Badge aziendale: vantaggi per il datore di lavoro ma anche per i dipendenti


L’utilizzo di un badge timbratura che possa registrare gli ingressi e le uscite dei dipendenti dai locali in cui avviene svolta l’attività lavorativa, comporta dei vantaggi sia per il datore di lavoro che per i dipendenti stessi.

Sicuramente per il datore di lavoro vi è il vantaggio di poter controllare in maniera precisa la presenza in sede dei propri dipendenti e gli orari di ingresso e di uscita, verificando che questi possano essere rispettati ogni giorno. Per quel che riguarda i dipendenti invece, questi hanno il vantaggio di sapere che tutto il proprio lavoro effettuato venga riconosciuto in maniera automatica.

Rilevazione automatica e comunicazione degli orari all’ufficio buste paghe

In particolar modo il badge si interfaccia con un sistema di regolazione degli ingressi che si attiva ogni qualvolta esso viene inserito o avvicinato al lettore, registrando così l’evento e dando conferma tramite un apposito avviso acustico.

Dunque il badge aziendale è un efficace strumento di rilevazione degli accessi in grado di contenere informazioni personali relative a ciascun possessore, motivo per cui non può essere ceduto ad altri colleghi di lavoro. Non appena il badge viene effettuato per l’accesso, l’ingresso o l’uscita vengono rilevati e inviati ad appositi server. A questo punto uno specifico software si occupa di processare i dati e di inviare le informazioni necessarie all’ufficio buste paghe, anche relativamente ad eventuali ritardi di ingresso o di uscita.

Badge magnetici e di prossimità in base alle proprie necessità

Cotini srl propone sia badge di prossimità, i quali funzionano semplicemente avvicinando il badge al lettore, che magnetici. Possono essere acquistati totalmente di colore bianco oppure personalizzati tramite numero progressivo, ragione sociale o logo dell’azienda abbinato alla fotografia del dipendente, così da facilitare le operazioni di riconoscimento.

Questi badge possono essere acquistati in lotti che partono da 10 pezzi e possono essere programmati in base alle proprie necessità. Il peso di ciascun badge è di circa 5 grammi e la capacità di memoria è di 1 Kbyte.

Come diventare un esperto di make-up

Se ti piace il mondo dell’estetica e della cura della persona, esiste una professione che oggi è in grado di offrire parecchie opportunità di lavoro. Studiare make-up professionale può aprire infatti diverse porte e consentirti di trasformare la tua passione in una professione. Oggi ti spieghiamo come fare.

Come accennato, diventare un truccatore professionista offre una vasta gamma di opportunità di lavoro, ma per questo devi prima allenarti bene sul campo e conoscere ogni segreto di questo settore.

L’importanza di una formazione adeguata

Il consiglio più importante è quello di optare per un corso make-up professionale, che ti fornirà gli strumenti e le conoscenze necessarie in modo da poter diventare l’esperto di make-up che sogni di poter essere.

Con questa formazione acquisirai le competenze necessarie per dirigere e organizzare lo sviluppo di servizi estetici, pianificare ed eseguire trattamenti estetici relativi all’immagine e al benessere dei tuoi clienti.

Studiando il make-up professionale imparerai una serie di tecniche fondamentali su come preparare la pelle ad applicare il trucco, nonché gli strumenti più adeguati con i quali dovresti eseguire ogni attività.

Frequentando il corso make-up organizzato da Academia BSI scoprirari tali tecniche nonché i migliori prodotti esistenti sul mercato ed il come applicarli o quando utilizzarli correttamente. Infine, vedrai aspetti più tecnici del trucco come correzioni del viso e procedure di applicazione.

Diverse opportunità di lavoro

L’obiettivo del ricevere una formazione professionale specifica sul trucco è quello di specializzarsi come professionista, per poter così lavorare in questo settore e ottenere un lavoro in una qualsiasi azienda del settore. Tra questi centri estetici, SPA, saloni di bellezza o lavoro in proprio, ad esempio, nei quali puoi creare tutti i tipi di look ed imparare ad adattare le diverse tecniche ad ogni persona.

Tanti sono anche gli sbocchi professionali all’interno di aziende cosmetiche nazionali e internazionali, una grande opportunità di lavorare a fianco dei principali marchi del settore con la possibilità di migliorare professionalmente e viaggiare in tutto il mondo.

Molti make-up specialist lavorano invece per riviste, passerelle o mondo della moda in generale. Per lavorare in questo settore dovrai essere particolarmente abile nel truccare bene le modelle e farle apparire perfette nei servizi fotografici.

Il sogno di molti professionisti del settore è infine quello di lavorare per il cinema, TV, fotografia, teatro. Il settore dell’industria audiovisiva offre infatti ampie possibilità. Programmi, serie TV, notiziari, documentari, film…la gamma è molto ampia.

Differenziarsi dai concorrenti

Il consiglio è dunque proprio quello di specializzarti in un determinato ambito dell’estetica e lavorare per differenziarti dagli altri professionisti del settore, così da avere più opzioni per trovare un lavoro come make-up specialist.

Puoi anche proporti come libero professionista, offrendo i tuoi servizi per eventi, occasioni speciali, matrimoni e persino trasferirti nel luogo in cui le persone interessate richiedono i tuoi servizi. Per fare ciò devi lavorare sul tuo brand personale e fare affidamento sui social network o altri canali di comunicazione. È fondamentale per questo offrire un servizio diverso e di primo livello.Studiare il trucco professionale è dunque un’opzione ideale per trasformare la tua passione in una professione e avviarti così nel settore della cura personale e della bellezza. In Academia BSI riceverai la formazione di cui hai bisogno per raggiungere il tuo obiettivo.

IWM | Ottima Acqua dal Rubinetto di Casa

L’acqua è una ricchezza essenziale nella nostra esistenza poiché aiuta a mantenere il nostro organismo ben idratato ed efficiente nel corso del tempo. Il dilemma è sempre il solito: meglio bere acqua in bottiglia o l’acqua del rubinetto?. Il mercato ci offre una vastissima scelta di acque imbottigliate che cambiano composizione a seconda dei minerali e delle sostanze utili all’organismo che contengono eppure, se si esula dall’ambito dell’acqua destinata ad essere bevuta, in quanti utilizzano acqua imbottigliata per scopi differenti dal berla, quale lavare le stoviglie, riempirne per bollire, fare un caffè e simili? La maggior parte delle persone utilizza l’acqua del rubinetto. Oppure per un gesto tanto quotidiano quale è quello di lavarsi le mani, i capelli o fare una doccia? Certamente nessuno la utilizza. In pochi tengono però in considerazione il percorso che l’acqua attraversa fino ai nostri lavandini. E parliamo delle tubature, spesso e volentieri vecchie ed incrostate, tralasciando quelle notizie allarmanti che ogni tanto si sentono, sulla presenza in essa di elementi nocivi come l’amianto o addirittura arsenico e tallio. Spesso notiamo un cattivo odore o sapore nell’acqua che prendiamo dal rubinetto, come una scarsa limpidezza e così via, tutti elementi che inducono ad acquistare casse già imbottigliate, con un certo costo nel tempo. Un’acqua non pura può a lungo andare intaccare la cute, anche a livello microscopico, se si pensa al semplice gesto di lavarsi le mani, inaridire i capelli e creare altri piccoli danni che sfociano inevitabilmente nella ricerca di un rimedio per ristabilire equilibri anche dermici intaccati, con il loro relativo costo. La soluzione è quella di installare in casa un depuratore acqua. Ma quale, fra tutti quelli presenti sul mercato? Se si punta all’eccellenza allora vuol dire scegliere IWM. L’IWM, International Water Machines è l’azienda leader nel trattamento delle acque potabili. I suoi depuratori garantiscono una purezza dell’acqua al 100%, leggera ed oligominerale, priva di calcare e di tutte quelle sostanze che appesantiscono il lavoro del nostro organismo, ideale sia ad uso alimentare che domestico in generale ad un costo molto vantaggioso nel tempo.Sul sito internet è possibile visionare i prodotti IWM per avere anche un riscontro visivo, altrimenti basta chiamare il numero verde: 800 800 813 per poter porre le proprie domande o curiosità.

Giochi gonfiabili: attira più clienti!

Ah che bello uscire la sera, andarsi a mangiare qualche piatto tipico in un bel ristorante, fare quattro chiacchiere con gli amici o semplicemente con il tuo partner, godersi l’atmosfera del posto … Come dite ? I figli ? Ah è vero … è per questo che la maggior parte delle coppie non mette mai il naso fuori di casa ? Bene, facciamo qualcosa per loro. Sei hai un ristorante, una trattoria, una pizzeria, ed hai spazio a sufficienza, pensa a come poter intrattenere i bambini mentre i genitori si godono la serata. Una soluzione arriva dai giochi gonfiabili: facili da installare, fanno divertire i bambini e, sotto la semplice supervisione (non sempre necessaria) di una “baby sitter”, consentono la massima distrazione ai tuoi amati clienti ! Vedrai quanti coperti in più riuscirai a fare, e non solo nei week end ! Attenzione però: ci sono precise disposizioni in materia, quindi è bene affidarsi ad aziende che si occupano di giochi gonfiabili da una vita, e lo fanno nei migliori dei modi. Go Leisure, che ha la propria sede a Biassono, produce ed installa giochi gonfiabili, scivoli, scenografie, giochi acquatici e molto altro, tutto con la formula “chiavi in mano”. Avrai la sicurezza che i giochi siano a norma e la garanzia di un fornitore ti seguirà per tutte le pratiche necessarie. Come sempre suggeriamo, affidatevi a professionisti e non ad aziende improvvisate o che vendono solo al prezzo più basso !

Italiani e caffè, un rapporto che si evolve ma dura… tutta la vita

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Italiani e caffè, una passione che dura da sempre e che probabilmente non si raffredderà mai. Certo, nell’arco dei decenni tante cose sono cambiate nelle abitudini di consumo – basta pensare alle macchine da caffè per uso domestico, a capsule o a cialde – ma l’abitudine di concedersi una pausa caffè quella no, non accenna ad appannarsi. Lo rivela il più recente studio sui consumi sull’espresso, Coffee Monitor, il focus dell’Osservatorio Social Monitoring di Nomisma sviluppato in collaborazione con Datalytics, uno studio condotto su un campione di oltre 1.000 consumatori. Giusto per avere un’idea del “peso” del caffè nella vita degli italiani, basti sapere che, fra chi ha bevuto caffè negli ultimi 12 mesi, emerge infatti un consumo abituale della bevanda (95% del target di riferimento). L’espresso viene scelto dal 93% dei consumatori di caffè. Residuale la percentuale di chi predilige il caffè americano, orzo o altre tipologie di caffè (7%).

Quanto ne beviamo?

I nostri connazionali  che scelgono il caffè espresso ne bevono in maggior parte 1 o 2 tazzine al giorno (58%), preferibilmente la mattina come momento di consumo: il 77% di chi beve caffè espresso lo fa tutti i giorni appena sveglio. Non stupisce quindi che il 58% di chi beve caffè espresso lo faccia per trovare la carica necessaria ad affrontare la giornata. Espresso non è tuttavia solo fonte di energia, chi lo beve lo fa anche per il gusto (51%) ed in parte per abitudine (30%). Il caffè espresso evoca nell’immaginario dei consumatori momenti di relax (53%), un piacere (47%), ma al contempo un rito, una tradizione (37%) Il consumo di caffè espresso non è relegabile in un solo luogo, prevale piuttosto una modalità di consumo “multi-luogo”. 

Una passione casalinga

Il 92% di chi beve caffè espresso lo fa tra le mura domestiche, prediligendo il caffè in polvere (53%) e in cialde o capsule (37%), sulla base di scelte fatte in funzione di gusto e aroma (53%), della notorietà della marca (19%), mentre meno rilevante risulta la variabile prezzo, driver di scelta solo per il 15% di chi consuma caffè espresso a casa). Negli ultimi mesi, però, rispetto allo studio di Nomina alcune percentuali sono cambiate. E’ infatti in continua crescita la percentuale di chi predilige il caffè in cialde o capsule con le relative macchine per uso domestico. Tra i prodotti di maggior successo e di massima affidabilità spiccano sicuramente le macchine a cialde, grazie soprattutto a una crescente attenzione verso l’abbiente. Le cialde, come ad esempio le cialde Lavazza, sono infatti completamente ecologiche, contenute in bustine in cellulosa biodegradabile.  Facilissime da utilizzare, le cialde Ese 44 mm di Lavazza sono disponibili in diverse referenze: dalla famosa Qualità Rossa all’Espresso Crema & Gusto al Dek, solo per citarne alcune. Per avere un’idea completa di quello che offre il mercato delle cialde, si può anche fare un “giro” su CialdaMia, il il portale italiano del caffè in cialde e capsule di qualità. On line, e spesso a prezzi scontati, è possibile fare shopping di tutto quello che occorre per un ottimo caffè: macchine, cialde, capsule fino ai complementi come tazze, bicchierini e zucchero.

Merenda, merendina o snack salutare? Sui social vincono le brioche alla crema

Il 17 settembre è stata la Giornata Mondiale della Merenda. Dal latino “merere”, meritare, la merenda  ha origine nella civiltà contadina di inizio Novecento, quando era considerata una ricompensa per il lavoro svolto a casa o nei campi. E con l’apertura delle scuole torna il dibattito sul consumo, e la tipologia, di questa abitudine alimentare così cambiata nel corso degli anni. Da un punto di vista dei numeri i dati di una ricerca Doxa-Aidepi ne segnalano un consumo da parte del 38% degli italiani, di cui i maggiori fruitori sono i bambini. Che secondo una ricerca dell’Ospedale San Paolo di Milano e Spes per il 97% la consumano abitualmente nella fascia pomeridiana.       

Sui social si appagano più la vista e il palato che la coscienza

Oggi, il rito della merenda trova il suo massimo punto di celebrazione sui social, con un tripudio di torte e brioche alla crema che appagano molto più la vista e il palato della coscienza. Dati alla mano, i ricercatori riportano come sui social gli hashtag #merenda contino oltre un milione di post, e #merendaitaliana oltre 250mila. Su Instagram i post mostrano una merenda succulenta, mentre su TikTok (hashtag #merenda e #merendatime) stimolano ricette e challenge quasi esclusivamente a base di biscotti e merendine industriali, riporta Ansa.

La merendina lascia spazio a frutta e yogurt

Col tempo la merenda si è trasformata da pasto salato a base di pane e olio, salame o pomodoro, a pasto dolce in formato tascabile e monoporzione. Negli anni ’50 sono infatti apparse sul mercato le prime merendine, ma con la crescente sensibilità verso ingredienti di qualità e valori nutrizionali, oggi il rito della merendina sta gradualmente lasciando spazio a quello dello snack salutare. Complici le statistiche nazionali in merito alla popolazione sovrappeso, ancora tra le più alte in Europa (il 30,4% dei bambini fra i 3 e i 10 anni secondo l’Istat), i genitori hanno iniziato a cambiare la dieta e le abitudini dei propri figli.

Sempre secondo la ricerca Doxa-Aidepi, il 51% dei genitori dà ai propri figli la frutta e il 42% yogurt.

Arriva l’instafood

Ma un secondo e non meno significativo cambiamento rispetto alla merenda tradizionale delle origini è dato dal luogo in cui viene consumata, si legge su InformaCibo.it. Sempre più persone, infatti, consumano uno o più pasti nell’arco della giornata fuori casa, e incrociando il bisogno di uno stile di vita più sano con la frequenza a consumare i pasti fuori casa il mercato ha trovato nel cosiddetto instafood la soluzione ideale per rispondere alle nuove abitudini ed esigenze del pubblico.

Il Covid cambia il mercato beauty, meglio prodotti più sicuri che naturali

Cosa vogliono le donne da cosmetici e trattamenti di bellezza dopo la pandemia? Soprattutto sicurezza ed efficacia. Se prima dell’emergenza Covid-19 i consumatori chiedevano prodotti naturali, bio e privi di conservanti ora la scelta si orienta verso prodotti garantiti, a prova di batteri e virus, e con una scadenza certa.  Si torna quindi sui propri passi, anche a costo di utilizzare prodotti che contengono sostanze chimiche, se assicurano totale stabilità e assenza di contaminazione. I nuovi bisogni riflettono quindi l’angoscia da coronavirus, e sono stati analizzati in un focus di Mintel, l’agenzia di marketing intelligence mondiale.

Il 50% delle donne scelgie la sicurezza

“Il Covid-19 sta impattando con le scelte dei consumatori – spiega Clare Hennigan, senior beauty analist Mintel -. Sin dall’inizio dell’emergenza, alla richiesta di prodotti clean, cioè privi di ingredienti ritenuti tossici per la salute si è affiancato il bisogno di scegliere prodotti sicuri, trasparenti, anche nelle pratiche di approvvigionamento e di fabbricazione. Adesso – continua Hennigan – circa il 50% delle donne concordano sul fatto che sia divenuto importante l’aspetto della sicurezza. Prima di Covid-19, i consumatori ‘clean’ evitavano ingredienti come conservanti e ingredienti artificiali nei loro prodotti di bellezza, a causa dei rischi per la salute percepiti. Ora sono disposti ad accettarli, purché i marchi forniscano prove di efficacia e sicurezza, sia dal punto di vista della salute sia dell’ambiente”.

Allarme contaminazione: il “naturale” non è sempre migliore

D’altronde, i continui allarmi sulla contaminazione dei prodotti di bellezza sono precedenti al coronarvirus. Come quello lanciato da Forbes nel dicembre scorso, e riferito a un’indagine eseguita dall’Università di Aston. In pratica, su 500 prodotti analizzati fra rossetti, eyeliner, mascara, gloss per labbra e applicatori da trucco, dal 79% al 90% risultavano contaminati da batteri e funghi. E nonostante le contaminazioni dipendessero soprattutto dalla scarsa igiene nell’applicarli l’allarme ha fatto salire il livello di attenzione. L’arrivo del nuovo coronavirus ha rinforzato tali paure, e secondo il focus di Mintel convincerà definitivamente le donne che il “naturale” non è sempre migliore.

Più ingredienti sintetici e niente acqua nelle formule

Più di un adulto su 10, inoltre, concorda sul fatto che i cosmetici scadano troppo rapidamente. Il futuro delle formulazioni di ingredienti puliti si baserà perciò su ingredienti sintetici sicuri, che possano migliorare la durata di conservazione, riporta Ansa. Aumentano anche i prodotti beauty senza acqua nelle formule, per ridurre a zero la contaminazione dovuta anche a errori di utilizzo, e a sprechi ambientali.

Nascono così nuovi prodotti in polvere, da miscelare con acqua al momento dell’utilizzo.

“Avremo creme in spray o in stick anche per lo skincare del viso – continua Hennigan -. E vedremo più prodotti ‘touchless’ sugli scaffali dei supermercati e in vendita sulle piattaforme online”.

Dove sono le spiagge più care d’Italia? A Venezia e in Toscana

Sono a Venezia le spiagge più care d’Italia. Secondo la classifica del Codacons, che ha condotto un’indagine analizzando le tariffe per l’affitto di tende, cabine, lettini e ombrelloni praticate al pubblico negli stabilimenti più esclusivi del Paese, è la spiaggia dell’Hotel Excelsior del Lido di Venezia a piazzarsi al vertice della classifica. Nell’estate 2020 affittare una capanna composta da lettino con materasso e cuscino, due sedie a sdraio con cuscini, un tavolo, quattro sedie pieghevoli, tre teli da spiaggia presso il prestigioso hotel del Lido costa (in prima fila) 453 euro al giorno. La tariffa stagionale raggiunge quota 9.050 euro, e scende a 8.160 euro presso l’adiacente spiaggia Des Bains.

A Forte dei Marmi si spendono 450 euro al giorno

Al secondo posto si colloca Forte dei Marmi, dove alla spiaggia dell’Augustus Hotel una tenda dotata di lettino queen size, 2 lettini e sdraio costa 450 euro al giorno. E sempre in Toscana si trova il terzo lido più caro d’Italia, il Twiga di Marina di Pietrasanta, dove per una tenda araba dotata di tre lettini, 2 sdraio, 2 lettoni con materassino, una regista, un divano a 3 posti e un tavolo con vano interno, si spendono 400 euro al giorno.

Anche Liguria, Puglia e Sardegna entrano in classifica

In classifica però c’è anche la Liguria. All’Eco del Mare di Lerici una cabina privata deluxe (ombrellone, lettino o pomodone (cuscinone, ndr), un telo mare per lettino fino a un massimo di 4 persone) costa 389 euro al giorno. Entra in classifica anche la Puglia, con il Lido Pettolecchia di Savelletri (Br), dove un gazebo Pavilion & Vis a Vis, che può ospitare fino a 4 persone, costa 300 euro al giorno, riporta Adnkronos. Nella lista delle spiagge più care non può mancare la Sardegna, dove il servizio basic dell’Hotel Romazzino di Porto Cervo, ovvero lettino e ombrellone, costa 200 al giorno a persona.

Le ville più prestigiose sono in Sardegna, a Capri e a Copertino (Le)

La situazione si capovolge se si prende in considerazione l’affitto di ville nelle località più prestigiose. In questo caso il primato spetta alla Sardegna, dove a Porto Rotondo una villa di 300 mq con accesso diretto al mare, 5 camere da letto e 6 bagni, piscina e Jacuzzi, arriva a costare 4.325 euro al giorno nel periodo a cavallo di Ferragosto. Al secondo posto si piazza Capri, dove per una villa storica di 200 mq e 3 camere da letto si spendono 4.025 euro, mentre per una struttura analoga in Puglia, a Copertino (Le) il costo è di 3.392 euro.

Sempre nello stesso periodo ,e per ville prestigiose con piscina, seguono le più “economiche” Sestri Levante (2.769 euro al giorno), Marina di Modica (2.476 euro), Amalfi (2.081 euro), Forte dei Marmi (2.026 euro), e Ischia (809 euro).

Italiani più cauti nella pianificazione finanziaria

Con la Fase 2 dell’emergenza sanitaria è arrivato il momento di fare progetti e di pianificare le spese future. Ma poco più di un terzo degli italiani, pensando alla situazione finanziaria della propria famiglia tra 6 mesi, si sente in ansia. Per più del 60% è importante monitorare le proprie entrate e uscite, e capire quanto si sta risparmiando e spendendo. L’Osservatorio The World After Lpckdown di Nomisma e CRIF analizza l’impatto del lockdown sulle vite dei cittadini, e restituisce i dati sulla pianificazione finanziaria delle famiglie italiane. E secondo i risultati della ricerca gli italiani mostrano grande attenzione alla gestione del budget familiare e sono pronti a ridurre o addirittura a rinunciare alle spese destinate al tempo libero e allo svago.

Definire gli obiettivi di risparmio

Per più del 50% degli italiani è importante la pianificazione delle spese e la definizione di obiettivi di risparmio. Molti hanno richiesto di poter sospendere i pagamenti dei prestiti. E se il 6% delle famiglie con un mutuo prima casa in corso ha richiesto la sospensione del pagamento delle rate dei finanziamenti un altro 15% pensa che lo farà nei prossimi mesi. Relativamente a coloro che hanno invece prestiti in corso, a cui tipicamente sono collegati importi delle rate più contenuti, il 4% dichiara di aver già richiesto la sospensione delle rate, mentre il 21% non esclude di richiederla nei prossimi mesi.

Valutare bene se chiedere finanziamenti futuri

Con il lockdown il 6% degli italiani ha deciso di rinunciare alla richiesta di un finanziamento, mentre il 9% dichiara di rimandare di qualche mese. Il 3%, invece, procederà con la stipula di un prestito come programmato. Emerge, poi, un 10% di italiani che post lockdown ha valutato di chiedere un nuovo finanziamento non pianificato in precedenza. Tra questi, il 24% pensa di richiedere l’accesso ai vantaggi legati all’Ecobonus 2020, mentre il 12% è orientato verso il Sismabonus 2020 per la messa in sicurezza antisismica.

Chi deciderà di ricorrere a un finanziamento per sostenere l’acquisto di beni e servizi lo farà principalmente per spese impreviste causate dell’emergenza sanitaria (30%), spese mediche o dentistiche (29%), manutenzione-ristrutturazione casa (26%), esigenze di maggiore liquidità (26%), l’acquisto di un’auto (17%).

Pronti a ridurre le spese

Per salvaguardare i risparmi della propria famiglia il 21% degli italiani ridimensionerebbe il budget destinato a viaggi e vacanze, mentre il 20% quello relativo a ristoranti e consumi fuori casa. I cittadini sono orientati a stringere la cinghia anche sull’acquisto di abbigliamento e scarpe (14%) e, dove possibile, di cibo e spesa alimentare (6%). Rispetto agli acquisti programmati da tempo è il settore tech a risentirne particolarmente, con 1 italiano su 4 che rimanderà l’acquisto di pc, smartphone e tablet, seguito dal 21% che sposterà l’acquisto di grandi elettrodomestici (frigorifero, lavatrice, forno ecc.). Anche arredamento e mobili, seguiti dalle auto, rientrano tra le categorie di beni il cui l’acquisto può essere rinviato (20%).

Bollette elettricità, per le Pmi riduzione di 600 milioni di euro

Le Piccole e medie imprese possono beneficiare di una riduzione sui costi dell’elettricità. Finalmente una buona notizia per le tasche degli imprenditori, la gran parte dei quali messi in difficoltà dai due mesi di lockdown. Almeno, anche se è una piccola consolazione, le bollette dell’energia elettrica saranno più leggere e terranno conto anche di chiusure o meno delle attività ed esercizi commerciali. Complessivamente, quella appena varata è un’opportunità che consente una riduzione totale di 600 milioni di euro per le bollette dell’elettricità delle utenze non domestiche connesse in bassa tensione. L’abbassamento della tariffa avviene attraverso la diminuzione delle componenti fisse delle tariffe di trasporto, distribuzione e misura e degli oneri generali.

La misura contenuta nel Decreto Rilancio

Arera – Autorità di regolazione per Energia Reti e Ambienti – rende così operativa la misura prevista dall’art. 30 del Dl Rilancio, che era stata oggetto della propria segnalazione al Governo e al Parlamento, come una delle proposte a contrasto dell’emergenza Covid-19. La misura è operativa a pochi giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Ai piccoli esercizi commerciali, artigiani, bar, ristoranti, laboratori, professionisti e servizi (i clienti in bassa tensione non domestici) con potenza superiore a 3 kW, per il trimestre maggio – giugno – luglio, viene azzerata la quota relativa alla potenza e applicata solo una quota fissa di importo ridotto (fissata convenzionalmente a quella corrispondente alla potenza impegnata di 3 kW), senza ridurre in alcun modo il servizio effettivo in termini di potenza disponibile.

Spesa totale abbattuta fino al 70%

Questa opportunità a sostegno della piccola imprenditoria si traduce in un risparmio per 3,7 milioni di clienti non domestici interessati: una riduzione che arriva a valere circa 70 euro al mese per un cliente con contratto con potenza pari a 15 kW. In particolare, la misura sarà particolarmente vantaggiosa per gli esercizi commerciali ancora costretti alla chiusura, e potrà ridurre la spesa totale fino al 70%. Per gli esercizi e le Pmi che hanno riaperto, il risparmio può collocarsi in ogni caso tra il 20% e il 30% della spesa totale della bolletta. Se alla data di entrata in vigore del provvedimento dell’Autorità, fossero già state emesse fatture relative al corrente mese di maggio, i conguagli spettanti dovranno essere effettuati entro la seconda fatturazione successiva. “Come prevede il Decreto Rilancio, l’ammontare economico necessario alla compensazione della riduzione tariffaria è a carico del Bilancio dello Stato, stanti le previsioni dello stesso art. 30 relative al trasferimento delle risorse necessarie al Conto emergenza Covid-19 costituito dall’Autorità presso la CSEA, la Cassa per i servizi energetici e ambientali” specifica una nota dell’Arera.

Dopo il coronavirus ci saluteremo “alla thailandese”

L’emergenza Covid-19 non è certo terminata, ma già si inizia a pensare a un nuovo inizio, che probabilmente, e molto gradualmente, avverrà nel corso del mese di maggio. In Italia si passerà alla cosiddetta fase 2, in cui però il distanziamento sociale rimarrà una delle regole del nostro quotidiano, e chissà per quanto tempo. Fra le tante abitudini che dovremmo “resettare” ci sarà anche quella del saluto, dato che la stretta di mano, e tantomeno baci e abbracci, per un po’ saranno “vietati”. Dovremo quindi imparare a salutarci in modo diverso, pur mantenendo le regole di buona educazione e di cordialità. Un suggerimento arriva dalla Thailandia, dove non ci si dà la mano in segno di saluto, e gli abbracci non rientrano nella tradizione.

Il wài potrebbe diventare un nuovo codice di relazione in tutto il mondo

In Thailandia ogni volta che ci si incontra, si entra in un negozio o in qualsiasi altro locale, oppure si partecipa a un incontro sociale, si fa il segno del wài. Il wài consiste nel tenere le mani giunte in segno di preghiera (wài appunto) davanti al viso, facendo un leggero inchino e un sorriso. Questo modo di salutare sintetizza la gioia per l’incontro, e potrebbe diventare un nuovo codice di relazione in tutto il mondo. Il wài è osservato quando si entra in una casa e dopo che la visita è finita, ed è anche un modo comune per esprimere gratitudine, o per scusarsi. Dagli anni ’30, epoca in cui fu coniato, rimane a tutt’oggi una parte estremamente importante del comportamento sociale tra i thailandesi, riporta Askanews, ed è un gesto utilizzato per onorare noi e gli altri.

Un gesto simbolico tipico dell’induismo e del buddhismo

Il wài, come il namaste indiano, appartiene alla famiglia dei saluti pranamasana o dei mudra anjali. Un mudra è un gesto simbolico o rituale tipico dell’induismo e del buddhismo. Alcuni mudra coinvolgono l’intero corpo, ma la maggior parte vengono eseguiti solo con le mani e le dita. Un mudra è un gesto spirituale, un sigillo di energia impiegato nell’iconografia e nella pratica spirituale delle religioni lontane. Mudra significa infatti “sigillo” o “segno”, mentre anjali è il sanscrito traducibile con “offerta divina”, “gesto di rispetto”, ma anche “benedizione”, e “saluto”.

L’unione delle palme connette gli emisferi ed è un gesto di unificazione spirituale

Il gesto del wài viene utilizzato sia per i saluti sia per gli addii, ma porta un significato più profondo di un semplice ciao o di un arrivederci. Secondo la tradizione l’unione delle palme connette gli emisferi sinistro e destro del cervello, è un gesto di unificazione, poiché collega il praticante con il divino presente in tutte le cose. Quindi, eseguire il wài vuol dire onorare sia il sé sia l’altro, e il gesto riconosce la divinità sia di chi lo pratica sia di chi lo riceve.

Tutti a casa: come organizzare gli spazi per vivere (e lavorare) meglio

Tutti sotto lo stesso a tetto. Gli adulti alle prese con lo smartworking, le call, le telefonate. I più giovani impegnati con la didattica a distanza, e poi i compiti e le videochat con gli amici. Insomma, anche se trascorsa nelle migliori condizioni per i più fortunati, le settimane di quarantena non sono per niente facili. Le nostre quattro mura domestiche, che di solito ci accolgono solo la sera per cena in formazione completa, adesso sembrano essersi pericolosamente ristrette. In questo contesto, che mette a dura prova anche i nervi più saldi, arrivano i consigli di Marcello Albergoni, Country Manager di LinkedIn Italia, padre di due bambini ed esperto di temi legati allo sviluppo della carriera. I suoi suggerimenti si concentrano soprattutto sulla fiducia, ovvero spiegando ai propri figli in maniera schietta ciò che sta succedendo e aiutandoli a capire perché il genitore deve comunque restare concentrato sul lavoro.

Un’area ufficio dove lavorare
 Albergoni, per quanto riguarda la comunicazione e la convivenza con i bambini, consiglia di fare così: “Spiega che dovrebbero cercare di non disturbarti (tranne in caso di emergenza …) mentre li rassicuri che sei ancora lì per loro. È probabile che troveranno l’intera esperienza nuova e divertente, ma c’è la possibilità che possano essere confusi o preoccupati. Crea uno spazio designato nella tua ‘area ufficio in casa’ per i tuoi figli in modo che possano stare con te mentre non sei, ad esempio, in una call. Questo può variare da una culla o un box a un tavolino fornito di strumenti utili per la creatività, o con i libri e i quaderni per i compiti a casa, se il bambino è più grande”.

Orari e patti chiari (e condivisi)

Secondo il manager l’ideale sarebbe cercare di organizzare le chiamate e le riunioni importanti durante l’orario del pisolino dei bambini se sono piccoli. Altro suggerimento è avvisare i colleghi, che comunque capiranno benissimo trovandosi probabilmente nella stessa situazione, che i figli sono ovviamente anche loro a casa e quindi potrebbero esserci dei rumori di fondo o delle interruzioni. “Assicurati – ha detto Albergoni all’Ansa – di organizzare pause regolari per avere tempo di qualità con i tuoi figli durante la giornata lavorativa. Sia che si tratti del loro gioco preferito, o di una lettura insieme, l’attenzione dedicata da te contribuirà a garantire che i tuoi figli non si sentano ignorati e non abbiano avuto una giornata noiosa”. Insomma, patti chiari ed elasticità possono davvero farci superare l’emergenza a casa.

Donne al vertice, numeri positivi ma in rallentamento

In seguito all’attuazione della legge 120/2011 sulle quote di genere nel 2017 il numero delle donne nei board delle società quotate ha visto un forte aumento, tanto che per la prima volta è risultato maggiore di un terzo rispetto al totale dei membri. Nel 2019 però la crescita ha subito un rallentamento, con solo due unità in più rispetto al 2018. Un bilancio comunque più che positivo, con un incremento delle donne nei Cda delle società quotate alla Borsa di Milano da 170 nel 2008, il 5,9%, alle 811, il 36,3%, di oggi. Nei collegi sindacali si è passati invece dal 13,4% del 2012 al 41,6% del 2019, con 475 sindaci donne.

Le donne che occupano le posizioni più alte sono ancora “mosche bianche”

A evidenziare i dati è il primo Rapporto Cerved-Fondazione Marisa Bellisario 2020 sulle donne ai vertici delle imprese, realizzato in collaborazione con l’Inps.

“I dati dimostrano che l’applicazione delle norme ha permesso un salto in avanti nella presenza di donne nei board delle quotate e delle controllate – commenta Andrea Mignanelli, AD di Cerved – ma purtroppo non ha ancora promosso cambiamenti profondi nel nostro sistema economico”.

Sono poche, infatti, le società quotate andate oltre il minimo imposto dagli obblighi di legge, e le donne che occupano le posizioni più alte sono ancora “mosche bianche”, 14 tra gli AD (6,3%) e 24 tra i presidenti (10,7%). Nei collegi sindacali, riporta Adnkronos, 49 solo le presidente, il 22% di tutte le società quotate.

“Le quote sono solo uno strumento per raggiungere una parità reale e sostanziale”

L’analisi indica però che le quote “non sono state sufficienti a riequilibrare la presenza di donne nelle posizioni di vertice e a più alto reddito, né a ridurre i divari salariali”. prosegue Mignanelli.

Secondo la presidente della Fondazione Marisa Bellisario, Lella Golfo la legge portata all’approvazione nel 2012 “ha prodotto risultati straordinari, tanto che il Parlamento ha deciso di reiterarla alzando l’asticella al 40%. Detto questo, è certamente il momento di andare oltre e avanti – sottolinea Lella Golfo – perché le quote sono solo uno strumento, utile certamente e necessario sicuramente, per raggiungere l’obiettivo di una parità reale e sostanziale a tutti i livelli”.

Un primato europeo da estendere anche su fronti su cui l’Italia mostra ritardi consistenti

Il Rapporto promosso con Cerved, in collaborazione con l’Inps, ha quindi il merito di indicare quali sono gli ambiti di intervento per fare in modo che il primato europeo sul fronte delle donne ai vertici, raggiunto grazie alla legge, “possa estendersi anche a fronti su cui l’Italia continua a mostrare ritardi consistenti, come l’occupazione femminile e le politiche di welfare – aggiunge Lella Golfo -. E una delle prime e più importanti evidenze è che servono più donne nei ruoli esecutivi, in grado di incidere realmente sulle politiche e sulle strategie aziendali, ma anche di creare role model e di dirigere il cambiamento verso condizioni di parità e quindi sostenibilità del sistema Italia”.

l futuro dell’auto? Elettrico

Non bisognerà aspettare ancora molto: entro il 2030, sostengono gli esperti, le auto elettriche sorpasseranno in numero quelle “tradizionali”. Questa tipologia di veicoli, infatti, registra vendite a un tasso superiore a quanto preventivato e già ne 2025 rappresenterà un terzo dei mezzi in circolazione. A fornire questo scenario è il report di Boston Consulting Group “Who Will Drive Electric Cars to the Tipping Point?” che ha corretto al rialzo le precedenti stime del 2017 (secondo cui l’elettrico avrebbe raggiunto un quarto del mercato entro il 2025 per restare sotto il 50% entro il 2030).

Il perché di questo exploit

Le ragioni di questo inaspettato “boom” sono da ricercare in diversi fattori. Innanzitutto il sostegno degli incentivi statali, poi il sempre minor costo delle batterie elettriche e poi alle restrizioni sulle emissioni che spingono consumatori e costruttori a orientarsi verso questo prodotto. Ma c’è anche una diffusa “coscienza ecologica” da parte dei guidatori, che desiderano auto più attente all’ambiente. Contestualmente, come è facile intuire, scenderanno le quote di mercato di veicoli a benzina e diesel. Secondo Bcg, il mix delle diverse tipologie, tra veicoli a batteria elettrica Bev (battery electric vehicle), ibridi elettrici plug-in Phev (plug-in hybrid electric vehicle), ibridi completi Hev (hybrid electric vehicle) e ibridi leggeri Mhev (mild hybrid electric vehicle), varierà a seconda dei mercati. Ma tra dieci anni ben un quarto del mercato mondiale dell’auto sarà costituito da elettrici a batteria Bev (18%) e ibridi plug-in Phev (6%), le due tipologie in maggiore crescita, che accelereranno nella seconda metà del prossimo decennio.

Investimenti miliardari

All’interno di questo contesto, riporta il report ripreso da AdnKronos, i primi 29 produttori Oem (Original Equipment Manufacturer) prevedono di investire oltre 300 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni per la produzione di veicoli elettrici ed entro il 2025 dovrebbero essere lanciati circa 400 nuovi modelli. Entro il 2023, sarà il mercato a guidare le vendite dell’elettrico, e fino ad allora per mantenere lo slancio serve una spinta sostenuta da incentivi e normative ad hoc.

Minor impatto ambientale? Dipende

In teoria, la diffusione di questi mezzi dovrebbe poi far abbassare il livello di gas serra, anche se diverse ricerche indicano che non è proprio così. A seconda della regione di produzione del veicolo e delle dimensioni della batteria, infatti, la produzione di un veicolo Bev può generare più emissioni di Co2 rispetto a quella di un veicolo a combustione interna Ice; ma, una volta in funzione, gli elettrici garantiscono migliori emissioni nel ciclo completo well-to-wheel. Le aziende produttrici, quindi, dovranno dovranno investire in nuove tecnologie, capacità e modelli di business: e l’impatto globale sul pianeta sarà sicuramente più lieve.