Autore: giuliax56

Marketing in evoluzione: come AI, dati proprietari e short video riscrivono le regole

Nel giro di pochi anni il marketing è passato da campagne basate su reach e brand awareness a un mix sofisticato di automazione, personalizzazione in tempo reale e contenuti video brevi. Questa trasformazione non è soltanto tecnologica: sta ridefinendo budget, competenze e metriche aziendali. In questo articolo esaminiamo i fattori che stanno guidando il cambiamento, offriamo esempi pratici e mettiamo in luce le implicazioni future per brand e professionisti.

Contesto: il contesto competitivo è cambiato drasticamente. La progressiva scomparsa di cookie di terze parti, l’emergere di normative sulla privacy più stringenti e la diffusione di strumenti di intelligenza artificiale generativa hanno imposto nuovi paradigmi. Allo stesso tempo, i consumatori — soprattutto i più giovani — passano più tempo su format brevi (Reels, TikTok, YouTube Shorts) e chiedono esperienze pertinenti e immediate. Per molte aziende, la conseguenza è stata una transizione rapida verso strategie data-driven basate su dati proprietari e misurazioni di conversione più sofisticate.

Analisi con dati ed esempi: tre tendenze chiave guidano oggi il marketing:

1) Prima i dati proprietari. Con l’ecosistema cookieless, il valore dei dati di proprietà (CRM, interazioni in-app, iscrizioni newsletter, transazioni) è aumentato sensibilmente. I brand che investono in Customer Data Platform (CDP) e programmi di loyalty raccolgono insight che permettono segmentazioni più precise e campagne personalizzate. Un esempio pratico: un e‑commerce di abbigliamento italiano ha ridotto il costo per acquisizione del 20% adottando campagne basate su segmenti comportamentali estratti dal proprio CRM e attivando messaggi dinamici via email e push.

2) Intelligenza artificiale e automazione creativa. L’AI viene usata sia per automazione operativa (ottimizzazione bid, audience expansion) sia per generazione creativa (copy, varianti di visual, A/B test a scala). Aziende come piattaforme di streaming o retailer applicano modelli di raccomandazione per aumentare il valore medio dell’ordine e la retention. In parallelo, tool di generative AI consentono a PMI e marketer di produrre rapidamente decine di varianti creative per testare cosa funziona su diversi target.

3) Dominio dei contenuti video brevi e UGC. I formati brevi hanno mostrato tassi di engagement molto più elevati rispetto ai contenuti tradizionali. Brand che integrano contenuti user-generated e micro-influencer vedono spesso migliori performance in termini di autenticità e conversione rispetto a campagne mass media più costose. Un caso comune: una catena di ristorazione ha lanciato una serie di clip da 15 secondi con ricette rapide e recensioni di clienti locali, incrementando le visite in locale nel fine settimana.

Queste tendenze portano con sé nuove sfide misurabili: come attribuire correttamente il valore delle impression nella customer journey o come mantenere la coerenza del brand quando la produzione creativa è decentralizzata. Soluzioni emergenti includono test di incrementality, modelli di media-mix aggiornati e l’adozione di metriche di valore a lungo termine (LTV, retention) invece del semplice CPA.

Implicazioni future: cosa devono fare oggi i professionisti del marketing?

– Riorganizzare stack e competenze. Investire in tecnologie per la gestione dei dati di prima parte, piattaforme di AI etiche e strumenti di misurazione avanzata. Allo stesso tempo, sviluppare competenze creative che sappiano sfruttare l’AI senza perdere il controllo editoriale.

– Cambiare modello di spesa. Spostare parte del budget da media tradizionale a short video, creator marketing e soluzioni che favoriscano la fidelizzazione. Allocare fondi per test continui e per misurazioni incrementali.

– Puntare sulla trasparenza e sulla fiducia. Con normative come il GDPR e una crescente sensibilità del pubblico verso la privacy, i brand devono comunicare chiaramente come usano i dati e offrire valore in cambio dell’opt-in.

– Ripensare l’organizzazione creativa. I team marketing dovranno essere più agili, con cicli di produzione ridotti e capacità di sperimentazione continua. L’integrazione con creator esterni e micro-influencer diventerà routine.

Conclusione: il marketing contemporaneo è un ecosistema in evoluzione dove tecnologia, dati e creatività si intrecciano. Le aziende che sapranno combinare una solida strategia sui dati proprietari, strumenti di AI responsabili e contenuti video autentici saranno quelle in grado di ottenere vantaggi competitivi sostenibili. Per i marketer, la sfida non è solo adottare nuovi strumenti, ma ripensare processi, metriche e relazioni con il consumatore per costruire esperienze rilevanti e misurabili nel lungo periodo.

Italia, assunzioni: 1 su 4 riguarda un lavoratore straniero 

Nel 2025, in Italia, quasi un nuovo assunto su quattro non è italiano. Tradotto: circa 1 milione e 360mila ingressi di lavoratori stranieri, pari al 23% del totale. Il confronto con gli anni prima del Covid è impressionante e, se si torna al 2017, l’aumento sfiora il 140%.

I numeri arrivano dall’analisi dell’Ufficio studi della CGIA, costruita sui dati del sistema Excelsior di Unioncamere e del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Numeri che raccontano una realtà molto concreta.

I settori dove la presenza è maggiore

La distribuzione non è uniforme. In agricoltura, per dire, quasi metà delle nuove assunzioni riguarda personale straniero. Percentuali alte anche nella moda e nell’edilizia, mentre trasporti e pulizie restano comunque sopra il 25%. Se invece si guarda alle quantità assolute, la ristorazione la fa da padrona: cucine, sale e retrobottega sono oggi uno dei principali punti d’ingresso nel mercato del lavoro.

Subito dopo arrivano i servizi di pulizia e le attività agricole, segno che la domanda si concentra dove il lavoro è più faticoso o meno richiesto dai candidati locali.

Una risorsa concreta

Non si può più pensare che si tratti di una presenza temporanea. Secondo le stime della Fondazione Leone Moressa su dati INPS, i dipendenti extracomunitari sono quasi 2,2 milioni. In regioni come Emilia-Romagna, Toscana e Lombardia il loro peso sul totale degli occupati è tra i più alti del Paese.

Il motivo è semplice: l’Italia invecchia e nascono pochi bambini. Meno lavoratori giovani significa più difficoltà a sostenere pensioni e produzione, e la manodopera straniera diventa una risorsa concreta, se non indispensabile.

Niente mestieri “di nazionalità”

C’è poi un luogo comune duro a morire: quello delle professioni legate all’origine. In realtà le statistiche non parlano di etnie ma di cittadinanze, e non esistono dati che colleghino una nazionalità a un mestiere specifico.

Le concentrazioni che si vedono dipendono piuttosto da reti di contatti, occasioni disponibili sul territorio e ostacoli iniziali come lingua o burocrazia. È più una questione di opportunità che di predisposizione.

La mappa delle assunzioni

La crescita, però, ha una velocità diversa a seconda della geografia. Negli ultimi anni alcune regioni hanno registrato balzi molto più marcati di altre, e nel 2025 le percentuali più alte di ingressi stranieri si trovano nel Nord.

A livello provinciale spicca Prato, dove oltre metà delle nuove assunzioni riguarda lavoratori immigrati, mentre nelle grandi città è Milano a guidare per quantità complessiva, davanti a Roma e Verona.

Logistica, perchè è il motore che regge il Nord Ovest?

C’è un dato che più di altri racconta dove stiamo andando: nel Nord Ovest il 93% delle aziende considera la logistica un’attività strategica o comunque rilevante per il proprio business. Non un reparto di servizio, ma un vero snodo decisionale. A dirlo è l’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano, che ha presentato gli ultimi risultati durante un convegno a Torino dedicato a innovazione, AI e sostenibilità.

I numeri di un territorio che traina il Paese

Il Nord Ovest non è un’area qualunque: genera il 33% del PIL nazionale, il 38% delle esportazioni e concentra il 35% degli occupati. Non sorprende quindi che qui si produca il 44% del fatturato italiano della logistica conto terzi. Dopo la forte crescita del biennio 2021-2022, il settore ha rallentato nel 2023 – complice il calo delle tariffe del trasporto internazionale – per poi assestarsi, con una ripresa moderata, intorno ai 50 miliardi di euro nel 2025.

La logistica, che in Italia vale circa il 9% del PIL, è diventata un’infrastruttura invisibile ma decisiva. Paolo Giacobbe, ricercatore dell’Osservatorio, lo ha detto chiaramente: in un contesto incerto e competitivo, è la leva che garantisce continuità operativa e flessibilità alle imprese. Non più solo camion e magazzini, ma resilienza delle filiere.

Outsourcing e maturità manageriale

Negli ultimi quindici anni l’incidenza della logistica conto terzi è cresciuta costantemente: dal 36,4% del 2009 a circa il 43% nel 2023. Nel Nord Ovest il 71% delle aziende affida all’esterno le attività logistiche tradizionali e un ulteriore 12% estende la collaborazione a servizi a valore aggiunto.

Il motivo? Flessibilità (46%), possibilità di rimodulare il rapporto costo-servizio (36%) e riduzione dei rischi (22%). Le piccole imprese tendono a esternalizzare singole attività; le medio-grandi scelgono modelli più strutturati. Segno di una maturità crescente: solo il 7% considera oggi la logistica un’attività a basso valore aggiunto.

Intelligenza artificiale, dalla sperimentazione ai risultati

Un altro numero colpisce: il 30% delle aziende ha già adottato soluzioni di intelligenza artificiale in ambito logistico e supply chain. E l’81% di queste dichiara benefici concreti, soprattutto in termini di qualità dei processi e livello di servizio.

Come ha spiegato Marco Melacini, direttore scientifico dell’Osservatorio, la sfida non è più capire se usare l’AI, ma come integrarla nei modelli organizzativi. Solo l’11% punta alla sostituzione del lavoro umano; la maggioranza guarda al potenziamento delle competenze. Nei prossimi tre anni questa tendenza è destinata a rafforzarsi.

Sostenibilità, la partita che vale il futuro

Infine c’è la transizione green. Un’azienda su cinque la considera una priorità strategica. Gli investimenti riguardano illuminazione, impiantistica, gestione dei materiali, ma anche infrastrutture per la mobilità sostenibile interne ai siti logistici, già presenti nel 45% dei casi nel 2025.

Damiano Frosi, direttore dell’Osservatorio, ha sottolineato un punto chiave: tecnologia e immobili non bastano. Servono relazioni di filiera più mature e competenze capaci di governare il cambiamento. In altre parole, la logistica del futuro non è solo questione di mezzi, ma di mentalità. E il Nord Ovest, ancora una volta, sembra averlo capito prima degli altri.

Viaggiare: il turismo italiano diventa più consapevole

Dopo anni di crescita continua, nel 2025 il turismo italiano sembra rallentare un po’.  Non uno stop, piuttosto un cambio di passo. I numeri dell’Osservatorio Travel Innovation del Politecnico di Milano parlano chiaro: l’ospitalità arriva a 38,7 miliardi di euro, con una crescita contenuta del 2%, mentre i trasporti salgono a 27,5 miliardi (+5%).
Anche l’eCommerce, ormai abitudine consolidata, resta il canale principale di acquisto, ma senza gli scatti in avanti degli anni scorsi.

Dietro questi dati c’è un viaggiatore diverso. Più attento, meno impulsivo. Si spende un po’ meno, si sceglie meglio. Crescono le esperienze outdoor, spesso legate al bisogno di staccare davvero, mentre il turismo organizzato supera i 6 miliardi grazie a un calendario favorevole. Meno viaggi “tanto per partire”, più esperienze che abbiano un senso.

Viaggi di lavoro: conta il valore, non la quantità

Il cambiamento è ancora più evidente nel business travel. Nel 2025 la spesa delle aziende italiane per le trasferte scende del 3%, fermandosi a 21,5 miliardi di euro. Calano i viaggi brevi e ripetitivi, quelli che fino a poco tempo fa sembravano inevitabili. Crescono invece gli spostamenti in aereo e quelli legati a eventi, meeting e momenti di confronto collettivo.

Il lavoro ibrido ha fatto il resto, riducendo le trasferte interne e spingendo le aziende a chiedersi se un viaggio serva davvero. Come osserva Andrea Guizzardi dell’Osservatorio Business Travel, il viaggio d’affari non è più una routine logistica, ma una scelta strategica che tiene insieme efficienza, sicurezza e benessere delle persone.

L’intelligenza artificiale entra in valigia

Sul fronte dei viaggiatori, l’intelligenza artificiale non è più una curiosità. Un italiano su tre la usa già per pianificare il viaggio, cercare idee, costruire itinerari. E l’85% la considera uno strumento utile, se non indispensabile. L’obiettivo è chiaro: esperienze su misura, flessibili, capaci di lasciare spazio al relax.

Per le imprese del settore, però, la strada è più complessa. Gli investimenti in AI aumentano, ma i risultati faticano a essere concreti. Poche realtà hanno progetti davvero strutturati. Eleonora Lorenzini, direttrice dell’Osservatorio Travel Innovation, parla di un paradosso: tutti vedono il potenziale, pochi riescono a trasformarlo in valore reale. Il problema non è la tecnologia, ma la cultura del dato, la mancanza di competenze e di metriche chiare.

Il futuro passa dai dati (e dalle persone)

Secondo il Politecnico di Milano, il prossimo passo non sarà solo tecnologico. Servono visione, governance e collaborazione. I dati devono diventare un’infrastruttura condivisa, l’AI uno strumento comprensibile e misurabile, le startup un motore da sostenere davvero.

Perché il futuro del viaggio non si giocherà solo su algoritmi e piattaforme, ma sulla capacità di creare esperienze più intelligenti, più umane, più allineate a come viviamo oggi. I dati dell’Osservatorio Travel Innovation lo confermano: viaggiare resta centrale, ma non è più una fuga. È una scelta.

Desertificazione commerciale: l’effetto (brutto) dei negozi che chiudono

Serranda dopo serranda, in Italia stiamo assistendo da anni a un fenomeno preoccupante: la desertificazione commerciale. Prima chiude un negozi, poi un altro, e sembra quasi che sia la normale evoluzione delle cose. Poi ci si accorge che la vita di quartiere non esiste più. Il commercio di prossimità, quello che tiene insieme economia e relazioni, sta attraversando uno dei momenti più delicati degli ultimi decenni.

Negli ultimi 13 anni, nel nostro Paese sono sparite oltre 130 mila imprese del commercio al dettaglio. Oggi ne restano circa 645 mila, il 16% in meno rispetto al 2011. Numeri che raccontano una trasformazione profonda, non solo economica ma sociale.

Meno negozi significa meno servizi

Dietro a questi dati c’è il fenomeno della desertificazione commerciale. Meno negozi significa meno servizi, meno presidio del territorio, meno vita quotidiana. Lo studio “Il Valore della Reciprocità”, realizzato da Nomisma per l’Osservatorio Reciprocità e Commercio Locale, nasce proprio per capire cosa stia succedendo e perché.

Quando le attività commerciali spariscono, anche i quartieri – così come le piccole città – perdono di qualità e diventano più a rischio.  Aumentano i vuoti urbani e l’insicurezza, cala l’attrattività, si abbassa la qualità della vita. È un circolo che si autoalimenta e che, se non viene interrotto, lascia segni difficili da cancellare.

La reciprocità come collante invisibile

Al centro della ricerca c’è un concetto semplice, quasi antico: la reciprocità. Si tratta di fare qualcosa per il proprio ‘mondo’ senza pretendere subito un ritorno. Secondo Francesco Capobianco di Nomisma, la survey condotta a inizio 2025 mostra che gli italiani ne riconoscono il valore nella vita quotidiana, anche se spesso faticano a tradurlo in scelte concrete.

Eppure, quando si parla di negozi di vicinato, la consapevolezza c’è, eccome.  L’84% degli intervistati dice di sostenere l’economia locale. Non sono solo luoghi dove si compra: per l’81% rendono vivi i centri urbani, per il 72% hanno un impatto sociale positivo.

Il valore della vicinanza

Certo, restano delle criticità. I prezzi percepiti come più alti, la varietà limitata, la comodità di altre forme di acquisto. Ma a parità di qualità, la maggioranza degli italiani è disposta a spendere qualcosa in più, soprattutto per prodotti freschi e specialità locali.

E le previsioni indicano che questi acquisti potrebbero crescere nei prossimi anni.

Un Manifesto contro la desertificazione

La ricerca mostra poi che il 91% degli italiani considera la reciprocità un valore importante. Fiducia, etica, senso di appartenenza sono definizioni ricorrenti nelle risposte. Tanto che quasi una persona su due pensa di aumentare il proprio impegno sociale nel prossimo futuro.

Da qui nasce anche il Manifesto contro la desertificazione commerciale, promosso da Nomisma e Percorsi di Secondo Welfare: un invito aperto a territori, amministrazioni e cittadini a condividere idee e pratiche per mantenere i negozi aperti.

Lavoro: l’80% di chi sta cercando un’occupazione non si sente preparato

In mezzo alla crescente pressione per scoprire candidati ‘nascosti’, molti reclutatori si stanno rivolgendo all’Intelligenza artificiale. Tanto che il 59% di loro afferma che l’AI sta già aiutando a trovare candidati provvisti di competenze che altrimenti non sarebbero riusciti a trovare.

Oggi, nonostante siano in molti a pensare che nell’ultimo anno la ricerca di lavoro sia diventata più difficile, a livello globale oltre la metà delle persone (52%) è alla ricerca di un nuovo ruolo nel 2026. E tutte le generazioni, dai Baby Boomer alla Generazione Z, condividono la stessa difficoltà: non sanno come distinguersi nei nuovi processi di assunzione basati sull’AI.
Eppure, la maggior parte prevede di utilizzare proprio gli strumenti di Intelligenza artificiale nella ricerca di una nuova occupazione. Lo ha scoperto una ricerca di Linkedin.

È un mercato sempre più competitivo

In un mondo in continuo cambiamento e in forte competizione, la ricerca di LinkedIn mostra un divario sempre più ampio tra chi cerca lavoro e fatica a distinguersi e i reclutatori, secondo i quali è più difficile trovare talenti qualificati.

I dati della piattaforma mostrano che i candidati statunitensi per posizione aperta sono raddoppiati dalla primavera del 2022.
Quasi due terzi (65%) delle persone affermano poi che trovare lavoro è diventato più difficile, citando la concorrenza come ostacolo principale, seguita dall’incertezza sulla propria idoneità a ricoprire un ruolo e dalle lacune nelle competenze.

HR: in difficoltà a trovare talenti qualificati

I reclutatori quindi si trovano ad avere meno posizioni aperte da ricoprire e devono affrontare rischi maggiori.
Secondo due terzi (66%) dei reclutatori nell’ultimo anno è diventato più difficile trovare talenti qualificati, poiché si deve affrontare una pressione crescente per ricoprire le posizioni più velocemente (42%) e scoprire candidati ‘nascosti’ (39%).

Per questo, il 93% dei reclutatori afferma di voler incrementare l’uso dell’AI nel 2026. Due terzi di loro (66%) prevedono di aumentarne l’uso per i colloqui di preselezione, mentre il 70% ritiene che ciò aiuterà ad avere conversazioni più utili con i candidati.

L’AI aumenta la sicurezza durante il colloquio

Per quanto riguarda chi è in cerca di un’occupazione, l’81% sostiene di avere utilizzato o di voler utilizzare l’Intelligenza artificiale nella ricerca di lavoro, e quasi la metà (48%) dichiara che gli strumenti di Intelligenza artificiale aumentano la loro sicurezza nei colloqui.  

Dal canto suo, LinkedIn aiuta sia chi cerca lavoro sia chi seleziona le risorse umane a ‘cogliere il momento’, grazie a una rete che aiuta a prendere decisioni in modo rapido e sicuro e tramite strumenti di AI che stanno già producendo risultati concreti. 

SIC: nel 2023 vale 20,4 miliardi, lo 0,95% del PIL

Nel 2023 il valore economico complessivo del Sistema Integrato delle Comunicazioni (Sic) è stimato in 20,4 miliardi di euro, pari allo 0,95% del Pil. 
Si conferma la rilevanza della pubblicità online, che con 7 miliardi di euro (34,7% del Sic) e una crescita del 12,2%, amplia ulteriormente il divario rispetto alla raccolta pubblicitaria sui mezzi tradizionali, stabile a circa 5 miliardi (24,6% del Sic).

Quanto alla distribuzione delle risorse tra i diversi operatori, nel provvedimento rilasciato dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni nella seduta del 17 dicembre, nessuno degli operatori realizza ricavi superiori alla soglia del 20%. 
I soggetti con quote almeno pari all’1% restano dodici, gli stessi del 2022, pur con alcuni avvicendamenti nelle posizioni, e rappresentano congiuntamente il 69,3% delle risorse complessive.

Rai, Alphabet/Google, gruppo Fininvest, Comcast/Sky primi 4 operatori

I primi due operatori si attestano su valori superiori al 10%, gli operatori che superano la soglia dell’8%, pur rimanendo sotto al 10%, sono tre, uno in più rispetto al 2022.

Rai mantiene la prima posizione, con una quota del 12,3% (-0,7%) e Alphabet/Google conferma il secondo posto(11,8%, +0,4%), con una riduzione del divario tra primo e secondo operatore.
Seguono, il gruppo Fininvest (9,4%, -0,4%) e Comcast/Sky (9,2%, -0,75%).

Si conferma la rilevanza delle piattaforme online

Tra gli altri, si riscontra la rilevanza delle piattaforme online che vedono crescere il proprio peso sul totale delle risorse, con Meta/Facebook che occupa la quinta posizione e detiene una quota superiore all’8%. Amazon, Netflix e DAZN + si collocano al sesto, settimo e nono posto, con un’incidenza dei propri ricavi rispettivamente del 4,5%, 3,3% e 2,4%.

Sotto il profilo della composizione del Sic, considerando le aree di attività economica si evidenzia il ruolo prevalente dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, che con quasi 8,9 miliardi di euro assorbono il 44% delle risorse economiche complessive (-1,2%). All’interno dell’area, i servizi in chiaro (4,8 miliardi), registrano una lieve flessione (-1,3%), per la contrazione delle risorse provenienti da fondi pubblici, mentre i servizi a pagamento (3,5 miliardi), mostrano una dinamica positiva.

La radio cresce del 4,5%

La crescita della componente online (+20,9%), compensa ampiamente il calo del segmento tradizionale (-5%).
La radio, con il 7% dei ricavi dell’area, cresce del 4,5%. Seguono l’editoria elettronica e la pubblicità online, la cui incidenza sul Sic si avvicina al 36% (+2,2%) dovuto in particolare alla pubblicità online, che rappresenta il 97% del comparto.

L’editoria tradizionale scende al 14%: la contrazione delle entrate del 6,1% riflette la crisi strutturale del settore, che interessa vendita di copie e raccolta pubblicitaria.
Completano il quadro, la pubblicità esterna, con 715 milioni di euro (+8,8%) e un’incidenza del 4% sul Sic, e il cinema, 523 milioni di euro (+37,3%), grazie soprattutto alla crescita del box office.

Quali sono le tecnologie che stanno cambiando il volto delle imprese italiane?

Nel mondo dell’IT italiano, che corre veloce e spesso sorprende, restare fermi non è più un’opzione. Serve fiato, visione e la capacità di capire dove soffia il vento dell’innovazione.

È questo il contesto in cui si inserisce Innovation Telescope – Zoom Italy, il rapporto elaborato da Indra Group che fotografa con lucidità le tendenze tecnologiche destinate a incidere sul modo in cui aziende e istituzioni affronteranno i prossimi anni.

IA sempre più matura: dalle sperimentazioni ai risultati concreti

Tra le tecnologie che si stanno facendo largo, l’intelligenza artificiale è quella che più di tutte ha smesso di essere un concetto astratto per diventare un alleato operativo. Secondo lo studio, il 65 per cento delle organizzazioni italiane utilizza già l’IA generativa almeno in un’area aziendale. Non solo per automatizzare compiti complessi, ma anche per ridurre costi, personalizzare servizi e migliorare i processi decisionali.

Sanità, istruzione, manifattura e finanza sono i settori che più stanno beneficiando di questa spinta, mentre l’integrazione di analytics avanzati permette alle imprese di trasformare i dati in valore reale.

Calcolo quantistico: una frontiera che l’Italia vuole presidiare

Accanto all’IA si affaccia una tecnologia che, fino a pochi anni fa, sembrava appartenere alla fantascienza: il calcolo quantistico. L’Italia si sta muovendo con decisione, soprattutto in ambiti come finanza, logistica e ricerca scientifica. L’investimento pubblico nella Strategia Nazionale per le Tecnologie Quantistiche, pari a 227,4 milioni di euro, segna l’avvio di un ecosistema che punta a essere competitivo a livello europeo.

Il 2025, dichiarato dall’ONU Anno Internazionale della Scienza Quantistica, è destinato a dare ulteriore visibilità a un settore che, a livello globale, potrebbe valere quasi 100 miliardi di dollari entro il 2035.

Robot, cloud e sicurezza: verso un ecosistema più resiliente

La robotica di nuova generazione sta facendo breccia oltre la manifattura, raggiungendo sanità, energia e pubblica amministrazione. Si tratta di robot versatili, capaci di adattarsi e apprendere, pensati per lavorare accanto alle persone.
Intanto il cloud vive una fase di ripensamento: molte imprese stanno rivalutando soluzioni ibride e private, complice l’aumento dei costi dei servizi pubblici e la necessità di maggiore sovranità digitale.

Su un altro fronte, quello della cybersicurezza, la trasformazione digitale impone nuove difese. Zero Trust, risposta proattiva tramite IA e strategie di cyber-resilienza stanno diventando elementi imprescindibili. E, in un’epoca segnata da deepfake e disinformazione virale, cresce l’attenzione verso tecnologie come Web3 e sistemi di fiducia decentralizzati.

Il lavoro cambia volto

Entro pochi anni, metà dei lavoratori italiani sarà affiancata da strumenti basati sull’IA. Realtà aumentata, piattaforme collaborative e analytics stanno già ridefinendo routine, competenze e persino il benessere lavorativo.
Oggi, quasi l’80 per cento delle imprese italiane ha integrato almeno una tecnologia intelligente nei propri processi.

Truffe digitali: il phishing punta sugli sconti (e sugli utenti distratti)

Ogni anno ci diciamo che “stavolta starò più attento”, soprattutto quando arrivano sconti e promozioni. Eppure, anche nel 2025, il mondo digitale ha mostrato quanto sia facile cadere nelle trappole costruite ad arte dai criminali informatici.

Le analisi di Kaspersky (fonte: Securelist) raccontano un panorama tutt’altro che rassicurante: truffe che imitano negozi online, attacchi alle piattaforme di gaming e campagne che si infilano nei periodi di shopping come l’acqua nelle crepe.

Sei milioni di tentativi di phishing

Tra gennaio e ottobre, la rete ha visto circolare un numero impressionante di tentativi di phishing: oltre 6,3 milioni bloccati dai sistemi Kaspersky. Quasi la metà puntava direttamente agli acquirenti online.
La strategia è semplice e terribilmente efficace: email che sembrano comunicazioni di banche, marketplace o servizi di pagamento, grafica convincente, toni rassicuranti… e un link che porta dritto nella trappola.

I gamer sotto attacco 

Ma non è solo lo shopping a far gola. Il 2025 è stato un anno di assalti anche al mondo del gaming, che ormai raccoglie milioni di utenti attivi ogni giorno. Più di 20 milioni i tentativi di attacco, con Discord che da solo ha “incassato” circa 18,5 milioni di rilevamenti. Numeri che fanno capire quanto i criminali cerchino di sfruttare luoghi percepiti come sicuri e conviviali.

A ciò si sommano oltre due milioni di tentativi di phishing basati su piattaforme note come Steam e PlayStation. Insomma, nessun gamer può sentirsi davvero al riparo.

Le offerte false sono sempre… di moda 

Novembre, si sa, è il mese in cui tutti cercano l’affare. Ed è il mese in cui i truffatori si sfregano le mani. Solo nelle prime due settimane Kaspersky ha individuato quasi 147 mila email di spam legate ai saldi, molte delle quali imitavano giganti come Amazon o Alibaba.
Anche servizi di streaming, come Netflix e Spotify, sono finiti nel mirino con centinaia di migliaia di tentativi di phishing.

I cybercriminali seguono le loro prede

Come ricorda Olga Altukhova, analista Kaspersky, oggi gli attaccanti si muovono esattamente dove noi trascorriamo le nostre giornate digitali: tra acquisti, chat, streaming e giochi. E il confine tra vero e falso è sempre più sottile.

Proteggersi è possibile (e anche facile)

Niente magie: basta controllare sempre mittenti e link, leggere le recensioni dei negozi sconosciuti, verificare gli addebiti in banca e non abbassare la guardia quando ci sembra di aver trovato “l’affare del secolo”.

Riscaldamenti accesi: come affrontare l’inverno senza salassi

Con l’accensione dei riscaldamenti in molte zone del Paese, torna anche il solito pensiero: quanto ci costerà quest’inverno? Le temperature scendono e i termosifoni si rimettono in moto, ma le bollette, purtroppo, non si scaldano da sole.

Secondo le stime di Facile.it, con le tariffe attuali del mercato libero una famiglia italiana può arrivare a spendere in media oltre mille euro per il solo gas: 1.024 euro, per la precisione. Una cifra che può far sudare anche nei mesi freddi. La buona notizia è che, con un po’ di attenzione, qualcosa si può fare.

La regola d’oro: non servono temperature bollenti

Partiamo da un principio semplice: non occorre trasformare casa nostra in un mini Sahara. Spesso ci abituiamo a tenere il termostato più alto del necessario, quasi senza pensarci. Eppure basta abbassarlo di un solo grado per risparmiare fino a un centinaio di euro in un anno. Non male, per una mossa che non costa nulla.

Anche ridurre il tempo di accensione aiuta: togliere un’ora al giorno ai termosifoni porta già a un taglio di una trentina di euro. E se si montano valvole termostatiche, la gestione diventa molto più intelligente: si scalda dove serve davvero, evitando di buttare via calore e denaro.

Caldaia efficiente e piccoli accorgimenti

La caldaia è un po’ il cuore del sistema, e un cuore controllato regolarmente funziona meglio. Anche se la revisione dei fumi segue tempi precisi stabiliti per legge, un controllo annuale prima dell’inverno è quasi sempre una buona idea. Una caldaia che lavora male consuma di più e, oltre a pesare sulla bolletta, può essere un rischio.

Poi ci sono quei gesti quotidiani che spesso dimentichiamo: non lasciare le finestre spalancate mentre il riscaldamento è acceso, non coprire i caloriferi, abbassare tapparelle e persiane quando arriva la sera. Piccole abitudini che sommate fanno una grande differenza.

Un buon isolamento è amico del risparmio

Chi ha la possibilità può considerare interventi di isolamento: cappotto termico, nuovi infissi, controsoffitti. Un lavoro ben fatto può ridurre i consumi fino al 20%. Sono investimenti importanti, certo, ma nel 2025 resta il Bonus ristrutturazione, che aiuta ad ammortizzare la spesa.

La tecnologia che evita sprechi

Anche la tecnologia può dare una mano concreta. Un termostato intelligente permette di gestire la temperatura in base alla vita reale di chi abita la casa, e anche da remoto. Le centraline automatiche, poi, regolano l’impianto in modo ancora più preciso, evitando picchi inutili.

Scegliere il fornitore giusto

Ultimo, ma decisivo: la scelta del fornitore. Facile.it calcola che tra l’offerta migliore e la peggiore possono ballare fino al 34%.

In pratica, scegliere male può significare pagare 300 euro in più. E cambiare contratto è gratuito, senza interruzioni: basta farlo con un po’ di anticipo.