno prosegua l’ascesa dei canoni (+2,5% semestrale).
A Torino e Firenze la crescita maggiore (+3% semestrale), ma considerando i canoni medi praticati, sono Milano, Roma e Firenze a esprimere i valori più elevati.

I tempi necessari a stipulare un contratto d’affitto si attestano in media intorno a 1,9 mesi, fatta eccezione per Bologna, dove basta poco più di 1 mese.
In ogni caso, dopo il ridimensionamento degli ultimi 18 mesi il mercato immobiliare italiano sembra destinato a riprendere una traiettoria ascendente. Ma il passo sarà tutt’altro che spedito, perché la prudenza degli istituti di credito non verrà immediatamente meno.

Vacanze estive: non importa dove, quello che conta è il buon cibo

Che siano al mare o i n montagna, quest’anno per gli italiani uno dei fattori determinanti del successo delle vacanze sarà mangiare bene. Secondo i dati di un sondaggio condotto da TheFork, la piattaforma di prenotazione ristoranti, la maggioranza degli intervistati (88%) si metterà in viaggio per una vacanza, e per quasi la totalità di chi partirà (96%) le ferie dovranno essere all’insegna del ‘buon gusto’, a prescindere dalla destinazione.

Oltre la metà (52%) dichiara inoltre  che vivere un’esperienza gastronomica piacevole è un fattore importante per poter passare bene le ferie, e il 44% lo ritiene addirittura molto importante.
“L’estate è un momento di forte stagionalità per i ristoranti – commenta Carlo Carollo, Country Manager di TheFork -. Che si vada in vacanza o meno, nessun italiano vuole rinunciare al piacere di mangiare fuori”.

La domanda è sempre la stessa: dove andiamo a mangiare?

Ma quali sono i criteri della scelta del ristorante? Il 79% degli intervistati predilige ristoranti che offrono piatti tipici della cucina locale, a dimostrazione che il turismo è profondamente legato al territorio, ai suoi prodotti e alle sue tradizioni culinarie.

Meglio ancora se l’offerta del menu proposto è stagionale (29%), se dalla struttura è possibile godere di una vista eccezionale (28%) o di una terrazza per poter consumare il pasto all’aperto (27%), ma anche se il ristorante ha a cuore il tema della sostenibilità (12%).
Inoltre, per orientarsi meglio nella varietà dell’offerta, il 68% sceglie il ristorante consultando recensioni e verificando le esperienze positive di altri utenti.

Il piacere di cenare fuori

Mediamente, la metà degli intervistati (51%) afferma che in vacanza andrà al ristorante più spesso del solito. Il 21% si recherà a mangiare fuori circa tre volte a settimana, il 20% due volte, il 13% sette volte.
Il 53% andrà al ristorante in occasione della cena, mentre il 43% opterà per il ristorante sia la sera sia a mezzogiorno, a seconda dei propri desideri. E gli utenti più ‘gourmet’ (18%), proveranno almeno un ristorante stellato.

Il budget destinato alla cena è più alto rispetto al pranzo. A mezzogiorno il 53% vorrebbe destinare meno di 20 euro a persona, mentre un 45% è disposto a spendere da 20 a 50 euro.
A cena invece, il 55% è disposto a spendere da 30 a 50 euro a testa, con un 6% disposto anche a pagare un conto superiore a 50 euro.

L’esperienza della cucina sociale

Sempre più interesse viene riscontrato dai ristoranti sociali, ovvero, quelli che puntano sulla ristorazione per aprire le porte dell’inserimento sociale e lavorativo a chi per motivi diversi incontra difficoltà nella vita di tutti i giorni o appartiene a minoranze.

Il 36% degli utenti TheFork è già stato ospite di un ristorante sociale, dichiarando di aver vissuto un’esperienza invariata rispetto ad altri ristoranti (84%), se non migliore (12%).
Tra chi non l’ha ancora fatto, l’81% sarebbe felice di fare questa esperienza, influenzato positivamente dall’opportunità di fare del bene (40%).

Benessere dei dipendenti e formazione aziendale: che relazione c’è?

Il benessere dei dipendenti è un tema di primaria importanza, anche per migliorare la produttività sul lavoro. Una persona che apprezza il proprio ruolo e la propria azienda si approccia alle mansioni con una disposizione più positiva ed efficace.

Non è difficile comprendere che il benessere dei dipendenti può essere significativamente influenzato dagli sforzi e dagli investimenti che un’azienda compie per loro. E tra questi rientra a pieno titolo al formazione. ASUS Business, in collaborazione con Astra Ricerche, ha esplorato la correlazione tra formazione e soddisfazione dei dipendenti nelle aziende italiane, per capire come questa influisca sulla loro motivazione e produttività.

Il valore del senso di appartenenza

La ricerca ha dimostrato che il senso di orgoglio e appartenenza verso la propria azienda migliora la situazione lavorativa di almeno 6 italiani su 10. Tuttavia, quando si parla del ruolo ricoperto, cala la percentuale di persone soddisfatte a fine giornata lavorativa.

Nonostante il 65% degli intervistati dichiari che le proprie competenze siano sfruttate appieno e che ci sia una crescita personale e professionale, una persona su due considera il proprio lavoro una grande fonte di stress. Circa il 35% degli intervistati non si sente tranquillo riguardo alle proprie performance, un problema sentito maggiormente dai dipendenti under 30. Con l’aumentare dell’età, la sicurezza in sé stessi migliora, ma lo stress aumenta, raggiungendo un picco tra i 30 e i 39 anni.

Retribuzione e valorizzazione

La retribuzione è un parametro fondamentale per sentirsi valorizzati. Più della metà degli intervistati ritiene che la propria retribuzione sia adeguata, ma il 46% non si sente sufficientemente valorizzato economicamente. Inoltre, il 47% non vede possibilità di carriera coerenti con le proprie aspettative. Le donne, in particolare quelle tra i 30 e i 39 anni, esprimono maggiore insoddisfazione rispetto agli uomini.

Competenze e formazione

Secondo il 75% degli italiani, sono essenziali le competenze specifiche del proprio ruolo. Le competenze digitali di base, quelle estese e la conoscenza del settore sono considerate indispensabili. Sono altrettanto importanti le soft skills, come la capacità di lavorare in team e risolvere problemi.

Tuttavia, gli intervistati lamentano la mancanza di occasioni di scambio e confronto con i colleghi, che vedono come un ostacolo all’acquisizione delle competenze necessarie. Solo il 31,6% ritiene la formazione aziendale sufficiente e adeguata.

Lo stato della formazione aziendale in Italia

Il 71% degli italiani fa formazione legata al proprio lavoro, ma solo il 56% dei dipendenti frequenta corsi sovvenzionati dall’azienda. Una parte significativa investe personalmente nella propria istruzione. La qualità della formazione è giudicata positivamente da meno del 30% degli intervistati, e quasi 8 su 10 ritengono che ciò che imparano abbia poca attinenza concreta con la loro professione.

Per migliorare la formazione, il campione suggerisce di basarla maggiormente sulle esigenze specifiche dei lavoratori, soprattutto in ambito linguistico e di gestione.

Conclusioni

La formazione aziendale ha un impatto significativo non solo sulle performance, ma anche sul benessere dei dipendenti. Tuttavia, la ricerca evidenzia che c’è ancora molto lavoro da fare. È fondamentale fornire ai dipendenti gli strumenti giusti per sviluppare le competenze necessarie, in particolare quelle digitali.

Clima: gli italiani hanno paura di dover cambiare stile di vita

Secondo i risultati dell’indagine commissionata da Finn Partners Research&Insights e condotta nei i 27 Stati UE su quasi 12mila cittadini, il 51% degli italiani considera il cambiamento climatico una minaccia per il proprio stile di vita nel prossimo decennio. Ma l’opinione dei cittadini UE sui risultati ottenuti dai governi nazionali nell’affrontare le questioni climatiche e ambientali è negativa. Meno di uno su cinque (17%, Italia 16%) ritiene che i governi abbiano ottenuto risultati per lo più buoni o molto buoni.

Inoltre, quasi la metà (46%) afferma che le misure adottate dal proprio governo nazionale in materia sono state per lo più scarse o molto scarse (Italia, 50%).
La UE ha ottenuto risultati migliori, ma solo marginalmente. Un quinto (20%, del campione totale e degli italiani) ritiene che i risultati siano stati buoni rispetto al 42% che li cita come scarsi, (Italia, 45%).

Paura per gli eventi estremi

Se il clima preoccupa più di pandemie (25%), immigrazione (20%) e Intelligenza artificiale (13%), in Europa le paure sono così forti che due terzi degli intervistati (66%) ritiene che gli eventi meteorologici estremi avranno un ruolo nella scelta del luogo in cui si vivrà nei prossimi 20 anni.

L’aumento delle temperature (44%), la siccità (30%) e le inondazioni (12%) sono gli eventi che preoccupano maggiormente i cittadini dei 27 Paesi UE. E la maggior parte (84%) degli intervistati è preoccupata per gli effetti di forti piogge, alluvioni o temporali violenti.

Eppure 60 milioni sono negazionisti

Nonostante la diffusa preoccupazione dei cittadini europei per il clima (il 79%, e l’86% in Italia, si preoccupa dell’impatto sulle prossime generazioni), esiste ancora una resistenza all’evidenza scientifica.
Il 10% degli intervistati (8% Italia) è dell’opinione che il cambiamento climatico causato dall’attività antropica non sia in atto, e un altro 3,5% (2% Italia) è dell’opinione che non ci sia un cambiamento climatico in atto.

A livello europeo, 60 milioni di persone negano che l’uomo sia la causa principale del cambiamento climatico o sostengono che non stia accadendo.
Contrariamente alle aspettative, gli anziani non sono più propensi a negare i cambiamenti climatici o ad attribuirli a processi naturali. Al contrario, i più giovani (tra 18-44 anni) sono leggermente più propensi al ‘negazionismo’ climatico (4%) o che non sia causato dall’uomo (11-12%).

Risparmiare energia ed evitare il fast fashion

Secondo lo studio, l’88% degli italiani concorda sul fatto che il cambiamento climatico sia un problema serio (82% UE).

L’83% degli italiani afferma di cercare di risparmiare ‘sempre’ o ‘spesso’ energia, (76% UE), e il 55% afferma di riflettere ‘sempre’ o ‘spesso’ sulle proprie abitudini di acquisto evitando brand di fast fashion o concentrando gli acquisti online per avere un’unica consegna (51% UE).
Gli italiani, poi, credono che il cambiamento climatico avrà un impatto sulle proprie vacanze, poiché d’estate farà troppo caldo (75%) e d’inverno ci sarà meno neve (47%), e sull’alimentazione, poiché alcuni prodotti come l’olio diventeranno molto costosi (49%).

La cybersecurity nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale generativa

Per quanto le soluzioni di Intelligenza artificiale siano state create a fin di bene è innegabile che possano causare vere e proprie catastrofi. Ad esempio, molte organizzazioni cybercriminali usano ChatGPT per creare testi più credibili ed efficaci da utilizzare nelle campagne di phishing. Sono infatti soprattutto le soluzioni di generative AI, in grado di addestrarsi su enormi quantità di dati e utilizzarli per creare contenuti con un grado variabile di innovazione, a rappresentare un’autentica rivoluzione a livello economico e sociale.

L’interesse per questa tecnologia ha contribuito a far crescere in modo esponenziale aziende del settore hi-tech, e le applicazioni pratiche sono già innumerevoli in diversi campi.
Ma l’AI generativa permette ai cybercriminali di creare minacce sempre più difficili da scoprire. Come i deepfake. 

Al servizio degli hacker

Gli hacker utilizzano l’AI per creare video e foto deepfake, contenuti digitali in cui viene utilizzato l’aspetto esteriore o la voce di personaggi pubblici per lanciare attacchi informatici basati sull’impersonation. Lo scopo è diffondere fake news o manipolare l’opinione pubblica.

Con campagne di phishing sofisticate, poi, gli algoritmi dell’AI possono analizzare enormi quantitativi di dati personali e creare email di phishing personalizzate. Queste comunicazioni risultano più convincenti per i destinatari, aumentando in modo significativo il tasso di successo delle offensive.
Ma con l’AI dalla propria parte, i cybercriminali possono anche sviluppare malware in grado di apprendere dall’ambiente in cui si trovano ed evolvere il proprio codice, così da aggirare eventuali misure di sicurezza. Caratteristiche che rendono ancora più complessa l’attività di rilevazione e contrasto ai virus.

Attacchi automatizzati e aggiramento dei sistemi di autenticazione biometrici

I sistemi basati sull’AI possono essere programmati per cercare e sfruttare in modo automatico eventuali vulnerabilità in reti informatiche e software. La velocità e l’incessante capacità di lavoro di queste macchine, aumenta l’impatto potenziale degli attacchi.

L’AI può essere usata anche per replicare i dati biometrici, come le impronte digitali o i pattern del viso utilizzati dai sistemi di rilevazione, per violare sistemi di sicurezza considerati sicuri. Oppure, nei cosiddetti attacchi ‘adversarial AI’, gli hacker inseriscono dati all’interno dei sistemi di Intelligenza artificiale allo scopo di far prendere decisioni errate, o farsi rivelare informazioni sensibili.

Evasione dei sistemi di rilevamento e ingegneria sociale

L’AI può essere usata, poi, per sviluppare cyberattacchi capaci di modificarsi in tempo reale onde evitare il rilevamento da parte dei sistemi di sicurezza, agendo direttamente sul proprio codice per rimanere al sicuro.

Ma i cybercriminali possono sfruttare la forza dell’AI per controllare le botnet, reti composte da dispositivi infetti per lanciare attacchi coordinati come i DDoS (Distributed Denial of Service). O per automatizzare e scalare attacchi di social engineering, creando profili social finti e interagendo con altri utenti per raccogliere info personali o diffondere contenuti pericolosi.
Del resto, l’AI amplifica le capacità degli hacker quando si tratta di sfruttare le vulnerabilità dei dispositivi IoT per accedere senza autorizzazioni a dati personali o aziendali.

Pasti insieme: per gli italiani è importante ritrovarsi a tavola con la famiglia

In Italia, il tempo trascorso in famiglia durante i pasti è considerato molto importante. Più della metà degli nostri connazionali (56%) desidera trovare più spesso occasioni per pranzare o cenare insieme alla propria famiglia, una percentuale che sale al 67% nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni. Per approfondire questo tema in occasione della Giornata Internazionale della Famiglia, che si celebra il 15 maggio, HelloFresh ha commissionato un sondaggio all’istituto di ricerca Censuswide per esaminare i trend e le abitudini a tavola e in cucina delle famiglie italiane.

Solo il 17% mangia da solo

Dalla ricerca, ripresa da Askanews, emerge che il 57% degli italiani condivide pranzi o cene con il proprio partner durante la settimana, di cui il 33% anche con i figli. Inoltre, il concetto di famiglia si evolve: il 6% dei partecipanti al sondaggio dichiara di condividere i pasti con amici e l’1% con coinquilini, mentre il 17% mangia da solo.

Il 60% del campione decide in autonomia cosa cucinare

Per quanto riguarda la suddivisione dei compiti culinari, il 59% degli intervistati afferma di decidere personalmente cosa cucinare, seguiti dalle madri (18%) e dai partner (16%). Solo il 2% indica i padri come responsabili della scelta del menù. Con l’età, aumenta l’autonomia nelle decisioni: tra i 16 e i 24 anni, il 54% afferma che la madre decide cosa cucinare, mentre tra i 35 e i 44 anni, il 66% prende personalmente questa decisione.

Chi è il miglior cuoco? Io!

Chi è il miglior cuoco della famiglia? Il 39% degli intervistati si autoproclama miglior cuoco, seguito dalle madri (26%) e dai partner (17%). Le nonne occupano il quarto posto (5%), mentre padri e fratelli/sorelle sono a pari merito con il 4%.

La mamma è sempre la mamma

Le mamme rivestono un ruolo centrale nel tramandare le conoscenze culinarie: il 64% degli italiani ritaglia del tempo per trasferire le proprie competenze gastronomiche alle generazioni più giovani. Quasi un terzo (32%) utilizza quotidianamente le capacità culinarie ereditate dai genitori o dai nonni, mentre il 50% le usa occasionalmente, il 14% raramente e il 2% mai. Inoltre, il 62% degli intervistati considera le madri come principale fonte di ispirazione in cucina, seguite dalle nonne (31%) e dai partner (20%). Chef famosi, amici e padri sono fonti di ispirazione rispettivamente per il 15%, 14% e 13%.

Lo schermo dei device è (quasi) sempre presente sulla tavola

L’uso di schermi tecnologici a tavola è una pratica comune per il 78% degli italiani, con il 48% che li utilizza quotidianamente. Solo il 15% dichiara di non usarli mai durante i pasti. La frequenza e la percezione dell’uso degli schermi varia con l’età: il 59% degli intervistati tra i 25 e i 34 anni li usa quotidianamente, mentre solo il 36% degli over 55 fa lo stesso. Inoltre, il 47% dei Baby Boomer vede negativamente l’uso degli schermi durante i pasti, contro solo il 19% della Generazione Z.

eCommerce B2c in Italia: nel 2024  raggiungerà i 38,6 miliardi di euro 

Il valore degli acquisti on line in Italia sta raggiungendo cifre immense. Secondo le ultime stime, raggiungerà i 38,6 miliardi di euro a fine 2024, con una crescita del +6% sull’anno precedente. Questi dati emergono dall’ultima indagine dell’Osservatorio eCommerce B2C Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano, presentata in occasione del Netcomm Forum.

I settori più performanti nell’eCommerce 

Quali nono invece i settori più dinamici? L’Arredamento e Home Living, Auto e Ricambi, e Food & Grocery mostrano un incremento superiore alla media. Beauty, Informatica ed Elettronica di consumo così come il comparto dell’Abbigliamento registrano una crescita in linea con il settore. L’Editoria invece resta stabile. La penetrazione dell’e-commerce sul totale degli acquisti Retail si mantiene all’11%, come nel 2023. 

Solo il 24,5% delle aziende con sito ha un alto grado di internazionalizzazione

Il presidente di Netcomm, Roberto Liscia, sottolinea che in Italia ci sono 88.000 aziende con un proprio sito e-commerce, concentrate soprattutto in Lombardia, Lazio e Campania. Tuttavia, solo il 24,5% di esse ha un alto grado di internazionalizzazione, evidenziando la necessità di un maggiore sviluppo in questo ambito.

Valentina Pontiggia, Direttrice dell’Osservatorio eCommerce B2C Netcomm – Politecnico di Milano, prevede che nel 2024 il mercato dell’e-commerce B2C crescerà del +6%, con Arredamento e Home Living (+12%) e Auto e Ricambi (+10%) come settori più performanti. Ha inoltre previsto che l’innovazione nell’esperienza utente, inclusa l’omnicanalità e l’utilizzo della Extended Reality, supporterà la crescita di settori come Arredamento e Auto. Dopo una contrazione nel 2023, Food & Grocery mostra una ripresa con un aumento dell’8%.

Le nuove frontiere dell’esperienza di acquisto on line

L’e-commerce italiano sta sperimentando l’utilizzo di tecnologie avanzate, come l’AI per la raccomandazione dei prodotti e le prove virtuali di abbigliamento. Queste innovazioni ampliano l’accesso all’acquisto per tutte le generazioni.

Il Delivery Index, realizzato da Netcomm in collaborazione con Poste Italiane, evidenzia che nel primo trimestre del 2024 sono stati spediti 186 milioni di pacchi, in aumento del 13,5% rispetto al 2023. Gli acquisti in Fashion & Sport, Informatica ed Elettronica di consumo, e Health & Beauty guidano questa crescita.

Le decisioni di acquisto e i metodi di pagamento

La ricerca mostra che il 38,9% delle decisioni di acquisto offline è influenzato da touchpoint digitali. Allo stesso modo, il negozio fisico orienta il 25% degli acquisti online, con particolare rilevanza in settori come Elettrodomestici e Arredamento.

Infine, l’uso del contante per gli acquisti online è in diminuzione, utilizzato solo dal 2,1% degli italiani. I metodi di pagamento più diffusi sono il Digital Wallet, la carta prepagata e la carta di credito.

Maturità e Università: i 5 peggiori consigli dei boomer agli studenti

Secondo un’analisi realizzata dall’app thefaculty, a gennaio 2024 il 71% degli studenti italiani è ancora molto indeciso sul proprio futuro. Le motivazioni principali dell’indecisione risultano collegate a uno scarso contatto tra scuola e mondo del lavoro, alle troppe opzioni disponibili, che creano negli studenti un costante timore di non riuscire a consultarle, e alle pressioni provenienti dalla famiglia e dall’esterno.

L’app thefaculty ha quindi stilato un elenco delle 5 peggiori frasi da dire a chi sta scegliendo la strada da prendere una volta concluse le superiori. Una mini-guida pensata per chi ha fratelli, amici, parenti che stanno vivendo questa delicata fase della vita.

I 5 peggiori consigli dei boomer

‘Se ti iscrivi a quell’università, avrai il posto in azienda assicurato’: nonostante sia una delle credenze più comuni, scegliere l’università pensando già a quale lavoro porterà è sbagliato e poco utile.
Soprattutto in questo periodo storico, dove il mondo del lavoro è in continua evoluzione, con nuove figure professionali che nascono e altre che si rinnovano, diventa quasi impossibile sapere oggi quale lavoro si andrà a fare tra qualche anno.

‘Aaah.. vorresti fare “x facoltà”? Ti piace la vita da disoccupato?’: se dovessimo contare tutte le persone che hanno studiato all’università una cosa e nella vita hanno fatto tutt’altro, risulterebbe una ricerca infinita. Piuttosto, qualsiasi scelta (universitaria o no) non sarà mai definitiva e si è sempre in tempo per cambiarla o modificarla.

“Se sceglierai questa università, dovrai trovare qualcuno che ti mantenga”

Si sa, università non è sinonimo di risparmio. Soprattutto se il corso che interessa si trova lontano da casa. Non tutte le famiglie hanno le stesse disponibilità economiche e la scelta di iscriversi all’università ricade un po’ su tutti i membri. Nonostante questo, non è giusto tarpare le ali se l’interesse di proseguire gli studi c’è. Piuttosto che dire ‘trova qualcuno che ti mantenga’, il consiglio di chiedere agli studenti ‘cosa ti riesce bene? Ci sono attività che non ti pesano e consideri più piacevoli di altre?’ e valutare in base alle risposte potenziali lavoretti da svolgere nel tempo libero dallo studio.

“Questa facoltà è troppo impegnativa per te. Perché non ne scegli una più semplice?”

Questo tipo di commento è da evitare come la peste, perché non fa altro che generare preoccupazioni e dubbi immotivati. Come scrive Ansa, gli studenti hanno bisogno di stimoli, non di essere scoraggiati.

Un altro commento deleterio è: ‘L’università è inutile, noi alla tua età avevamo già un lavoro’.
Dare consigli basandosi solo sulla propria esperienza, è la cosa peggiore da fare. ‘Esserci già passati’ non dovrebbe dare il permesso di suggerire interpretazioni drastiche, come ad esempio l’utilità o meno dell’università.
Il consiglio migliore da dare agli studenti ancora indecisi è ‘seguite le vostre passioni’ e non le scelte altrui. Più le scelte sono personali, più daranno soddisfazioni a lungo termine.

WhatsApp: in arrivo nuove regole per continuare a utilizzarlo in risposta a DMA e DSA

WhatsApp  cambia le regole, e in risposta alle esigenze imposte dai due regolamenti europei DSA (la legge sui servizi digitali), e DMA (la legge sui mercati digitali), Meta Platforms apporterà aggiornamenti significativi nei termini d’uso e nelle politiche sulla privacy della sua app di messaggistica.

Aspetto centrale di questi aggiornamenti sarà l’interoperabilità, imposta dal DMA, che obbliga WhatsApp a consentire la comunicazione tra la sua piattaforma e altre app di messaggistica di terze parti, previo il consenso da parte dell’utente.
In generale, le nuove modifiche, oltre a rafforzare la sicurezza dei dati degli utenti e garantire maggior trasparenza sul loro utilizzo, promettono di cambiare profondamente il modo in cui gli utenti interagiscono sia tra loro sia con le tecnologie emergenti.

L’interoperabilità al centro delle modifiche

In pratica, all’apertura della app dopo l’aggiornamento sarà necessario rispondere ‘Sì’ alla notifica di WhatsApp se si desidera o meno accettare le nuove norme per poter iniziare a usare la funzione di interoperabilità.

Il cambio di passo si realizza attraverso un meccanismo di opt-in, permettendo agli utenti di decidere attivamente se desiderano o meno comunicare con servizi esterni.
Nonostante le potenziali preoccupazioni riguardanti la sicurezza e lo spam, il cambiamento rappresenta un avanzamento significativo verso un ecosistema digitale più aperto e connesso.

In linea con il GDPR si riduce a 13 anni la soglia di età minima per l’accesso

Inoltre, con l’abbassamento dell’età minima per l’iscrizione alla piattaforma a 13 anni, WhatsApp si adegua alle realtà sociali e alle normative europee, riducendo quindi la soglia di età in linea con il GDPR, il regolamento generale europeo sulla protezione dei dati.

Questo cambiamento, influenzato dal DSA, si accompagna alla pubblicazione di materiali informativi e consigli di sicurezza destinati ai più giovani, incoraggiandoli a un utilizzo consapevole e sicuro della piattaforma.
In più, tramite la funzione ‘Richiedi informazioni sull’account’, ogni utente può richiedere ed esportare un rapporto sulle informazioni e sulle impostazioni del proprio account.

Le funzionalità si adeguano all’integrazione con AI e RA

L’impegno di WhatsApp nella protezione dei dati si manifesta con l’adesione al nuovo EU-US Data Privacy Framework, garantendo che i dati degli utenti europei siano trattati con elevati standard di sicurezza.

Tale rafforzamento del trasferimento dei dati assicura che le informazioni personali circolino liberamente e in sicurezza attraverso i confini, rispettando la privacy e la sovranità dei dati degli utenti.
Inoltre, vengono introdotte nuove funzionalità, come la trascrizione dei messaggi vocali e l’integrazione di Meta AI, che promettono di arricchire l’esperienza utente con tecnologie avanzate di Intelligenza artificiale e realtà aumentata.

Affitti: un mercato bloccato da abitazioni inutilizzate e dubbi dei proprietari

Emerge dalla prima edizione dell’Osservatorio Affitti 2023, condotto da Nomisma per conto di CRIF e in collaborazione con Confabitare: considerando che in Italia il 57% delle abitazioni è di proprietà e utilizzato come prima abitazione e un altro 11% rimane non utilizzato o non concesso in locazione, il mercato degli affitti non è tanto saturo quanto bloccato. Questo, nonostante le oltre 700.000 richieste di locazione del 2023.

Di fatto l’Italia presenta una sostanziale scarsità di offerta, che unita all’aumento generale dei prezzi degli ultimi due anni ha determinato un aumento dei canoni di locazione del +2,1%. Inoltre, l’accresciuta dimensione del mercato degli affitti brevi rende sempre più difficile l’individuazione di soluzioni abitative in locazione a medio-lungo termine.

Il 40% dei locatori ha avuto esperienze negative

Arriva al 30% la quota dei proprietari non disposti a concedere in locazione le proprie abitazioni. Quota che scende al 15% per chi dichiara di possedere 3 o più abitazioni oltre quella di residenza.
Escludendo chi non ha mai concesso in locazione immobili di proprietà, vi è poi un’ulteriore quota (circa il 10%) che dichiara di aver affittato in passato una o più abitazioni di proprietà, ma di non averne più intenzione.

Fra questi quasi il 40% ha avuto esperienze negative (sfratti, ingiunzioni di pagamento, mancati pagamenti) che li ha fatti desistere.
Ciononostante, attualmente la metà dei proprietari di immobili ‘extra’ oltre a quello di residenza o vacanza ha in locazione almeno un’abitazione, e un ulteriore 30% è pronto a concederla in locazione nel futuro prossimo.

Morosità e ritardi nel pagamento i problemi più diffusi

Stabilità contrattuale o tipologia di lavoro in generale e assenza di pendenze di pagamento sono le caratteristiche considerate più importanti dai locatori.
La morosità e i ritardi nel pagamento dell’affitto sono problemi diffusi, con quasi 1/3 dei locatori che ha subìto fenomeni di morosità e il 13% degli affittuari che dichiara di aver saltato almeno un pagamento.
Stessa dinamica anche rispetto a ritardi nel pagamento dell’affitto.

Nonostante le difficoltà, circa il 50% dei locatori preferisce attendere prima di intraprendere azioni legali per la morosità, facendo emergere il profilo di un ‘proprietario tollerante’.
La percentuale di chi decide di procedere per vie legali aumenta però con il numero di abitazioni possedute.

Arriva il servizio ad hoc

Per ridurre le attuali criticità nel mercato degli affitti, l’asimmetria informativa tra locatori e locatari rappresenta una sfida significativa.
Per affrontare questa disparità, CRIF ha introdotto il servizio ‘Affittabile’, che permette all’inquilino di qualificarsi di fronte al proprietario di casa attraverso un documento che da un lato attesta il livello di affidabilità del soggetto nel rispettare gli impegni di pagamento, dall’altro identifica il canone medio mensile sostenibile.

L’interesse per questo servizio è elevato sia tra i locatori (80%), sia tra i locatari (41%), indicando una crescente consapevolezza dell’importanza della trasparenza e della fiducia nel mercato della locazione.